Sento il bisogno di scrivere e l’urgenza di riempire pagine bianche. Amo i fogli fitti di parole e
amo le parole, sento la necessità fisica di raccontarle.
Ho bisogno di provare a conoscermi, spiegare me stessa a me stessa. Seguo la fitta maglia di immagini che si susseguono e tratteggiano il mio mondo e me.
In totale solitudine, la sera, nella mia stanza, al pc o nel letto sul Moleskine, a volte nel silenzio più profondo, altre con una musica in sottofondo che mi culla e mi trasporta altrove, lontano, dove smetto di essere ciò che devo.
Scrivo per riempire un vuoto incolmabile, per ingannare ore insonni e affollate di pensieri, per placarli o quantomeno per permettere loro di esistere e liberarsi.
Scrivo per distrarmi da tutto ciò che dovrei affrontare ma non riesco, ma non voglio, ma non posso…
Per illudermi che anche io sono capace di passione e dedizione.
Mento a me stessa, scappo e non penso più, se non a ciò che la mia mente suggerisce alle mie dita, senza censure né elaborazioni, senza ricerca di perfezione.
Mi sfogo, butto sulla carta ciò che deve uscire, il dolore che non so esprimere, il dolore che non so affrontare, gli errori da cui vorrei fuggire e che maledirò finchè avrò fiato.
È un modo di rimettere ordine dove non esiste: nel mio piccolo mondo interiore, il mio segreto universo privato, intimo e opportunamente celato, per paura e per la confusione che regna sovrana.
Milioni di domande a cui non so dare una risposta, si rincorrono e si sovrappongono, deviano la rotta dei pensieri e cercano vie nuove in cui insinuarsi.
Traffico di pensieri, parole velocissime che passano rapide e poi scompaiono, riecheggiano nel vuoto e ritornano, rimbalzano, si incalzano, volteggiano in direzioni diverse distogliendomi dalla vita.
Scrivo per sputare fuori quel marcio che mi corrode, quel vecchio rancore acido che mi logora l’anima, per liberare quell’urlo soffocato da sempre per il timore che se non lo tengo conficcato in gola, possa, esplodendo, distruggere il mio piccolo mondo fintamente stabile.
Scrivo per tenere impegnata la mente che vaga senza meta negli anfratti dei ricordi più remoti, che immobili, ciclicamente tornano a conficcarsi nel cuore.
Voglio estraniarmi, crearmi un piccolo universo parallelo e voglio che sia irreale e bellissimo, e solo mio.
Ho bisogno di qualcosa per me e solo per me, uno spazio nel mondo frenetico e affollato di paradossi.
Gocce di parole, gocce di me regalate a poco a poco alla carta, oppure tutto il mio mondo interiore centellinato in poche righe, condensato in brevi racconti, essenziali.
Lotte futili quotidiane, quando al mondo c’è gente sfruttata, senza una dignità, senza acqua né cibo, senza un futuro di fronte, senza una strada spianata.
Voglio fermarmi e chiedermi il perché. Capire.
Il mio mondo sbagliato in un mondo che non potrebbe essere peggiore.
La mia immaginazione vaga e crea, sogna, cercando di dimenticare che fuori c’è un cielo che urla, che piange lacrime assordanti per chi le vuole sentire, che racconta di occhi smarriti e mani stanche, di desideri soffocati e di polvere sui volti arresi.
L’impotenza vince sul desiderio di riscatto, le pagine fitte narrano giorni impossibili, vittorie improbabili, notti mai esistite, stelle mai viste, desideri assopiti dalla necessità di ragionevolezza.
Scrivendo e poi rileggendo, però, niente viene dimenticato e tutto rimane ben visibile agli occhi e alla coscienza.
Ultimo appello disperato per quel coraggio che manca, che rimane nascosto tra le pieghe delle lenzuola, la notte, quando tutto è silenzio e i sogni possono volteggiare liberi sulle vite assopite.
Dolcissima è la notte, per scrivere e regalarsi al buio.
Dolcissima è la notte che culla i viaggi onirici di noi esseri erranti.
Dolcissima è l’idea che potrai condividere con me questa notte.Ti regalo le mie ore di inconcludenze notturne, trasformale in vita.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento