venerdì 31 luglio 2009
Fanciullesca trasparenza
Grandi occhi di bambina
lucidi
e sempre in attesa
di meraviglie
che esistono
solo
nelle favole della buonanotte.
Osserva il mondo,
si chiede cosa non va,
sorride ad un fiore,
saluta il vento.
Inventa giochi
per ignorare
la realtà
di case troppo vuote
e letti riempiti
solo
a metà.
La casetta in giardino
ha le finestre colorate
e le lacrime
sono
trasparenti,
questo lo sa.
Sente parole
che non vorrebbe
quella bambina
e non ricorda
cosa vuol dire
avere quattro anni.
lucidi
e sempre in attesa
di meraviglie
che esistono
solo
nelle favole della buonanotte.
Osserva il mondo,
si chiede cosa non va,
sorride ad un fiore,
saluta il vento.
Inventa giochi
per ignorare
la realtà
di case troppo vuote
e letti riempiti
solo
a metà.
La casetta in giardino
ha le finestre colorate
e le lacrime
sono
trasparenti,
questo lo sa.
Sente parole
che non vorrebbe
quella bambina
e non ricorda
cosa vuol dire
avere quattro anni.
Capirsi
“La odio, la detesto, mi irrita. Non sopporto la sua presenza, la sua voce, la sua faccia. MI infastidisce il suo modo di sistemare la roba nell’armadio e nel frigo, non trovo mai nulla santa miseria.
E poi come risponde al telefono, oh come le infilerei un asciugamano in bocca ogni volta che squilla. So già che dirà questo pronto tutto impostato, tirandosela un po’, come se fosse un po’ infastidita. Anche con sua madre lo fa, quella santa donna di sua madre che passa la vita a farsi maltrattare dall’unica figlia stronza che ha avuto.
Mi sento male al pensiero di rientrare a casa dal lavoro e trovarla vestita come una quattordicenne, per stare in casa a cucinare, pettinatissima, no, dico, sarà il caso?
Due volte alla settimana dalla parrucchiera – l’ultima volta è tornata biondo platino - abbonamento fedeltà dall’estetista, quattro paia di occhiali da sole, non so quante borse e scarpe.
Figli non ne vuole, avrà paura di ingrassare. Ma meglio così, inizierebbe anche ad andare in palestra. Strano che non le sia ancora venuto in mente. Ah, ma la corsetta due volte a settimana non la salta mica.
Una cretina. In testa non ha nulla che non sia abbinare i colori degli abiti tra loro e con le scarpe e con la borsa e con il trucco e magari anche con il locale in cui si andrà.
Non perde una puntata di verissimo, sa qualunque cosa di qualunque imbecille mai visto e mai sentito da nessuno.
Lei in vacanza vuole andare solo e sempre in Sardegna.
Due anni fa ha rotto le balle per mesi per comprare il camper: dovevamo assolutamente averlo. Io lo odio il camper, da sempre, e lo sa la signora, lo sa.
Pur di non sentirla più l’ho preso: l’abbiamo usato due volte, adesso voglio venderlo ma lei non vuole.
Glielo spaccherei sulla testa.
L’ho sempre odiata, fin da prima di sposarla, il giorno del matrimonio l’ho odiata più che mai.
Quando ormai tutti i parenti erano andati via, si è messa a ballare provocante con tutti gli uomini rimasti: alzava il vestito e mostrava a tutti la giarrettiera. Pure vacca, oltre tutto.
E io l’ho sposata perché avevo paura di rimanere da solo, avevo trent’anni suonati, lei stressava, se non ci sposavamo ci lasciavamo.
E me la sono fatta addosso.
Le ho detto si, le ho comprato l’anello e gliel’ho dato a cena perché si fa così.
Nessun entusiasmo, gesti meccanici, conseguenze logiche, la notte che segue il giorno e poi gli cede nuovamente il passo.
Se lo avessi saputo…”.
“Io l’ho capito: mi odia.
Glielo leggo in faccia ogni volta che apre il frigo o cerca qualcosa nell’armadio. Dice che non trova nulla. Neanche avessimo una cabina armadio: le maglie con le maglie e i pantaloni con i pantaloni. Le giacche appese, calze e mutande nei cassetti. Cosa ci sarà poi di tanto difficile, non lo so.
La situazione è peggiorata da quando abbiamo preso il camper.
Una sera in cui c’erano dei suoi colleghi a cena, l’ho sentito dire che adorava l’idea del camper, che ne avrebbe sempre voluto uno e che era il modo più comodo e funzionale per spostarsi.
Ho pensato che poteva essere una buona idea, sarebbe stato più invogliato e motivato a fare qualcosa insieme a me nei week-end, durante l'anno.
Non gli va mai di fare nulla, la domenica vuole essere a casa per guardare le partite.
L’abbiamo preso ed è saltato fuori che lo odia e che io lo sapevo bene. Ho lasciato perdere: aveva detto tutte quelle cose per far colpo sul nuovo collega che era un cagnaccio di qualche mega azienda.
In più, ogni anno con l’avvicinarsi dell’estate inizia la polemica che lui in Sardegna non ci vuole andare perchè andiamo sempre lì.
Io ho mia madre, mio padre e mio fratello con le bimbe giù, certo che voglio andare in Sardegna. Li vedo una volta all’anno per una decina di giorni, è così difficile da capire?
Non so più che fare.
Passo le giornate a pulire e cucinare, ma non mi trascuro minimamente.
Vado a farmi la piega tutte le volte che posso, cerette e pulizie del viso, manicure.
Mi vesto carina e provocante per quando ritorna a casa, vado a correre per non diventare un pallone.
Quando usciamo non trascuro nulla, vorrei essere un motivo d’orgoglio per lui, almeno per eleganza e finezza.
Ne ho sentite troppe di storie di uomini che lasciano mogli per qualcuno di più attraente, io una cosa così non la sopporterei, morirei, davvero, sono troppo insicura.
E così faccio di tutto per piacergli ancora, ma mi considera sempre allo stesso modo. Gli uomini per il sesso impazziscono, non capiscono più nulla, è il loro giochino preferito. E me la cavo ancora così. Non gli dico mai di no, per paura che vada altrove, ma non succede poi così spesso che mi cerchi.
Dovrei iniziare ad andare in palestra.
Non ci sono mai andata, sarebbe strano, potrebbe pensare che io abbia qualcun altro, magari proprio un istruttore giovane e fisicato…
Che poi… Un altro? Ma figuriamoci, niente di più lontano ed impossibile.
Sto ancora male adesso per la figuraccia del matrimonio. Per fortuna eravamo rimasti solo in pochi.
Ero ubriachissima a fine serata: avevo bevuto si e no tre bicchieri di vino dopo che erano rimasti solo gli amici, ma la tensione e la stanchezza mi hanno dato una botta paurosa.
E io non bevo mai! Mi ricordo quanto ridevo! Mi ricordo che giocavo a fare la sensualona perché niente è più lontano da me e mi faceva ridere tantissimo.
Era una parodia di me stessa, che tutto sono, fuorché maliziosa. Tutti l’hanno capito per fortuna, ma ancora, quando ci penso, sto male…
Che tristezza.
Ero così felice quando mi ha chiesto di sposarlo, anche se quella sera stava poco bene e aveva mangiato e parlato poco.
Ma voleva che fossi sua moglie, mi voleva per tutta la vita, come non essere felice?
E guarda in qualche anno, come sono cambiate le cose.
E mia madre che mi chiama venti volte al giorno, per i motivi più inutili, è invadente e curiosa, a lui è simpatica. Vai a sapere, mia madre gli piace.
Io non me la sento di avere figli proprio per questo: ho paura di diventare come lei e che i miei figli finiscano con il non sopportarmi e il desiderare di vedermi il meno possibile. Ho troppa paura, davvero, spero che passi presto.
In effetti non è mai stato troppo affettuoso o espansivo, ma è il suo carattere, so che mi ama. Non dovrei preoccuparmi tanto, lui è proprio così, non sono io che non vado bene…
Ma guarda più la tv di me, parla poco, esce sempre più spesso.
Non voglio perdere mio marito.
Io ci riprovo.
Stasera “cena in rosso”: cucino solo cibi di colore rosso e mi metto baby-doll e tacchi a spillo, ovviamente rossi”.
E poi come risponde al telefono, oh come le infilerei un asciugamano in bocca ogni volta che squilla. So già che dirà questo pronto tutto impostato, tirandosela un po’, come se fosse un po’ infastidita. Anche con sua madre lo fa, quella santa donna di sua madre che passa la vita a farsi maltrattare dall’unica figlia stronza che ha avuto.
Mi sento male al pensiero di rientrare a casa dal lavoro e trovarla vestita come una quattordicenne, per stare in casa a cucinare, pettinatissima, no, dico, sarà il caso?
Due volte alla settimana dalla parrucchiera – l’ultima volta è tornata biondo platino - abbonamento fedeltà dall’estetista, quattro paia di occhiali da sole, non so quante borse e scarpe.
Figli non ne vuole, avrà paura di ingrassare. Ma meglio così, inizierebbe anche ad andare in palestra. Strano che non le sia ancora venuto in mente. Ah, ma la corsetta due volte a settimana non la salta mica.
Una cretina. In testa non ha nulla che non sia abbinare i colori degli abiti tra loro e con le scarpe e con la borsa e con il trucco e magari anche con il locale in cui si andrà.
Non perde una puntata di verissimo, sa qualunque cosa di qualunque imbecille mai visto e mai sentito da nessuno.
Lei in vacanza vuole andare solo e sempre in Sardegna.
Due anni fa ha rotto le balle per mesi per comprare il camper: dovevamo assolutamente averlo. Io lo odio il camper, da sempre, e lo sa la signora, lo sa.
Pur di non sentirla più l’ho preso: l’abbiamo usato due volte, adesso voglio venderlo ma lei non vuole.
Glielo spaccherei sulla testa.
L’ho sempre odiata, fin da prima di sposarla, il giorno del matrimonio l’ho odiata più che mai.
Quando ormai tutti i parenti erano andati via, si è messa a ballare provocante con tutti gli uomini rimasti: alzava il vestito e mostrava a tutti la giarrettiera. Pure vacca, oltre tutto.
E io l’ho sposata perché avevo paura di rimanere da solo, avevo trent’anni suonati, lei stressava, se non ci sposavamo ci lasciavamo.
E me la sono fatta addosso.
Le ho detto si, le ho comprato l’anello e gliel’ho dato a cena perché si fa così.
Nessun entusiasmo, gesti meccanici, conseguenze logiche, la notte che segue il giorno e poi gli cede nuovamente il passo.
Se lo avessi saputo…”.
“Io l’ho capito: mi odia.
Glielo leggo in faccia ogni volta che apre il frigo o cerca qualcosa nell’armadio. Dice che non trova nulla. Neanche avessimo una cabina armadio: le maglie con le maglie e i pantaloni con i pantaloni. Le giacche appese, calze e mutande nei cassetti. Cosa ci sarà poi di tanto difficile, non lo so.
La situazione è peggiorata da quando abbiamo preso il camper.
Una sera in cui c’erano dei suoi colleghi a cena, l’ho sentito dire che adorava l’idea del camper, che ne avrebbe sempre voluto uno e che era il modo più comodo e funzionale per spostarsi.
Ho pensato che poteva essere una buona idea, sarebbe stato più invogliato e motivato a fare qualcosa insieme a me nei week-end, durante l'anno.
Non gli va mai di fare nulla, la domenica vuole essere a casa per guardare le partite.
L’abbiamo preso ed è saltato fuori che lo odia e che io lo sapevo bene. Ho lasciato perdere: aveva detto tutte quelle cose per far colpo sul nuovo collega che era un cagnaccio di qualche mega azienda.
In più, ogni anno con l’avvicinarsi dell’estate inizia la polemica che lui in Sardegna non ci vuole andare perchè andiamo sempre lì.
Io ho mia madre, mio padre e mio fratello con le bimbe giù, certo che voglio andare in Sardegna. Li vedo una volta all’anno per una decina di giorni, è così difficile da capire?
Non so più che fare.
Passo le giornate a pulire e cucinare, ma non mi trascuro minimamente.
Vado a farmi la piega tutte le volte che posso, cerette e pulizie del viso, manicure.
Mi vesto carina e provocante per quando ritorna a casa, vado a correre per non diventare un pallone.
Quando usciamo non trascuro nulla, vorrei essere un motivo d’orgoglio per lui, almeno per eleganza e finezza.
Ne ho sentite troppe di storie di uomini che lasciano mogli per qualcuno di più attraente, io una cosa così non la sopporterei, morirei, davvero, sono troppo insicura.
E così faccio di tutto per piacergli ancora, ma mi considera sempre allo stesso modo. Gli uomini per il sesso impazziscono, non capiscono più nulla, è il loro giochino preferito. E me la cavo ancora così. Non gli dico mai di no, per paura che vada altrove, ma non succede poi così spesso che mi cerchi.
Dovrei iniziare ad andare in palestra.
Non ci sono mai andata, sarebbe strano, potrebbe pensare che io abbia qualcun altro, magari proprio un istruttore giovane e fisicato…
Che poi… Un altro? Ma figuriamoci, niente di più lontano ed impossibile.
Sto ancora male adesso per la figuraccia del matrimonio. Per fortuna eravamo rimasti solo in pochi.
Ero ubriachissima a fine serata: avevo bevuto si e no tre bicchieri di vino dopo che erano rimasti solo gli amici, ma la tensione e la stanchezza mi hanno dato una botta paurosa.
E io non bevo mai! Mi ricordo quanto ridevo! Mi ricordo che giocavo a fare la sensualona perché niente è più lontano da me e mi faceva ridere tantissimo.
Era una parodia di me stessa, che tutto sono, fuorché maliziosa. Tutti l’hanno capito per fortuna, ma ancora, quando ci penso, sto male…
Che tristezza.
Ero così felice quando mi ha chiesto di sposarlo, anche se quella sera stava poco bene e aveva mangiato e parlato poco.
Ma voleva che fossi sua moglie, mi voleva per tutta la vita, come non essere felice?
E guarda in qualche anno, come sono cambiate le cose.
E mia madre che mi chiama venti volte al giorno, per i motivi più inutili, è invadente e curiosa, a lui è simpatica. Vai a sapere, mia madre gli piace.
Io non me la sento di avere figli proprio per questo: ho paura di diventare come lei e che i miei figli finiscano con il non sopportarmi e il desiderare di vedermi il meno possibile. Ho troppa paura, davvero, spero che passi presto.
In effetti non è mai stato troppo affettuoso o espansivo, ma è il suo carattere, so che mi ama. Non dovrei preoccuparmi tanto, lui è proprio così, non sono io che non vado bene…
Ma guarda più la tv di me, parla poco, esce sempre più spesso.
Non voglio perdere mio marito.
Io ci riprovo.
Stasera “cena in rosso”: cucino solo cibi di colore rosso e mi metto baby-doll e tacchi a spillo, ovviamente rossi”.
martedì 28 luglio 2009
Non cercarmi
Starò via per un po’.
Guarderò il mondo
passare
veloce
dal finestrino di un treno.
Fingerò di non conoscerlo
e me ne innamorerò,
perchè è di amore
che ho bisogno.
Non ti cercherò,
tu fai lo stesso.
Non mi troveresti.
Sarò tra zingari
e bambini
a giocare a piedi scalzi
in cortili impolverati.
Ballerò musiche allegre,
guarderò lune mai esistite
e cieli dimenticati,
berrò vino
in bicchieri di vetro sbreccati
brindando a ciò che non possiedo.
Un uomo dagli occhi scuri
mi accarezzerà i capelli
svelandomi
il mistero dell’universo,
raccontandomi favole nuove
con il suo sguardo perso.
Vedrò mari in tempesta
e nuvole furiose,
case abbandonate
e mulini diroccati,
madri che hanno visto morire
i loro figli
a vent’anni.
E scoprirò cos’è il dolore.
Suonerai il piano per me,
le tue dita a disegnare
note sicure
nelle sere in cui
sarò altrove.
Non cercarmi
e mi avrai.
Guarderò il mondo
passare
veloce
dal finestrino di un treno.
Fingerò di non conoscerlo
e me ne innamorerò,
perchè è di amore
che ho bisogno.
Non ti cercherò,
tu fai lo stesso.
Non mi troveresti.
Sarò tra zingari
e bambini
a giocare a piedi scalzi
in cortili impolverati.
Ballerò musiche allegre,
guarderò lune mai esistite
e cieli dimenticati,
berrò vino
in bicchieri di vetro sbreccati
brindando a ciò che non possiedo.
Un uomo dagli occhi scuri
mi accarezzerà i capelli
svelandomi
il mistero dell’universo,
raccontandomi favole nuove
con il suo sguardo perso.
Vedrò mari in tempesta
e nuvole furiose,
case abbandonate
e mulini diroccati,
madri che hanno visto morire
i loro figli
a vent’anni.
E scoprirò cos’è il dolore.
Suonerai il piano per me,
le tue dita a disegnare
note sicure
nelle sere in cui
sarò altrove.
Non cercarmi
e mi avrai.
Briciole
Simone era con la spagnola per cui mi aveva mollata, che sarebbe rimasta per un anno a studiare a Bologna.
Decisamente bella questa Frida: carnagione scura, occhi nocciola leggermente allungati, con le ciglia lunghe e scurissime, capelli neri, meravigliosamente ondulati, lunghi fin sulle spalle.
Alta, magra, poco seno, ma proporzionatissima.
Ah, una bocca disegnata: carnosa e ben definita, a cuore.
Mi correggo, decisamente figa questa spagnola, di non so dove, non volevo saperlo. Volevo saperne il meno possibile.
Dunque, palesemente sconfitta, sorrisi gentile ad entrambi, ma senza riuscire a far uscire un qualche suono che assomigliasse ad un ciao.
Avrei voluto andarmene, ma avrebbe dato troppo nell’occhio, non era una festa affollatissima, si sarebbe notata subito la mia fuga.
Mi feci coraggio e mi misi a chiacchierare con chiunque non fosse Alberto o la donna perfetta arrivata a Bologna da non si sa quale maledetto angolo della Spagna.
Un paio di bicchieri di vino avrebbero fatto decollare la serata, ma si moltiplicarono ben oltre la soglia del mio reggere l’alcol.
Risultato? Alle undici e mezza decollavo già a bordo di Shuttle ballerini, che mi scombussolavano l’equilibrio e mi facevano ridere un sacco.
Ballavo senza dare nell’occhio, ma ero divertita e assorta, parlavo un po’ per dissimulare l’ubriachezza, ma finivo con l’ottenere l’esatto contrario.
La lingua scivolava, le esse diventavano effe e le ultime lettere delle parole, spesso rimanevano incastrate nella lingua impastata.
Ma riuscivo a non pensare a loro, lì, poco distanti da me, a fare gli innamoratissimi.
Non so bene quanto tempo trascorse, ma so che dopo un po’ dall’inizio del mio intimo delirio, vidi avvicinarsi Alberto e lo sentii dirmi: “Ciao, ti va di parlare un po’ in terrazza, sono rimasto solo, Frida è tornata a casa.”
Ovviamente risposi di si.
Ho piccole lacune, ma ricordo che ci dirigemmo verso il terrazzo, su cui non c’era nessuno.
Ci sedemmo per terra, a guardare la città illuminata, in una sera di inizio settembre che sapeva tanto di malinconia.
Non ero innamorata di lui quando mi lasciò, ma l’orgoglio, povera stella, ne patisce comunque.
Quella sera, poi, che avevo visto per chi ero stata mollata, era tornato ad urlare per un po’, finchè non riuscii a stordirlo con il vino.
Nello stesso istante ci voltammo l’uno verso l’altra, io sorridevo ma lui sembrava fissarmi come se stesse cercando una risposta ad una domanda complicatissima.
“Ieri ho ritrovato il tuo quaderno, quello che pensavi di aver perso. Con la copertina verde e la scritta “Marta crea” sulla prima pagina. Era finito dietro il mobile con lo specchio. Te lo riporto, quando vuoi.”
Era uno dei mille quadernetti su cui appuntavo idee e buttavo giù roba improvvisata quando ero fuori casa.
Ovviamente ci tenevo tantissimo, ma non volevo sembrare ansiosa di poterlo rivedere appena possibile, con la scusa di riaverlo.
In quel momento, da dentro, il volume dello stereo si alzò e sentimmo arrivare fino a noi i Dire Straits.
Risposi semplicemente: “Non c’è nessuna fretta, sono ancora lontana dal pubblicare un romanzo” e lo dissi sorridendo e con leggerezza.
“Secondo me sei bravissima, non mi sono trattenuto e l’ho letto tutto, compresi gli appunti per la spesa. Che strano… Proprio la sera dopo, ci ritroviamo nello stesso posto… Sono rimasto molto colpito dalle tue parole: si sente che sei dentro a ciò che scrivi, a quello che racconti. Hai un universo intero dentro, sei un fiume di vita, di colori, di idee, di robe impossibili ma stupende!
Raccontalo Marta, chi lo leggerà lo amerà, sarà stupendo sapere che c’è qualcuno come te in questo mondo assurdo! Tu lo rimodelli il mondo, ci giochi e lo cambi e lo fai impazzire. Per una volta non è lui a far impazzire noi. Ridi di lui, ma con rispetto, e ne rimane spiazzato. Smette di fare male per un po’.
Mi spiace di non averlo mai notato prima. Sono sempre così cieco…”.
E dette queste parole abbassò lo sguardo scuotendo impercettibilmente la testa.
Non sono riuscita a rispondere. Mi giravano in testa tutte quelle parole e avevo negli occhi la sua convinzione mentre le pronunciava.
Era come se sapesse di non potermi più avere nonostante lo volesse, ora.
Mi pareva impossibile. Avevo visto Frida, era stupenda.
Eppure in me si faceva spazio sempre più incontrollabile, l’idea che mi volesse ancora.
Certo che sarei tornata con lui. Subito, di corsa, ma non sapevo come dirglielo.
Non era amore, ma un’attrazione magnetica, tanto mentale quanto fisica.
Mi attirava a sé solo con il suo sguardo intenso e il suo mordersi le labbra.
Quando parlava di musica potevo ascoltarlo in adorazione ed estasi per ore, quando si sdraiava accanto a me e iniziava a baciarmi sul collo, sentivo chiudersi lo stomaco per quanto lo desideravo.
Con quelle parole poteva soltanto volermi dire che voleva riprovare, che quattro mesi erano davvero pochi per conoscersi, e magari, per imparare ad amarsi.
Pensai tutto questo ma non aprii bocca.
“Frida è incinta. Vuole avere il bambino, trasferirsi qui e sposarsi.
Io a ventiquattro anni devo mettere su famiglia con una ragazza che non conosco nemmeno, con cui sto da pochi mesi.
L’ho conosciuta a Ibiza l’altra estate e me l’ha data la prima sera.
Meno di un anno dopo mi dice che viene a fare l’erasmus a Bologna.
Stavo con te, ma ho pensato che lei sarebbe stata qui solo un anno…alla fine è bellissima ed è più grande di me.
Ecco la maturità che ho io! Arriva una figa, me la tengo finchè c’è, poi addio.
In più ho sempre avuto l’idea che fosse un po’ troia, te lo dico.
Adesso ci faccio un figlio.
Non ho un lavoro, alla laurea mi manca parecchio, devo trovare una casa, fare il marito e fare il padre.
Lei non vuole sentire ragioni.
I suoi ci aiuteranno…e mi va anche bene, casa ce la comprano e continuano a mantenerci, ma non ha senso.
Eppure non posso farci nulla, lo tiene ed è mio.
Non la amo, quasi la odio, non la conosco nemmeno bene, perché a parte trombare c’è poco altro. E sto per sposarla.
Mi sono rovinato l’esistenza, con queste stesse mani, a ventiquattro anni.
Sarò infelice a vita perché non sono stato in grado di tenerlo nelle mutande.
Sono il classico coglione che si fotte da sé, che anziché leggere le pagine di un quaderno e fermasi a pensare, fermarsi a guardare, fermarsi a capire, preferisce scopare una spagnola.
Ecco chi sono.
E adesso ti avrà qualcun altro Marta, altri avranno le tue parole per loro e i tuoi baci. Il tuo sorriso, le tue mani morbide, le tue sciarpe colorate.
Perché io non mi sono fermato a guardare.
Frida è incinta e adesso devo decidere la data in cui dare la botta definitiva alla mia esistenza.”
Mi uscì solo un “Mi dispiace”.
Ero sconvolta e mi sentivo terribilmente stupida per aver pensato che volesse riavvicinarsi a me.
Un bambino e una moglie.
Tra meno di nove mesi, padre.
Che bastonata…
Adesso il suo sguardo era triste e impotente. Un leone in gabbia senza prospettive di fuga. Non era inquieto, ma rassegnato.
“Ti riporto il quaderno Marta…e se ti va facciamo l’amore.”
Sentirsi soli rende coraggiosi e audaci.
“Voglio un ricordo di te, dopo aver visto chi sei.
Voglio poter dire di averti avuta dopo che i miei occhi si sono spalancati.
Voglio che tu abbia un ricordo di me.”
Non riuscivo a riflettere, ma mi sentivo un po’ meno stupida.
Capivo solo che se lo volevo, sarebbe stata l’ultima occasione per averlo.
E lo volevo, tanto, troppo per riuscire a rimanere lucida.
“Il quaderno puoi tenerlo. Sarà il mio ricordo. Mi ritroverai lì quando ti mancherò. Sarà una briciola di me per sempre tua. Sarò io, ad abbracciarti tra le pagine. Le mie parole saranno le mie carezze.”
Sapevo cosa volevo, sapevo che non avrei dovuto.
“Ma voglio che mi lasci il tuo, di ricordo, stanotte.
Perché domani potrei non avere questo coraggio.
Andiamo da me.
Il cielo, o chi per lui, ha voluto che ci incontrassimo.
Domani non sarà più lo stesso.
La magia svanisce, la magia della notte… E questa è la nostra notte: lei ha voluto che su questa terrazza ci dicessimo quello che ancora era da dire, lei pretende che sfidiamo ciò che è giusto per ciò che è nostro.
A lei non importa se siamo sbagliati.
È una complice dolcissima.
Nasconde i volti, ma illumina i corpi ansiosi di mostrarle cos’è la vita.
Lasciami una briciola di te, stanotte.”
Si alzò e mi tese la mano per aiutarmi a fare lo stesso.
Andammo a casa mia.
Il resto è storia, una storia complicata di strade che si separano.
Ma quella notte volevamo solo avere ventiquattro anni e chiedevamo semplicemente un po’ di bassa marea per riprendere fiato, prima di immergerci nuovamente in quell’immenso oceano burrascoso che è questa vita.
Decisamente bella questa Frida: carnagione scura, occhi nocciola leggermente allungati, con le ciglia lunghe e scurissime, capelli neri, meravigliosamente ondulati, lunghi fin sulle spalle.
Alta, magra, poco seno, ma proporzionatissima.
Ah, una bocca disegnata: carnosa e ben definita, a cuore.
Mi correggo, decisamente figa questa spagnola, di non so dove, non volevo saperlo. Volevo saperne il meno possibile.
Dunque, palesemente sconfitta, sorrisi gentile ad entrambi, ma senza riuscire a far uscire un qualche suono che assomigliasse ad un ciao.
Avrei voluto andarmene, ma avrebbe dato troppo nell’occhio, non era una festa affollatissima, si sarebbe notata subito la mia fuga.
Mi feci coraggio e mi misi a chiacchierare con chiunque non fosse Alberto o la donna perfetta arrivata a Bologna da non si sa quale maledetto angolo della Spagna.
Un paio di bicchieri di vino avrebbero fatto decollare la serata, ma si moltiplicarono ben oltre la soglia del mio reggere l’alcol.
Risultato? Alle undici e mezza decollavo già a bordo di Shuttle ballerini, che mi scombussolavano l’equilibrio e mi facevano ridere un sacco.
Ballavo senza dare nell’occhio, ma ero divertita e assorta, parlavo un po’ per dissimulare l’ubriachezza, ma finivo con l’ottenere l’esatto contrario.
La lingua scivolava, le esse diventavano effe e le ultime lettere delle parole, spesso rimanevano incastrate nella lingua impastata.
Ma riuscivo a non pensare a loro, lì, poco distanti da me, a fare gli innamoratissimi.
Non so bene quanto tempo trascorse, ma so che dopo un po’ dall’inizio del mio intimo delirio, vidi avvicinarsi Alberto e lo sentii dirmi: “Ciao, ti va di parlare un po’ in terrazza, sono rimasto solo, Frida è tornata a casa.”
Ovviamente risposi di si.
Ho piccole lacune, ma ricordo che ci dirigemmo verso il terrazzo, su cui non c’era nessuno.
Ci sedemmo per terra, a guardare la città illuminata, in una sera di inizio settembre che sapeva tanto di malinconia.
Non ero innamorata di lui quando mi lasciò, ma l’orgoglio, povera stella, ne patisce comunque.
Quella sera, poi, che avevo visto per chi ero stata mollata, era tornato ad urlare per un po’, finchè non riuscii a stordirlo con il vino.
Nello stesso istante ci voltammo l’uno verso l’altra, io sorridevo ma lui sembrava fissarmi come se stesse cercando una risposta ad una domanda complicatissima.
“Ieri ho ritrovato il tuo quaderno, quello che pensavi di aver perso. Con la copertina verde e la scritta “Marta crea” sulla prima pagina. Era finito dietro il mobile con lo specchio. Te lo riporto, quando vuoi.”
Era uno dei mille quadernetti su cui appuntavo idee e buttavo giù roba improvvisata quando ero fuori casa.
Ovviamente ci tenevo tantissimo, ma non volevo sembrare ansiosa di poterlo rivedere appena possibile, con la scusa di riaverlo.
In quel momento, da dentro, il volume dello stereo si alzò e sentimmo arrivare fino a noi i Dire Straits.
Risposi semplicemente: “Non c’è nessuna fretta, sono ancora lontana dal pubblicare un romanzo” e lo dissi sorridendo e con leggerezza.
“Secondo me sei bravissima, non mi sono trattenuto e l’ho letto tutto, compresi gli appunti per la spesa. Che strano… Proprio la sera dopo, ci ritroviamo nello stesso posto… Sono rimasto molto colpito dalle tue parole: si sente che sei dentro a ciò che scrivi, a quello che racconti. Hai un universo intero dentro, sei un fiume di vita, di colori, di idee, di robe impossibili ma stupende!
Raccontalo Marta, chi lo leggerà lo amerà, sarà stupendo sapere che c’è qualcuno come te in questo mondo assurdo! Tu lo rimodelli il mondo, ci giochi e lo cambi e lo fai impazzire. Per una volta non è lui a far impazzire noi. Ridi di lui, ma con rispetto, e ne rimane spiazzato. Smette di fare male per un po’.
Mi spiace di non averlo mai notato prima. Sono sempre così cieco…”.
E dette queste parole abbassò lo sguardo scuotendo impercettibilmente la testa.
Non sono riuscita a rispondere. Mi giravano in testa tutte quelle parole e avevo negli occhi la sua convinzione mentre le pronunciava.
Era come se sapesse di non potermi più avere nonostante lo volesse, ora.
Mi pareva impossibile. Avevo visto Frida, era stupenda.
Eppure in me si faceva spazio sempre più incontrollabile, l’idea che mi volesse ancora.
Certo che sarei tornata con lui. Subito, di corsa, ma non sapevo come dirglielo.
Non era amore, ma un’attrazione magnetica, tanto mentale quanto fisica.
Mi attirava a sé solo con il suo sguardo intenso e il suo mordersi le labbra.
Quando parlava di musica potevo ascoltarlo in adorazione ed estasi per ore, quando si sdraiava accanto a me e iniziava a baciarmi sul collo, sentivo chiudersi lo stomaco per quanto lo desideravo.
Con quelle parole poteva soltanto volermi dire che voleva riprovare, che quattro mesi erano davvero pochi per conoscersi, e magari, per imparare ad amarsi.
Pensai tutto questo ma non aprii bocca.
“Frida è incinta. Vuole avere il bambino, trasferirsi qui e sposarsi.
Io a ventiquattro anni devo mettere su famiglia con una ragazza che non conosco nemmeno, con cui sto da pochi mesi.
L’ho conosciuta a Ibiza l’altra estate e me l’ha data la prima sera.
Meno di un anno dopo mi dice che viene a fare l’erasmus a Bologna.
Stavo con te, ma ho pensato che lei sarebbe stata qui solo un anno…alla fine è bellissima ed è più grande di me.
Ecco la maturità che ho io! Arriva una figa, me la tengo finchè c’è, poi addio.
In più ho sempre avuto l’idea che fosse un po’ troia, te lo dico.
Adesso ci faccio un figlio.
Non ho un lavoro, alla laurea mi manca parecchio, devo trovare una casa, fare il marito e fare il padre.
Lei non vuole sentire ragioni.
I suoi ci aiuteranno…e mi va anche bene, casa ce la comprano e continuano a mantenerci, ma non ha senso.
Eppure non posso farci nulla, lo tiene ed è mio.
Non la amo, quasi la odio, non la conosco nemmeno bene, perché a parte trombare c’è poco altro. E sto per sposarla.
Mi sono rovinato l’esistenza, con queste stesse mani, a ventiquattro anni.
Sarò infelice a vita perché non sono stato in grado di tenerlo nelle mutande.
Sono il classico coglione che si fotte da sé, che anziché leggere le pagine di un quaderno e fermasi a pensare, fermarsi a guardare, fermarsi a capire, preferisce scopare una spagnola.
Ecco chi sono.
E adesso ti avrà qualcun altro Marta, altri avranno le tue parole per loro e i tuoi baci. Il tuo sorriso, le tue mani morbide, le tue sciarpe colorate.
Perché io non mi sono fermato a guardare.
Frida è incinta e adesso devo decidere la data in cui dare la botta definitiva alla mia esistenza.”
Mi uscì solo un “Mi dispiace”.
Ero sconvolta e mi sentivo terribilmente stupida per aver pensato che volesse riavvicinarsi a me.
Un bambino e una moglie.
Tra meno di nove mesi, padre.
Che bastonata…
Adesso il suo sguardo era triste e impotente. Un leone in gabbia senza prospettive di fuga. Non era inquieto, ma rassegnato.
“Ti riporto il quaderno Marta…e se ti va facciamo l’amore.”
Sentirsi soli rende coraggiosi e audaci.
“Voglio un ricordo di te, dopo aver visto chi sei.
Voglio poter dire di averti avuta dopo che i miei occhi si sono spalancati.
Voglio che tu abbia un ricordo di me.”
Non riuscivo a riflettere, ma mi sentivo un po’ meno stupida.
Capivo solo che se lo volevo, sarebbe stata l’ultima occasione per averlo.
E lo volevo, tanto, troppo per riuscire a rimanere lucida.
“Il quaderno puoi tenerlo. Sarà il mio ricordo. Mi ritroverai lì quando ti mancherò. Sarà una briciola di me per sempre tua. Sarò io, ad abbracciarti tra le pagine. Le mie parole saranno le mie carezze.”
Sapevo cosa volevo, sapevo che non avrei dovuto.
“Ma voglio che mi lasci il tuo, di ricordo, stanotte.
Perché domani potrei non avere questo coraggio.
Andiamo da me.
Il cielo, o chi per lui, ha voluto che ci incontrassimo.
Domani non sarà più lo stesso.
La magia svanisce, la magia della notte… E questa è la nostra notte: lei ha voluto che su questa terrazza ci dicessimo quello che ancora era da dire, lei pretende che sfidiamo ciò che è giusto per ciò che è nostro.
A lei non importa se siamo sbagliati.
È una complice dolcissima.
Nasconde i volti, ma illumina i corpi ansiosi di mostrarle cos’è la vita.
Lasciami una briciola di te, stanotte.”
Si alzò e mi tese la mano per aiutarmi a fare lo stesso.
Andammo a casa mia.
Il resto è storia, una storia complicata di strade che si separano.
Ma quella notte volevamo solo avere ventiquattro anni e chiedevamo semplicemente un po’ di bassa marea per riprendere fiato, prima di immergerci nuovamente in quell’immenso oceano burrascoso che è questa vita.
venerdì 24 luglio 2009
Tasche bucate
Sul muro
ho visto segni di te.
La cima là in fondo
si confonde nel nero del cielo
orfano di stelle.
Fisso i mattoni sbriciolati.
Gioco col dolore
che vitreo
tutto trapassa.
Smisurate vergogne
bucano le mie tasche
mentre vi affondo i pugni
per non permettere alle lacrime
di bagnare il mio viso sconfitto.
ho visto segni di te.
La cima là in fondo
si confonde nel nero del cielo
orfano di stelle.
Fisso i mattoni sbriciolati.
Gioco col dolore
che vitreo
tutto trapassa.
Smisurate vergogne
bucano le mie tasche
mentre vi affondo i pugni
per non permettere alle lacrime
di bagnare il mio viso sconfitto.
Periferie
Luci accese nelle periferie,
a ricordare
che c'è chi non conosce sonno.
Bar deserti,
perchè nemmeno bere
salva più le anime perse.
Cani soli
ululano al nulla
mentre cerchi di scopare.
Frighi vuoti.
E ti ritrovi a pensare
che domani ruberai.
a ricordare
che c'è chi non conosce sonno.
Bar deserti,
perchè nemmeno bere
salva più le anime perse.
Cani soli
ululano al nulla
mentre cerchi di scopare.
Frighi vuoti.
E ti ritrovi a pensare
che domani ruberai.
Sophie
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso” e dimentico per un attimo che domani devo tornare al MigliaHotel.
Dio, quanto lo odio…
Schifosissimo albergo tre stelle (una l’han pagata) a Ventimiglia.
Faccio le pulizie, sono una sguattera insomma.
Per due soldi da fame, che non mi ci pago nemmeno tutto e mi tocca pure fare la cameriera nel fine settimana.
Serva. Sguattera e serva. Cenerentola, in confronto, era una regina.
Solo che, solo che Cenerentola era una favola, questo invece è il 2009.
Ma per me potrebbe essere un anno qualunque degli ultimi dieci.
Da quando: o andare a vivere da sola, o continuare a prendere botte da mio padre.
Di università non s’è mai nemmeno accennato, non c’erano soldi, non ce ne sono mai stati.
E allora Ventimiglia, casa, lavoro, doppio lavoro.
Non vado in vacanza. Mai andata.
Tutte le poche amiche che ho, organizzano ogni estate il viaggio del secolo, “per staccare un po’”.
Lasciamo stare cosa staccherei io invece, ma lasciamo stare davvero.
La sera esco poco, non c’è molto da fare in questo postaccio sperduto,ma non dico mai di no ad un buon film, una buona chiacchierata, un buon bicchiere di vino o qualsiasi altra cosa mi risulti stimolante, meglio se a casa di qualcuno o fuori Ventimiglia.
Suono la chitarra, mi dicono divinamente, e scrivo canzoni, anche se raramente, solo sotto cieca ispirazione.
Mi vedo con Maurizio da sei mesi, ma la nostra relazione non decolla.
Credo che abbia paura e temo di non essere convinta nemmeno io.
Ma lui è meraviglioso quando non voglio restare sola, mi cura, in un certo senso, e sento molta tenerezza in tutto questo.
Ma niente amore e poca passione.
Funzionavamo meglio solamente come amici, ma abbiamo voluto provarci, non sai mai da che parte può arrivare la felicità…
Dunque, a ventotto anni ho un disastro di vita, un po’ triste e patetica, un po’ ricca di meravigliose piccolezze.
Più a posto di così, non so metterla.
È uno sforzo enorme tenerla insieme e rattopparla tutti i giorni, non riesco anche a rimetterla in ordine.
Una famiglia sfasciata alle spalle non permette troppe fughe.
Nessuna via d’uscita. Quello è il passato e non si scorda, non si cancella, non scappi.
Un’infanzia mai esistita è un peso logorante per chi possiede un’anima. Non la rimetti a posto una vita iniziata così.
Non la recuperi la felicità, ti mancherà sempre quello che non è stato.
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso e penso a mia madre e a che gran donna è stata.
Io non ce l’ho tutta quella forza.
Dio, quanto lo odio…
Schifosissimo albergo tre stelle (una l’han pagata) a Ventimiglia.
Faccio le pulizie, sono una sguattera insomma.
Per due soldi da fame, che non mi ci pago nemmeno tutto e mi tocca pure fare la cameriera nel fine settimana.
Serva. Sguattera e serva. Cenerentola, in confronto, era una regina.
Solo che, solo che Cenerentola era una favola, questo invece è il 2009.
Ma per me potrebbe essere un anno qualunque degli ultimi dieci.
Da quando: o andare a vivere da sola, o continuare a prendere botte da mio padre.
Di università non s’è mai nemmeno accennato, non c’erano soldi, non ce ne sono mai stati.
E allora Ventimiglia, casa, lavoro, doppio lavoro.
Non vado in vacanza. Mai andata.
Tutte le poche amiche che ho, organizzano ogni estate il viaggio del secolo, “per staccare un po’”.
Lasciamo stare cosa staccherei io invece, ma lasciamo stare davvero.
La sera esco poco, non c’è molto da fare in questo postaccio sperduto,ma non dico mai di no ad un buon film, una buona chiacchierata, un buon bicchiere di vino o qualsiasi altra cosa mi risulti stimolante, meglio se a casa di qualcuno o fuori Ventimiglia.
Suono la chitarra, mi dicono divinamente, e scrivo canzoni, anche se raramente, solo sotto cieca ispirazione.
Mi vedo con Maurizio da sei mesi, ma la nostra relazione non decolla.
Credo che abbia paura e temo di non essere convinta nemmeno io.
Ma lui è meraviglioso quando non voglio restare sola, mi cura, in un certo senso, e sento molta tenerezza in tutto questo.
Ma niente amore e poca passione.
Funzionavamo meglio solamente come amici, ma abbiamo voluto provarci, non sai mai da che parte può arrivare la felicità…
Dunque, a ventotto anni ho un disastro di vita, un po’ triste e patetica, un po’ ricca di meravigliose piccolezze.
Più a posto di così, non so metterla.
È uno sforzo enorme tenerla insieme e rattopparla tutti i giorni, non riesco anche a rimetterla in ordine.
Una famiglia sfasciata alle spalle non permette troppe fughe.
Nessuna via d’uscita. Quello è il passato e non si scorda, non si cancella, non scappi.
Un’infanzia mai esistita è un peso logorante per chi possiede un’anima. Non la rimetti a posto una vita iniziata così.
Non la recuperi la felicità, ti mancherà sempre quello che non è stato.
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso e penso a mia madre e a che gran donna è stata.
Io non ce l’ho tutta quella forza.
giovedì 23 luglio 2009
Gazzettino
Angelica è bulimica.
Non l’ho mai saputo. L’ho beccata l’altra sera alla cena di Paola.
Non ho detto nulla, lei nemmeno.
Da lì, non ci siamo più sentite.
Sua sorella Luisa va da un mago, a farsi spennare in cambio di incantesimi che le riportino il suo ex, sposato da oltre un anno.
Maddalena ha un leggero esaurimento, non si sa bene il perché, ma ce l’ha.
Prende psicofarmaci, santa miseria.
Ingoia pilloline per riuscire a vivere e a dormire.
Che panico ragazzi, che panico…
Filippo si è messo a tirare.
Non ha un soldo, ma si fa come un qualunque insulso e banalissimo figlio di papà, che si annoia da morire perché ne ha a valangate, lui, di soldi.
È sempre elettrico e frequenta gentaccia adesso.
Che paura.
Elisa non lo dice a nessuno ma l’abbiamo pinzata tutti: scopa con il collega a cui manca un dente. Quello con il codino, sempre ubriaco.
Esce con noi, porta anche suo figlio Nicolò come copertura, poi va via prima del tempo.
Il pupo si addormenta in macchina sul sedile posteriore e lei tromba su quello davanti.
È accertato, credetemi.
Enrica, invece, è la cornuta della famiglia.
Suo marito Roberto la tradisce con l’istruttrice di nuoto di Gloria, sua figlia.
L’istruttrice di nuoto ha vent’anni. Lei non lo molla solo perché è quello che lui vorrebbe.
Strana davvero la vita, strana sul serio.
Alex che continua ad andare dallo psicologo, perché a quarant’anni suonati si sente ancora in colpa per essere gay e aver deluso irrimediabilmente suo padre, che avrebbe tanto desiderato dei nipoti. E così ha smesso di amare suo figlio, che adesso è infelice e di nipoti non gliene ha dati comunque.
La “Lisboa è muito boa band” si è sciolta.
Dopo dieci anni di serate e concerti e sale di registrazione e composizioni e pezzi e arrangiamenti, si sono sciolti.
Stefy e Betta hanno litigato e di conseguenza anche Max e Andrea, bassista e batterista della suddetta band.
Una gran nostalgia quando l’ho saputo. Tutto va a puttane prima o poi, ma ho sempre pensato che loro avrebbero resistito finchè l’età lo avesse permesso.
Stupide donne, distruggono qualunque cosa.
In mezzo a tutto questo, eccomi: profondamente e incontrovertibilmente disillusa.
Non credo più in niente, sollevo le sopracciglia e osservo.
Inutile provare a capire, non si può comprendere il mistero di nessuno.
Possiamo solo amare e lasciare che succeda quel che ancora non sappiamo. Aspettare. Silenziosamente attendere.
La vita è una salita perenne.
Acquista peso, diventa ingombrante, respira la nostra stessa aria.
Non permette sogni la notte, figuriamoci di giorno.
Non lascia filtrare il sole con la sua densa presenza.
Ci ruba la coperta nelle notti più fredde e nasconde la fortuna tra le fauci di una tigre.
Ci sorride crudele e ci invita ad unirci a lei, bugiarda e lusinghiera.
A volte sembra davvero di odiarla, questa vita.
Non l’ho mai saputo. L’ho beccata l’altra sera alla cena di Paola.
Non ho detto nulla, lei nemmeno.
Da lì, non ci siamo più sentite.
Sua sorella Luisa va da un mago, a farsi spennare in cambio di incantesimi che le riportino il suo ex, sposato da oltre un anno.
Maddalena ha un leggero esaurimento, non si sa bene il perché, ma ce l’ha.
Prende psicofarmaci, santa miseria.
Ingoia pilloline per riuscire a vivere e a dormire.
Che panico ragazzi, che panico…
Filippo si è messo a tirare.
Non ha un soldo, ma si fa come un qualunque insulso e banalissimo figlio di papà, che si annoia da morire perché ne ha a valangate, lui, di soldi.
È sempre elettrico e frequenta gentaccia adesso.
Che paura.
Elisa non lo dice a nessuno ma l’abbiamo pinzata tutti: scopa con il collega a cui manca un dente. Quello con il codino, sempre ubriaco.
Esce con noi, porta anche suo figlio Nicolò come copertura, poi va via prima del tempo.
Il pupo si addormenta in macchina sul sedile posteriore e lei tromba su quello davanti.
È accertato, credetemi.
Enrica, invece, è la cornuta della famiglia.
Suo marito Roberto la tradisce con l’istruttrice di nuoto di Gloria, sua figlia.
L’istruttrice di nuoto ha vent’anni. Lei non lo molla solo perché è quello che lui vorrebbe.
Strana davvero la vita, strana sul serio.
Alex che continua ad andare dallo psicologo, perché a quarant’anni suonati si sente ancora in colpa per essere gay e aver deluso irrimediabilmente suo padre, che avrebbe tanto desiderato dei nipoti. E così ha smesso di amare suo figlio, che adesso è infelice e di nipoti non gliene ha dati comunque.
La “Lisboa è muito boa band” si è sciolta.
Dopo dieci anni di serate e concerti e sale di registrazione e composizioni e pezzi e arrangiamenti, si sono sciolti.
Stefy e Betta hanno litigato e di conseguenza anche Max e Andrea, bassista e batterista della suddetta band.
Una gran nostalgia quando l’ho saputo. Tutto va a puttane prima o poi, ma ho sempre pensato che loro avrebbero resistito finchè l’età lo avesse permesso.
Stupide donne, distruggono qualunque cosa.
In mezzo a tutto questo, eccomi: profondamente e incontrovertibilmente disillusa.
Non credo più in niente, sollevo le sopracciglia e osservo.
Inutile provare a capire, non si può comprendere il mistero di nessuno.
Possiamo solo amare e lasciare che succeda quel che ancora non sappiamo. Aspettare. Silenziosamente attendere.
La vita è una salita perenne.
Acquista peso, diventa ingombrante, respira la nostra stessa aria.
Non permette sogni la notte, figuriamoci di giorno.
Non lascia filtrare il sole con la sua densa presenza.
Ci ruba la coperta nelle notti più fredde e nasconde la fortuna tra le fauci di una tigre.
Ci sorride crudele e ci invita ad unirci a lei, bugiarda e lusinghiera.
A volte sembra davvero di odiarla, questa vita.
martedì 21 luglio 2009
Carta bianca...

Strategia del non considerare: indifferenza assoluta e totale verso chi si ama, chi si odia, chi ci ha fatto del male, chi l’ha messa ben bene lì, chi ci sta prendendo o prenderà, palesemente in giro.
Solo che va sempre tutto storto e ci si ritrova in un angolo, a parlare faccia a faccia con chi si doveva assolutamente evitare e a discutere di ciò che si doveva, senza scuse, dimenticare al più presto.
Strategia non funzionante, tenta ancora.
Strategia della diramazione, in cui l’essere umano (sedicente tale o pseudo- tale) si espande ovunque con reti di conoscenze e ragnatele elettromagnetiche, pur di avere qualcuno con cui passare il tempo ed essere proprio in quel locale, quella sera che c’è la squadra di calcio a festeggiare la fine del campionato.
Prima o poi, funziona alla grande, meglio se siete Satana in persona.
Strategie gaglioffe, strategie ridicole, strategie dettate da insicurezze crudeli che si divertono a tormentare il sensibilissimo ego, distruttivo, ok, ma pur sempre di una sensibilità scientificamente improbabile da misurare.
Strategia del dire la cosa giusta, meglio se detta già da qualcun altro, per non essere da meno e non perdere treni in corsa verso notti di sesso culturale con studenti trentenni, porci oltre ogni limite, ma con l’aria da intellettuali.
Strategia patetica, ma di lunga una delle più affidabili.
Strategia dell’enfatizzare la sbornia, di modo che all’indomani della figura di merda più grossa della vita, le responsabilità si possano scaricare tutte sul troppo alcol, chissà poi perché, un bicchiere e già decolli…eppure ieri sera non ti sei trattenuta/o…e si vedono i risultati: sei una mignotta/bastardo con o senza alcol in corpo.
Strategia in disuso, oggi son tutte/i mignotte/bastardi, sempre.
Strategia dell’io mi faccio i cazzi miei: non importa nulla di niente, solo la propria libertà e la propria vita vissuta come più aggrada. Strategia che funziona, semplicemente, in maniera splendida, dato che poi la scopata ci scappa sempre, con l’ochetta senza cervello, che si fa fregare dalla finta indipendenza di pensiero di un bimbetto che ancora non ha deciso se è punk, svarione-alternativo, sessantottino o reggae-sciallo-party-rasta-boy.
Strategia dello sfinimento: chi la dura la vince e io stresso finchè non ottengo. Funziona anche questa, dato che, spesso, per mancanza di alternative valide, causa sciopero dei neuroni, si finisce con l’accontentare chi di dovere pur di toglierselo dai piedi.
Strategia del riempire di balle, anche detta del prendere around.
Vecchio, vecchissimo trucco, inflazionato e dimenticato solo in stato vegetativo, del dire l’esatto opposto di quello che è in realtà.
Fissare negli occhi con sicurezza, alzare anche un po’ la voce per sembrare più credibili, improvvisare un moto d’animo di orgoglio ferito per accuse tanto infamanti e infondate, far sentire un fazzoletto usato la persona che, in realtà, aveva semplicemente visto chiaramente.
Inutile dire se funziona. Ovvio. Stupidi esseri.
Strategie stucchevoli, che tolgono il respiro, che fan ronzare le orecchie e svenire. Il tutto metaforicamente, ovvio.
Faticosa e miserevole un’esistenza all’insegna di comportamenti pre-studiati, decisi a tavolino, schematizzati su un foglio per non scordarsi passaggi importanti.
Carta bianca, ecco cosa voglio, cosa sono, chi sono!
Vi spaventa che io non abbia i bigliettini nascosti nel reggiseno? O vi stupisce?
C’è, tra le vostre strategie, quella dell’essere chi siete? E se non lo sapete, perché non cercate una risposta (che mai troverete…forse è tutto qui il senso…) anziché leggere le risposte su di un post-it giallo sbiadito?
Io e le mie domande retoriche…
Fate un po’ come credete, io ho carta bianca da riempire.
Solo che va sempre tutto storto e ci si ritrova in un angolo, a parlare faccia a faccia con chi si doveva assolutamente evitare e a discutere di ciò che si doveva, senza scuse, dimenticare al più presto.
Strategia non funzionante, tenta ancora.
Strategia della diramazione, in cui l’essere umano (sedicente tale o pseudo- tale) si espande ovunque con reti di conoscenze e ragnatele elettromagnetiche, pur di avere qualcuno con cui passare il tempo ed essere proprio in quel locale, quella sera che c’è la squadra di calcio a festeggiare la fine del campionato.
Prima o poi, funziona alla grande, meglio se siete Satana in persona.
Strategie gaglioffe, strategie ridicole, strategie dettate da insicurezze crudeli che si divertono a tormentare il sensibilissimo ego, distruttivo, ok, ma pur sempre di una sensibilità scientificamente improbabile da misurare.
Strategia del dire la cosa giusta, meglio se detta già da qualcun altro, per non essere da meno e non perdere treni in corsa verso notti di sesso culturale con studenti trentenni, porci oltre ogni limite, ma con l’aria da intellettuali.
Strategia patetica, ma di lunga una delle più affidabili.
Strategia dell’enfatizzare la sbornia, di modo che all’indomani della figura di merda più grossa della vita, le responsabilità si possano scaricare tutte sul troppo alcol, chissà poi perché, un bicchiere e già decolli…eppure ieri sera non ti sei trattenuta/o…e si vedono i risultati: sei una mignotta/bastardo con o senza alcol in corpo.
Strategia in disuso, oggi son tutte/i mignotte/bastardi, sempre.
Strategia dell’io mi faccio i cazzi miei: non importa nulla di niente, solo la propria libertà e la propria vita vissuta come più aggrada. Strategia che funziona, semplicemente, in maniera splendida, dato che poi la scopata ci scappa sempre, con l’ochetta senza cervello, che si fa fregare dalla finta indipendenza di pensiero di un bimbetto che ancora non ha deciso se è punk, svarione-alternativo, sessantottino o reggae-sciallo-party-rasta-boy.
Strategia dello sfinimento: chi la dura la vince e io stresso finchè non ottengo. Funziona anche questa, dato che, spesso, per mancanza di alternative valide, causa sciopero dei neuroni, si finisce con l’accontentare chi di dovere pur di toglierselo dai piedi.
Strategia del riempire di balle, anche detta del prendere around.
Vecchio, vecchissimo trucco, inflazionato e dimenticato solo in stato vegetativo, del dire l’esatto opposto di quello che è in realtà.
Fissare negli occhi con sicurezza, alzare anche un po’ la voce per sembrare più credibili, improvvisare un moto d’animo di orgoglio ferito per accuse tanto infamanti e infondate, far sentire un fazzoletto usato la persona che, in realtà, aveva semplicemente visto chiaramente.
Inutile dire se funziona. Ovvio. Stupidi esseri.
Strategie stucchevoli, che tolgono il respiro, che fan ronzare le orecchie e svenire. Il tutto metaforicamente, ovvio.
Faticosa e miserevole un’esistenza all’insegna di comportamenti pre-studiati, decisi a tavolino, schematizzati su un foglio per non scordarsi passaggi importanti.
Carta bianca, ecco cosa voglio, cosa sono, chi sono!
Vi spaventa che io non abbia i bigliettini nascosti nel reggiseno? O vi stupisce?
C’è, tra le vostre strategie, quella dell’essere chi siete? E se non lo sapete, perché non cercate una risposta (che mai troverete…forse è tutto qui il senso…) anziché leggere le risposte su di un post-it giallo sbiadito?
Io e le mie domande retoriche…
Fate un po’ come credete, io ho carta bianca da riempire.
Sacchetti di plastica
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non soffocare in questo circo scapestrato.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non sentire la nausea in queste sere
malate ed agitate,
di vuoti comuni e occhiali da sole,
di macchine a pezzi
e zucchero di canna
in fondo a un bicchiere.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le nostre donne sono puttane
e i nostri uomini codardi e vili,
perché i nostri figli uccidono in notti di noia
e il nostro passato non conosce verità.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non essere vittime degli eventi
ma creatori indiscussi dei nostri sbagli,
per sfuggire a regole anacronistiche
e leggi fasciste,
per scordare che costringono anche noi
ad usare i bastoni ogni giorno.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché un padre non può bucarsi in salotto
e una madre non dovrebbe smettere di vivere per crescerci.
Vomitiamo nei sacchetti plastica
per violentare le menti di chi ci vuole diversi,
per provocare disgusto in chi ricorre a frasi fatte
perché non sa pensare.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le bombe continuano a cadere
e gli uomini a morire
per qualcosa di cui
non sanno niente.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
tutto il rancore e la rabbia
verso ciò che ci hanno imposto
e spacciato per giusto,
verso tutto ciò che ci fa sanguinare la mente.
Scappiamo, semplicemente scappiamo
vomitando nei sacchetti di plastica,
da questo cesso di mondo.
Non temo la superficialità,
non la conosco.
Temo il logorio dei nervi
e l’abbandono della mente.
Fino ad allora,
continuerò a vomitare.
Non rimarrò mai
impassibile.
per non soffocare in questo circo scapestrato.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non sentire la nausea in queste sere
malate ed agitate,
di vuoti comuni e occhiali da sole,
di macchine a pezzi
e zucchero di canna
in fondo a un bicchiere.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le nostre donne sono puttane
e i nostri uomini codardi e vili,
perché i nostri figli uccidono in notti di noia
e il nostro passato non conosce verità.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non essere vittime degli eventi
ma creatori indiscussi dei nostri sbagli,
per sfuggire a regole anacronistiche
e leggi fasciste,
per scordare che costringono anche noi
ad usare i bastoni ogni giorno.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché un padre non può bucarsi in salotto
e una madre non dovrebbe smettere di vivere per crescerci.
Vomitiamo nei sacchetti plastica
per violentare le menti di chi ci vuole diversi,
per provocare disgusto in chi ricorre a frasi fatte
perché non sa pensare.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le bombe continuano a cadere
e gli uomini a morire
per qualcosa di cui
non sanno niente.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
tutto il rancore e la rabbia
verso ciò che ci hanno imposto
e spacciato per giusto,
verso tutto ciò che ci fa sanguinare la mente.
Scappiamo, semplicemente scappiamo
vomitando nei sacchetti di plastica,
da questo cesso di mondo.
Non temo la superficialità,
non la conosco.
Temo il logorio dei nervi
e l’abbandono della mente.
Fino ad allora,
continuerò a vomitare.
Non rimarrò mai
impassibile.
lunedì 20 luglio 2009
L'amore è attendersi
"Chissà se tornerai...
Ma tanto lo so che non succederà mai.
Eppure ti ho atteso per mille notti e altrettante ore, qui, su questo molo silenzioso, sprofondato nel grigio della nebbia che avvinghia l'anima.
Ho cantato a lungo, al suono delle onde lente e monotone o fragorose e arrabbiate, il canto che speravo ti guidasse da me, tra gli spruzzi di questo mare che sa essere compagno fedele nei giorni di arresa.
Ho danzato ogni sera, al calore di un fuoco incantato, vivace e fiducioso, che mi suggeriva, tra i suoi infiniti giochi d'ombre, di non smettere di aspettare.
Ho sorriso ogni mattina, al sole allegro che mi diceva buongiorno, immaginando che potesse essere il giorno del tuo ritorno."
Su un molo perso nel tempo, in un luogo qualunque scordato dai più, stava una donna.
Il suo vestito si agitava al vento, sulla testa un velo. Sul volto lo stesso velo che lasciava scoperti solo gli occhi, color dei boschi la notte, neri e lucidi come un corvo al sole, grandi e allungati come solo una donna dell'India può avere.
Occhi che fissavano l'orizzonte e lo scrutavano scavandolo fin nelle sue viscere, dritto davanti a loro il blu del mare che si fondeva con l'azzurro del cielo, spettacolo immobile di mondo impossibile.
Solo silenzio e attesa tra quei colori, quelle ore, ed i veli di quel vestito arancione.
"Oggi è il gran giorno. Me ne devo andare, devo lasciare questi scogli e le loro voci e devo andare.
Perdonami se ho perso la speranza, se ho scordato che l'amore è attendersi, non aversi.
Perdona il tradimento della promessa che ti ho fatto quando ti portarono via e perdonami per quando tornerai ed io non ci sarò.
Non sono capace di vivere solamente pensandoti: non sento i tuoi baci sulla pelle, non tremo sotto le tue mani che mi esplorano, non sento la tua voce che sussurra il mio nome e mi domanda: "Io ti appartengo, lo sai, vero?".
Non posso parlare per sempre con il silenzio.
Ora lo conosco, l'ho conosciuto in questi anni. Non mi spaventa più, non mi terrorizza come quando tu eri qui. Ho imparato ad amarlo, ad averne bisogno, a cercarlo. Ora che so che siamo tutti fatti di silenzio, che nasciamo in lui, viviamo con lui e a lui torneremo.
La vita è silenzio, l'ho capito.
Ed io sono vita, io sono silenzio, io sarò per sempre tua in lui."
Con questi pensieri chiuse i suoi grandi occhi neri, respirò a pieni polmoni l'odore del mare e sorrise.
Non si voltò. Non si allontanò.
Andò verso la fine del molo a passi lenti e leggeri e si lasciò cadere nelle acque agitate che si scontravano sulle rocce.
Il vestito arancione scomparve in un istante, risucchiato dai vortici delle onde.
Unica goccia di colore in quella nebbia fitta che esaspera i sensi, il solo puntino colorato su una tela immacolata, adesso, non c'era più.
Per me il silenzio, da allora, è arancione.
Non avrà senso, ma per me conserverà sempre il colore di quel vestito che danzava nel vento, su un molo perso da qualche parte nel mondo.
Poco dopo, come per incanto, la nebbia iniziò a diradarsi e lasciar spazio ai raggi del sole, che lenti si insinuavano a rischiarare l'orizzonte.
Si vide qualcosa di mai visto fino ad allora: una nave avanzava verso il molo, giungeva da terre lontane, in quel posto dimenticato dai più.
Chissà poi perchè proprio lì.
Ma tanto lo so che non succederà mai.
Eppure ti ho atteso per mille notti e altrettante ore, qui, su questo molo silenzioso, sprofondato nel grigio della nebbia che avvinghia l'anima.
Ho cantato a lungo, al suono delle onde lente e monotone o fragorose e arrabbiate, il canto che speravo ti guidasse da me, tra gli spruzzi di questo mare che sa essere compagno fedele nei giorni di arresa.
Ho danzato ogni sera, al calore di un fuoco incantato, vivace e fiducioso, che mi suggeriva, tra i suoi infiniti giochi d'ombre, di non smettere di aspettare.
Ho sorriso ogni mattina, al sole allegro che mi diceva buongiorno, immaginando che potesse essere il giorno del tuo ritorno."
Su un molo perso nel tempo, in un luogo qualunque scordato dai più, stava una donna.
Il suo vestito si agitava al vento, sulla testa un velo. Sul volto lo stesso velo che lasciava scoperti solo gli occhi, color dei boschi la notte, neri e lucidi come un corvo al sole, grandi e allungati come solo una donna dell'India può avere.
Occhi che fissavano l'orizzonte e lo scrutavano scavandolo fin nelle sue viscere, dritto davanti a loro il blu del mare che si fondeva con l'azzurro del cielo, spettacolo immobile di mondo impossibile.
Solo silenzio e attesa tra quei colori, quelle ore, ed i veli di quel vestito arancione.
"Oggi è il gran giorno. Me ne devo andare, devo lasciare questi scogli e le loro voci e devo andare.
Perdonami se ho perso la speranza, se ho scordato che l'amore è attendersi, non aversi.
Perdona il tradimento della promessa che ti ho fatto quando ti portarono via e perdonami per quando tornerai ed io non ci sarò.
Non sono capace di vivere solamente pensandoti: non sento i tuoi baci sulla pelle, non tremo sotto le tue mani che mi esplorano, non sento la tua voce che sussurra il mio nome e mi domanda: "Io ti appartengo, lo sai, vero?".
Non posso parlare per sempre con il silenzio.
Ora lo conosco, l'ho conosciuto in questi anni. Non mi spaventa più, non mi terrorizza come quando tu eri qui. Ho imparato ad amarlo, ad averne bisogno, a cercarlo. Ora che so che siamo tutti fatti di silenzio, che nasciamo in lui, viviamo con lui e a lui torneremo.
La vita è silenzio, l'ho capito.
Ed io sono vita, io sono silenzio, io sarò per sempre tua in lui."
Con questi pensieri chiuse i suoi grandi occhi neri, respirò a pieni polmoni l'odore del mare e sorrise.
Non si voltò. Non si allontanò.
Andò verso la fine del molo a passi lenti e leggeri e si lasciò cadere nelle acque agitate che si scontravano sulle rocce.
Il vestito arancione scomparve in un istante, risucchiato dai vortici delle onde.
Unica goccia di colore in quella nebbia fitta che esaspera i sensi, il solo puntino colorato su una tela immacolata, adesso, non c'era più.
Per me il silenzio, da allora, è arancione.
Non avrà senso, ma per me conserverà sempre il colore di quel vestito che danzava nel vento, su un molo perso da qualche parte nel mondo.
Poco dopo, come per incanto, la nebbia iniziò a diradarsi e lasciar spazio ai raggi del sole, che lenti si insinuavano a rischiarare l'orizzonte.
Si vide qualcosa di mai visto fino ad allora: una nave avanzava verso il molo, giungeva da terre lontane, in quel posto dimenticato dai più.
Chissà poi perchè proprio lì.
venerdì 17 luglio 2009
Fogne realmente esistite
Donne incinte che tradiscono, donne sposate con bambini che tradiscono, fidanzati che lo fanno a tre mesi dal matrimonio, dopo dieci anni di fidanzamento.
Donne di trent’ anni che non sentono bisogno di sesso,così i loro mariti lo vanno a cercare altrove.
Amiche che si fanno il tuo ragazzo, il tuo ragazzo che si fa tua cugina, tua cugina che si fa un’intera band.
Ragazze poco più che ventenni che fanno le amanti di uomini sposati ultra-quarantenni e fingono anche di credere, che il lui di turno, lascerà moglie e figli per loro.
Dipendenti statali che intrallazzano con il dirigente del settore del caso per ottenere favoritismi.
Mariti integerrimi che frequentano abitualmente night club.
Mogli che accettano regali dagli amanti e a casa si vantano dello sconto su Chanel n.5 di cui non potevano non approfittare, salterellando felici da una stanza all’altra della casa che il marito ha comperato.
Donne che percepiscono gli assegni per figli a carico che messaggiano e si scrivono e-mail con colleghi, si truccano per andare al lavoro e indossano maglie il più scollate possibile.
Uomini che tradiscono le mogli con il cameriere del bar della pausa pranzo, mariti che al lavoro ispezionano sotto la gonna dell’amante-collega per controllare se, come d’accordo, non indossa nulla a parte le autoreggenti.
Mariti sempre in giro per lavoro, che una volta ogni dieci, ritagliano un week-end al mare con la segretaria.
Quante seconde scelte e quanta fatica.
Quanto bisogno di un po’ di misera considerazione, quanta vita da bruciare e trasformare in cenere.
Quanta solitudine e insoddisfazione nell’incubatrice dell’anima, quanta miseria nei giorni e nelle settimane che si susseguono senza sosta, quanta paura tra le pieghe dell’autostima, quanta amarezza nei destini caduti a picco nei nostri cortili.
Siamo avidi di vita o di sesso?
Il sesso è vita, risponderà qualcuno. E’ la stessa cosa.
Il sesso è sesso, dico io. La vita è altro.
La vita ad ogni costo, il resto non lo so…
Deciderò, poi cambierò idea.
Intanto, sono già infognata...
Donne di trent’ anni che non sentono bisogno di sesso,così i loro mariti lo vanno a cercare altrove.
Amiche che si fanno il tuo ragazzo, il tuo ragazzo che si fa tua cugina, tua cugina che si fa un’intera band.
Ragazze poco più che ventenni che fanno le amanti di uomini sposati ultra-quarantenni e fingono anche di credere, che il lui di turno, lascerà moglie e figli per loro.
Dipendenti statali che intrallazzano con il dirigente del settore del caso per ottenere favoritismi.
Mariti integerrimi che frequentano abitualmente night club.
Mogli che accettano regali dagli amanti e a casa si vantano dello sconto su Chanel n.5 di cui non potevano non approfittare, salterellando felici da una stanza all’altra della casa che il marito ha comperato.
Donne che percepiscono gli assegni per figli a carico che messaggiano e si scrivono e-mail con colleghi, si truccano per andare al lavoro e indossano maglie il più scollate possibile.
Uomini che tradiscono le mogli con il cameriere del bar della pausa pranzo, mariti che al lavoro ispezionano sotto la gonna dell’amante-collega per controllare se, come d’accordo, non indossa nulla a parte le autoreggenti.
Mariti sempre in giro per lavoro, che una volta ogni dieci, ritagliano un week-end al mare con la segretaria.
Quante seconde scelte e quanta fatica.
Quanto bisogno di un po’ di misera considerazione, quanta vita da bruciare e trasformare in cenere.
Quanta solitudine e insoddisfazione nell’incubatrice dell’anima, quanta miseria nei giorni e nelle settimane che si susseguono senza sosta, quanta paura tra le pieghe dell’autostima, quanta amarezza nei destini caduti a picco nei nostri cortili.
Siamo avidi di vita o di sesso?
Il sesso è vita, risponderà qualcuno. E’ la stessa cosa.
Il sesso è sesso, dico io. La vita è altro.
La vita ad ogni costo, il resto non lo so…
Deciderò, poi cambierò idea.
Intanto, sono già infognata...
mercoledì 15 luglio 2009
Vivace, fadiesis, sibemolle
chiare, scure, colorate, rattrappite, raggrinzite,artificiose, allegre, raffazzonate...
argute, arcigne, arruffate... sempre parole sono, no?
e allora dille santo cielo, dille perchè ce n'è un gran bisogno! davvero, diciamole queste maledette parole e non continuiamo a tacerle e nasconderle e proteggerle!
son parole! van dette, van pronunciate! ma di cos'hai paura?
apri la bocca e falle uscire, permettiglielo. e permetti a me di sentirle per una volta, e di capirle!
non posso rimanere qui altrimenti. non posso proprio, io non...ce la faccio.
io vivo di parole, ne ho bisogno, voglio sapere, devo capire e tu non dici mai nulla e... mi trovo persa, davvero. mi manca la terra da sotto i piedi, il vuoto più totale, come in aereo. il nulla, non ti leggo così, non ti leggo proprio, non ci riesco assolutamente.
perdonami, ma io non sono una di quelle persone che capiscono tutto al volo, guardando negli occhi qualcuno. beh, per me, da soli possono anche mentire gli occhi, ne sono capacissimi. ma è mentre si dice qualcosa che non possono raccontare balle, e lì, li guardo e mi fido, lì no che non possono fregarmi.
perchè il tono della voce? quando ti trema la voce non vuol dire niente? non è una bellissima sensazione sentire qualcuno sussurrare qualcosa per renderlo ancora più intenso?
ma cazzo? ma sono io la pazza adesso? sono quella che deve vivere serena? ma come si fa a vivere sereni? non si può e non è possibile se ti fermi a pensare e a guardare, santo cielo ma non si può! ma lo vedi che schifo che c'è in giro? la gente cos'è diventata? tutto assurdo e l'esatto opposto di come dovrebbe essere! mi faccio domande, in continuazione, e mi chiedo come possano altri non farsele! che parte di mondo ti perdi? quanti aspetti della vita nemmeno immagini! ma non ti chiedi se ha un senso? e se si qual è? io impazzisco, non ci capisco nulla...per questo ho bisogno di parole di altri, per capire, per crescere, ho bisogno delle tue parole per crescere... voglio parlare con te, avere qualcosa da dirti, sapere che capirai e tu che capirò...
non rimarrò qui, non è il mio posto.
non vuoi farmi entrare nel tuo mondo, per me è abbastanza.
è triste pensare che quando racconterò di te, non avrò nulla da raccontare.
riempilo quel vuoto, è la guerra di tutti, è il senso per alzarsi ancora la mattina.
io lo so che sembro pazza, ma è tutto quello che ho...le parole dico, per riempire il mio vuoto.
mi mancherà il tuo letto...
argute, arcigne, arruffate... sempre parole sono, no?
e allora dille santo cielo, dille perchè ce n'è un gran bisogno! davvero, diciamole queste maledette parole e non continuiamo a tacerle e nasconderle e proteggerle!
son parole! van dette, van pronunciate! ma di cos'hai paura?
apri la bocca e falle uscire, permettiglielo. e permetti a me di sentirle per una volta, e di capirle!
non posso rimanere qui altrimenti. non posso proprio, io non...ce la faccio.
io vivo di parole, ne ho bisogno, voglio sapere, devo capire e tu non dici mai nulla e... mi trovo persa, davvero. mi manca la terra da sotto i piedi, il vuoto più totale, come in aereo. il nulla, non ti leggo così, non ti leggo proprio, non ci riesco assolutamente.
perdonami, ma io non sono una di quelle persone che capiscono tutto al volo, guardando negli occhi qualcuno. beh, per me, da soli possono anche mentire gli occhi, ne sono capacissimi. ma è mentre si dice qualcosa che non possono raccontare balle, e lì, li guardo e mi fido, lì no che non possono fregarmi.
perchè il tono della voce? quando ti trema la voce non vuol dire niente? non è una bellissima sensazione sentire qualcuno sussurrare qualcosa per renderlo ancora più intenso?
ma cazzo? ma sono io la pazza adesso? sono quella che deve vivere serena? ma come si fa a vivere sereni? non si può e non è possibile se ti fermi a pensare e a guardare, santo cielo ma non si può! ma lo vedi che schifo che c'è in giro? la gente cos'è diventata? tutto assurdo e l'esatto opposto di come dovrebbe essere! mi faccio domande, in continuazione, e mi chiedo come possano altri non farsele! che parte di mondo ti perdi? quanti aspetti della vita nemmeno immagini! ma non ti chiedi se ha un senso? e se si qual è? io impazzisco, non ci capisco nulla...per questo ho bisogno di parole di altri, per capire, per crescere, ho bisogno delle tue parole per crescere... voglio parlare con te, avere qualcosa da dirti, sapere che capirai e tu che capirò...
non rimarrò qui, non è il mio posto.
non vuoi farmi entrare nel tuo mondo, per me è abbastanza.
è triste pensare che quando racconterò di te, non avrò nulla da raccontare.
riempilo quel vuoto, è la guerra di tutti, è il senso per alzarsi ancora la mattina.
io lo so che sembro pazza, ma è tutto quello che ho...le parole dico, per riempire il mio vuoto.
mi mancherà il tuo letto...
martedì 14 luglio 2009
Il quadro in salotto (inspired by A.'s painting)
A gambe incrociate, su di una coperta a quadri rosa e arancione, a fissare il fuoco, ad attendere che lentamente si consumi, si esaurisca, si spenga, cedendo il posto alla brace e, poi, alla cenere.
Forse speravamo che potesse succedere la stessa cosa con i nostri sensi: avrebbero bruciato di fantasia in quella notte d’estate, liberi di ardere nell’immaginazione, di creare storie che non possono essere raccontate. Ma si sarebbero spenti, avrebbero taciuto il segreto di quelle ore assopendosi con il nascere del sole.
L’unica traccia che avrebbero lasciato, sarebbe stata un ricordo innocuo di una notte di vino e di vento tra i capelli e sul collo, una notte ubriaca di sogni e canzoni.
Gli altri erano già tutti a dormire.
Noi eravamo rimasti per la canna della buonanotte e per spegnere il falò.
Tutti i week-end in montagna da Andrea si concludevano con il gran falò dell’ultima sera. Gli ultimi spegnevano tutto accuratamente. Peccato che, di solito, erano sempre i più ubriachi e di accurato non avevano nulla.
Decidemmo così di rimanere noi, che tra tutti eravamo i più in sé, con la scusa della canna.
Eravamo distanti dalla casa con il portico con il dondolo a fiori azzurri, ci separavano la stradina e la lunga scala di pietra.
Eravamo lontani da tutto.
Eravamo soli.
Il fuoco non accennava ad acquietarsi, mi misi a rollare mentre lei fissava il fuoco e rimanevamo in silenzio.
Si sentiva una strana elettricità nell’aria, come quando sta per piovere.
Circondati dalle montagne silenziose e immersi nel buio della notte spezzato solo dal fuoco e dalle stelle, noi due ci eravamo cercati e avevamo desiderato quel momento.
Forse ce l’eravamo immaginato mille volte, forse l’avevamo aspettato per mesi senza ammetterlo e avevamo pensato a come sarebbe stato o a come sarebbe successo, in quale modo tra i milioni possibili.
Forse sapevamo anche, che prima o poi avremmo avuto il nostro tempo.
Lei era bellissima. Vedevo il suo profilo illuminato dal fuoco, la maglietta viola che lasciava scoperte le spalle e la gonna con i girasoli che mostrava gambe affusolate. Di tanto in tanto giocava con i suoi capelli e cercava in controluce traccia di doppie punte.
Non parlavamo, guardavamo il fuoco che a poco a poco dava segni di cedimento e arresa, fumavamo, alzavamo lo sguardo in cerca di fortuna a forma di stella cadente.
Per un po’ pensai che non ci saremmo mai detti niente e pensai che andava benissimo così.
Ma dopo un po’ lei disse: “Forse mi taglio i capelli”.
Un dolore in pieno petto. Una fitta allucinante al cuore.
La guardai stupito: “Ma sono così belli…Anche adesso, sono stupendi alla luce del fuoco, brillano di mille riflessi, smettono di essere castani e diventano color rame…E poi ti scendono sulle spalle in maniera così dolce…”
Ero partito, la coperta di stelle mi aveva reso coraggioso e l’ultima canna aveva inondato la notte di meraviglia, istigando la mia bocca a pronunciare parole ardite. La voglia di vedere come andava a finire poi, fece il resto e mi ritrovai a dire, certo che lei mi avrebbe capito: “E i tuoi capelli, che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti…”.
Lo ripetei sempre più a bassa voce, sussurrando appena alla fine, come nella canzone.
Vidi l’espressione del suo volto cambiare: le sopracciglia si sollevarono appena e vidi in lei la paura di chi sa bene cosa sta facendo.
I suoi occhi erano stupiti e arresi allo stesso tempo, i miei non le davano tregua.
Ci stavamo dicendo si, senza dircelo.
Per un po’ rimanemmo a guardarci.
Attimi eternamente immobili a sigillare silenzi rumorosi, attimi gocciolati dal cielo in una notte di agosto che non si può scordare, a capirsi e sentirsi senza dire una parola, anche solo una, che infrangerebbe il solo momento sacro che ci è rimasto: la verità davanti agli occhi.
Nel freddo che la notte porta con sé può esplodere un rogo, ora lo so.
Furono istanti di un’intensità dolorosa, i suoi occhi dicevano ciò che speravo e i miei erano completamente accecati da un sogno tanto bello.
Finalmente parlò: “Domani sera c’è la festa a sorpresa…ricordati i cd…alle otto da me…”.
Già, la festa a sorpresa.
Non avevamo parlato d’altro per tutto il week-end. Il compleanno di Carlo a sorpresa, domenica sera.
Carlo: il mio migliore amico, il suo ragazzo.
Stavano insieme da quasi due anni, lui era perso, lei innamorata.
Io lo conoscevo da quando avevo sei anni, è il migliore amico che abbia mai avuto.
Non risposi, continuai a guardarla e pensare che fosse meravigliosa.
Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la vidi alzarsi, prendere dei pezzi di legno e gettarli nel fuoco.
Venne verso di me e mi si inginocchiò di fronte.
Sentii le sue mani accarezzarmi il collo e la nuca e le sue labbra baciare le mie.
Presi il suo viso tra le mani e giocai con i lunghi capelli scuri, senza smettere di cercare la sua bocca, ora che il valzer dei baci era iniziato.
L’orchestra del nostro istinto guidava le mani, che ardite si infilavano nelle magliette a cercare centimetri di pelle proibiti, sotto la gonna con dita curiose a chiedere di più, tra l’elastico dei boxer ad un tratto troppo stretti.
Sdraiati sulla coperta rosa e arancione, a rubare istanti clandestini destinati a sparire tra le curve della vita, a stanare la vita troppo a lungo reclusa, ad urlare a Dio che quella era pace per davvero, a implorare la luna che non cedesse il passo al sole.
Se ci fosse stato qualcuno a spiarci, avrebbe visto due corpi che si intrecciavano su una coperta a scacchi rosa e arancione, pelle che si confondeva con pelle, mani che stringevano fino a far male, fino a togliere il respiro.
Schiene che si inarcavano, labbra che si mordevano, piacere che esplodeva tra gli occhi serrati.
Quella notte non spegnemmo alcun fuoco.
Bruciammo con lui, rischiarati dalla sua luce, confortati dal suo calore, protetti dal suo silenzio.
Forse volevamo solo scordare le pagine brutte di quel romanzo che è la nostra vita: quelle in cui l’anima si spezza e perdiamo la rotta, in cui il dolore fa tremare i pensieri e pulsare le vene, quelle in cui distogliamo lo sguardo per non vedere, in cui lame taglienti volano senza rotta sfregiando sorrisi.
Ingannare la vita è un gesto disperato e ingenuo, come quello di un bambino che vuole salvare un corvo in fin di vita con il calore delle sue carezze.
Evitarla è assurdo, come tentare di fermare un fiume che da secoli corre verso il mare.
Non l’abbiamo ingannata, non l’abbiamo evitata.
Ci siamo limitati a lasciarla libera, l’abbiamo seguita, l’abbiamo abbracciata.
Su una coperta rosa e arancione abbiamo accettato la sua vittoria, l’abbiamo accolta e cullata, non le abbiamo mentito.
Da dietro le montagne vedemmo nascere il giorno.
Abbracciati e avvolti in quella coperta che era stata nostra complice, vedemmo il sole innalzarsi e conquistare il cielo.
La nostra notte era finita e non ce ne sarebbero state altre.
Tutto sarebbe tornato come sempre, niente avrebbe tradito il nostro segreto.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato, adesso lo so, ma perché era solamente nostro, un segreto dolcissimo che solo rimanendo taciuto avrebbe mantenuto la sua purezza, la sua forma incantevole di dono del cielo, in una notte di poche parole, ma piena come nessun altra di libertà.
Lei si alzò e pestò gli ultimi tizzoni rimasti accesi.
Si voltò verso di me e disse solamente: “Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile...”.
Le sorrisi e lei fece lo stesso.
Insieme piegammo la nostra coperta e ci incamminammo verso casa senza dire una parola.
Non c’era niente di sbagliato.
Solo due destini che avevano voluto incrociarsi per una notte e confondersi per qualche ora.
Solo due corpi che sapevano di essere vivi e non volevano morire nell’immobile realtà, stagnante e nauseabonda.
Solo due cuori con il coraggio di guardare negli occhi il tempo che non torna, che si dimentica, che diventa polvere nei ricordi e che scompare, si spegne, si esaurisce.
Era estate.
Era agosto.
Era vita cazzo, solo vita.
Quella notte adesso è in un quadro appeso nel mio salotto.
Un quadro arancione e rosa: una donna dai capelli cortissimi con la paura negli occhi, la paura di chi sa cosa sta facendo.
Non ho potuto dipingere i suoi lunghi capelli scuri, li ho dovuti scordare.
Ma per me rimangono fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isol…
Forse speravamo che potesse succedere la stessa cosa con i nostri sensi: avrebbero bruciato di fantasia in quella notte d’estate, liberi di ardere nell’immaginazione, di creare storie che non possono essere raccontate. Ma si sarebbero spenti, avrebbero taciuto il segreto di quelle ore assopendosi con il nascere del sole.
L’unica traccia che avrebbero lasciato, sarebbe stata un ricordo innocuo di una notte di vino e di vento tra i capelli e sul collo, una notte ubriaca di sogni e canzoni.
Gli altri erano già tutti a dormire.
Noi eravamo rimasti per la canna della buonanotte e per spegnere il falò.
Tutti i week-end in montagna da Andrea si concludevano con il gran falò dell’ultima sera. Gli ultimi spegnevano tutto accuratamente. Peccato che, di solito, erano sempre i più ubriachi e di accurato non avevano nulla.
Decidemmo così di rimanere noi, che tra tutti eravamo i più in sé, con la scusa della canna.
Eravamo distanti dalla casa con il portico con il dondolo a fiori azzurri, ci separavano la stradina e la lunga scala di pietra.
Eravamo lontani da tutto.
Eravamo soli.
Il fuoco non accennava ad acquietarsi, mi misi a rollare mentre lei fissava il fuoco e rimanevamo in silenzio.
Si sentiva una strana elettricità nell’aria, come quando sta per piovere.
Circondati dalle montagne silenziose e immersi nel buio della notte spezzato solo dal fuoco e dalle stelle, noi due ci eravamo cercati e avevamo desiderato quel momento.
Forse ce l’eravamo immaginato mille volte, forse l’avevamo aspettato per mesi senza ammetterlo e avevamo pensato a come sarebbe stato o a come sarebbe successo, in quale modo tra i milioni possibili.
Forse sapevamo anche, che prima o poi avremmo avuto il nostro tempo.
Lei era bellissima. Vedevo il suo profilo illuminato dal fuoco, la maglietta viola che lasciava scoperte le spalle e la gonna con i girasoli che mostrava gambe affusolate. Di tanto in tanto giocava con i suoi capelli e cercava in controluce traccia di doppie punte.
Non parlavamo, guardavamo il fuoco che a poco a poco dava segni di cedimento e arresa, fumavamo, alzavamo lo sguardo in cerca di fortuna a forma di stella cadente.
Per un po’ pensai che non ci saremmo mai detti niente e pensai che andava benissimo così.
Ma dopo un po’ lei disse: “Forse mi taglio i capelli”.
Un dolore in pieno petto. Una fitta allucinante al cuore.
La guardai stupito: “Ma sono così belli…Anche adesso, sono stupendi alla luce del fuoco, brillano di mille riflessi, smettono di essere castani e diventano color rame…E poi ti scendono sulle spalle in maniera così dolce…”
Ero partito, la coperta di stelle mi aveva reso coraggioso e l’ultima canna aveva inondato la notte di meraviglia, istigando la mia bocca a pronunciare parole ardite. La voglia di vedere come andava a finire poi, fece il resto e mi ritrovai a dire, certo che lei mi avrebbe capito: “E i tuoi capelli, che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti…”.
Lo ripetei sempre più a bassa voce, sussurrando appena alla fine, come nella canzone.
Vidi l’espressione del suo volto cambiare: le sopracciglia si sollevarono appena e vidi in lei la paura di chi sa bene cosa sta facendo.
I suoi occhi erano stupiti e arresi allo stesso tempo, i miei non le davano tregua.
Ci stavamo dicendo si, senza dircelo.
Per un po’ rimanemmo a guardarci.
Attimi eternamente immobili a sigillare silenzi rumorosi, attimi gocciolati dal cielo in una notte di agosto che non si può scordare, a capirsi e sentirsi senza dire una parola, anche solo una, che infrangerebbe il solo momento sacro che ci è rimasto: la verità davanti agli occhi.
Nel freddo che la notte porta con sé può esplodere un rogo, ora lo so.
Furono istanti di un’intensità dolorosa, i suoi occhi dicevano ciò che speravo e i miei erano completamente accecati da un sogno tanto bello.
Finalmente parlò: “Domani sera c’è la festa a sorpresa…ricordati i cd…alle otto da me…”.
Già, la festa a sorpresa.
Non avevamo parlato d’altro per tutto il week-end. Il compleanno di Carlo a sorpresa, domenica sera.
Carlo: il mio migliore amico, il suo ragazzo.
Stavano insieme da quasi due anni, lui era perso, lei innamorata.
Io lo conoscevo da quando avevo sei anni, è il migliore amico che abbia mai avuto.
Non risposi, continuai a guardarla e pensare che fosse meravigliosa.
Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la vidi alzarsi, prendere dei pezzi di legno e gettarli nel fuoco.
Venne verso di me e mi si inginocchiò di fronte.
Sentii le sue mani accarezzarmi il collo e la nuca e le sue labbra baciare le mie.
Presi il suo viso tra le mani e giocai con i lunghi capelli scuri, senza smettere di cercare la sua bocca, ora che il valzer dei baci era iniziato.
L’orchestra del nostro istinto guidava le mani, che ardite si infilavano nelle magliette a cercare centimetri di pelle proibiti, sotto la gonna con dita curiose a chiedere di più, tra l’elastico dei boxer ad un tratto troppo stretti.
Sdraiati sulla coperta rosa e arancione, a rubare istanti clandestini destinati a sparire tra le curve della vita, a stanare la vita troppo a lungo reclusa, ad urlare a Dio che quella era pace per davvero, a implorare la luna che non cedesse il passo al sole.
Se ci fosse stato qualcuno a spiarci, avrebbe visto due corpi che si intrecciavano su una coperta a scacchi rosa e arancione, pelle che si confondeva con pelle, mani che stringevano fino a far male, fino a togliere il respiro.
Schiene che si inarcavano, labbra che si mordevano, piacere che esplodeva tra gli occhi serrati.
Quella notte non spegnemmo alcun fuoco.
Bruciammo con lui, rischiarati dalla sua luce, confortati dal suo calore, protetti dal suo silenzio.
Forse volevamo solo scordare le pagine brutte di quel romanzo che è la nostra vita: quelle in cui l’anima si spezza e perdiamo la rotta, in cui il dolore fa tremare i pensieri e pulsare le vene, quelle in cui distogliamo lo sguardo per non vedere, in cui lame taglienti volano senza rotta sfregiando sorrisi.
Ingannare la vita è un gesto disperato e ingenuo, come quello di un bambino che vuole salvare un corvo in fin di vita con il calore delle sue carezze.
Evitarla è assurdo, come tentare di fermare un fiume che da secoli corre verso il mare.
Non l’abbiamo ingannata, non l’abbiamo evitata.
Ci siamo limitati a lasciarla libera, l’abbiamo seguita, l’abbiamo abbracciata.
Su una coperta rosa e arancione abbiamo accettato la sua vittoria, l’abbiamo accolta e cullata, non le abbiamo mentito.
Da dietro le montagne vedemmo nascere il giorno.
Abbracciati e avvolti in quella coperta che era stata nostra complice, vedemmo il sole innalzarsi e conquistare il cielo.
La nostra notte era finita e non ce ne sarebbero state altre.
Tutto sarebbe tornato come sempre, niente avrebbe tradito il nostro segreto.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato, adesso lo so, ma perché era solamente nostro, un segreto dolcissimo che solo rimanendo taciuto avrebbe mantenuto la sua purezza, la sua forma incantevole di dono del cielo, in una notte di poche parole, ma piena come nessun altra di libertà.
Lei si alzò e pestò gli ultimi tizzoni rimasti accesi.
Si voltò verso di me e disse solamente: “Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile...”.
Le sorrisi e lei fece lo stesso.
Insieme piegammo la nostra coperta e ci incamminammo verso casa senza dire una parola.
Non c’era niente di sbagliato.
Solo due destini che avevano voluto incrociarsi per una notte e confondersi per qualche ora.
Solo due corpi che sapevano di essere vivi e non volevano morire nell’immobile realtà, stagnante e nauseabonda.
Solo due cuori con il coraggio di guardare negli occhi il tempo che non torna, che si dimentica, che diventa polvere nei ricordi e che scompare, si spegne, si esaurisce.
Era estate.
Era agosto.
Era vita cazzo, solo vita.
Quella notte adesso è in un quadro appeso nel mio salotto.
Un quadro arancione e rosa: una donna dai capelli cortissimi con la paura negli occhi, la paura di chi sa cosa sta facendo.
Non ho potuto dipingere i suoi lunghi capelli scuri, li ho dovuti scordare.
Ma per me rimangono fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isol…
lunedì 13 luglio 2009
Metà settembre
"Nessuna nostalgia,
solo immagini sbiadite
che cadono come parole sbagliate,
come cose già dette
di metà settembre.
Arrabattate, improvvisate.
Così umide
su di noi
parlano nel buio
come stracci di luce.
Ed io,
io continuo
distrattamente a guardare
come nascono le ombre,
come fuggono alla luce
e muoiono verso sera.
Sempre e solo,
sempre e solo
di lunedì,
di lunedì.
Candeggina
nei nostri drinks,
l'ombrellino che fa kitsch.
Questa sera non lo so,
ho voglia di rum
e di allegria.
Leggere Baricco
mi annoia più di Sartre.
Solo immagini sbiadite
che cadono come parole sbagliate,
su cose già dette
di metà settembre.
Arrabattate improvvisate.
Così fredde
su di noi
rimangono nel buio
come lampi di luce.
E io,
e io che continuo
intensamente a guardare
dove nascono le ombre,
dove fuggono alla luce
e muiono
verso sera.
A metà settembre,
sempre di lunedì.
Candeggina
nei nostri drinks,
l'ombrellino che fa kitsch.
Questa sera non lo so,
ho voglia di rum
e di allegria."
Calle della morte
http://www.youtube.com/watch?v=jAAs5bjnyS8&feature=related
solo immagini sbiadite
che cadono come parole sbagliate,
come cose già dette
di metà settembre.
Arrabattate, improvvisate.
Così umide
su di noi
parlano nel buio
come stracci di luce.
Ed io,
io continuo
distrattamente a guardare
come nascono le ombre,
come fuggono alla luce
e muoiono verso sera.
Sempre e solo,
sempre e solo
di lunedì,
di lunedì.
Candeggina
nei nostri drinks,
l'ombrellino che fa kitsch.
Questa sera non lo so,
ho voglia di rum
e di allegria.
Leggere Baricco
mi annoia più di Sartre.
Solo immagini sbiadite
che cadono come parole sbagliate,
su cose già dette
di metà settembre.
Arrabattate improvvisate.
Così fredde
su di noi
rimangono nel buio
come lampi di luce.
E io,
e io che continuo
intensamente a guardare
dove nascono le ombre,
dove fuggono alla luce
e muiono
verso sera.
A metà settembre,
sempre di lunedì.
Candeggina
nei nostri drinks,
l'ombrellino che fa kitsch.
Questa sera non lo so,
ho voglia di rum
e di allegria."
Calle della morte
http://www.youtube.com/watch?v=jAAs5bjnyS8&feature=related
Roba vecchia
TIC, TAC, TIC, TAC, TIC, TAC...
Il tempo scorre, un aroma si diffonde nell'aria, le reazioni agli stimoli si fanno più lente, le risate diventano più facili, tutto diventa un po' irreale.
Ed eccoci di colpo nel nostro mondo parallelo, laddove i pensieri si rincorrono e ogni tanto sfuggono, dove i sogni che porti con te diventano il centro del mondo, dove ti basta un finestrino da cui guardare un cielo stellato, dove sei viva cantando una canzone a squarciagola.
In quel mondo le lancette scivolano avanti in fretta: secondi, minuti, attimi, passione, verità, paura, paura.
E' proprio lì che le parole sgorgano da sole, strabordano dalle labbra tremanti e si parla di tutto, per ore.
Ed è proprio lì che vorrei restare in eterno, con la vita che si accosta per un po', con le quattro frecce, e attende.
Devi afferrare tutto al volo e riporlo in un barattolo di vetro, affinchè niente e nessuno possa rubarlo.
Vorresti tenere qualunque cosa per te: tutto quello che vivi, che senti, che cerchi, che vuoi, che osservi...A volte sembra poco, ma è tutto quello che hai.
In alcuni momenti, tutto ti sembra lontano e irreale, poi guardi la luna piena galleggiare nel cielo e senti uno strano calore sul viso. Vedi le foglie sugli alberi tremare ad ogni carezza del vento e osservi la strada che ti sta di fronte: è piena di buche e trabocchetti, la conosci bene perchè l'hai percorsa centinaia di volte e proprio per questo sai che non ti tradirà.
Sai che alla fine sarà sempre lì, ad aspettare i tuoi passi, i tuoi sorrisi, il tuo sgomento, le tue decisioni.
Il tempo continua inesorabile a viaggiare...non c'è un modo per fermarlo, chessò, un trucco, qualcosa.
La sola cosa che si può tentare è di viverlo in ogni suo istante e cercare di portare via qualche cosa da tenere stretta fra le braccia, quando là fuori fa troppo freddo per rimanere soli.
Vedi ovunque una realtà che non ti appartiene, perchè fatta di discussioni inutili e parole dette tanto per dire, senza pensare, e vorresti un mondo forse un po' più banale, ma più semplice e onesto e pulito e sincero, che rispecchi la tua ingenuità.
Di colpo diventa sera, poi notte...forse pioverà...un'altra giornata è morta e tocca seppellirla...
Ripongo i desideri nei cassetti dell'anima che straripano.
Ho voglia di sole domani.
Il tempo scorre, un aroma si diffonde nell'aria, le reazioni agli stimoli si fanno più lente, le risate diventano più facili, tutto diventa un po' irreale.
Ed eccoci di colpo nel nostro mondo parallelo, laddove i pensieri si rincorrono e ogni tanto sfuggono, dove i sogni che porti con te diventano il centro del mondo, dove ti basta un finestrino da cui guardare un cielo stellato, dove sei viva cantando una canzone a squarciagola.
In quel mondo le lancette scivolano avanti in fretta: secondi, minuti, attimi, passione, verità, paura, paura.
E' proprio lì che le parole sgorgano da sole, strabordano dalle labbra tremanti e si parla di tutto, per ore.
Ed è proprio lì che vorrei restare in eterno, con la vita che si accosta per un po', con le quattro frecce, e attende.
Devi afferrare tutto al volo e riporlo in un barattolo di vetro, affinchè niente e nessuno possa rubarlo.
Vorresti tenere qualunque cosa per te: tutto quello che vivi, che senti, che cerchi, che vuoi, che osservi...A volte sembra poco, ma è tutto quello che hai.
In alcuni momenti, tutto ti sembra lontano e irreale, poi guardi la luna piena galleggiare nel cielo e senti uno strano calore sul viso. Vedi le foglie sugli alberi tremare ad ogni carezza del vento e osservi la strada che ti sta di fronte: è piena di buche e trabocchetti, la conosci bene perchè l'hai percorsa centinaia di volte e proprio per questo sai che non ti tradirà.
Sai che alla fine sarà sempre lì, ad aspettare i tuoi passi, i tuoi sorrisi, il tuo sgomento, le tue decisioni.
Il tempo continua inesorabile a viaggiare...non c'è un modo per fermarlo, chessò, un trucco, qualcosa.
La sola cosa che si può tentare è di viverlo in ogni suo istante e cercare di portare via qualche cosa da tenere stretta fra le braccia, quando là fuori fa troppo freddo per rimanere soli.
Vedi ovunque una realtà che non ti appartiene, perchè fatta di discussioni inutili e parole dette tanto per dire, senza pensare, e vorresti un mondo forse un po' più banale, ma più semplice e onesto e pulito e sincero, che rispecchi la tua ingenuità.
Di colpo diventa sera, poi notte...forse pioverà...un'altra giornata è morta e tocca seppellirla...
Ripongo i desideri nei cassetti dell'anima che straripano.
Ho voglia di sole domani.
domenica 12 luglio 2009
Il regalo di C. (shoot by)
Ti racconterò.
Sarà semplice, vedrai, prenderti per mano e mostrarti ciò che sei.
I tuoi occhi vedranno attraverso i miei, fermerò il tuo tempo e te lo donerò, come si fa con una stella cadente, in una notte d'estate. Sdraiàti sull'erba umida, una scia velocissima e luminescente taglia il cielo d'improvviso: una frazione di secondo.
Un niente per il tempo, uno spettacolo per un'anima.
Quel brillio inaspettato stupisce il cuore e tu avrai la mia stella cadente per te.
L'ho cercata in mezzo ad un prato in cui volavano farfalle, l'ho cercata in un deserto dalle dune delicate, in un mare calmo e profondissimo, in un cielo immenso ed avvolgente; ma l'ho travata solamente quando ti ho avuta di fronte.
Ti regalo te stessa: un niente per il mondo, il bene più prezioso per te.
sabato 11 luglio 2009
Preghiera di un'estate tagliente
Ti auguro strade affollate ad accoglierti, giorni leggeri riempiti solamente di spensieratezza e risate, notti blu e notti stellate, un vento dolce che ti culla, mentre attendi il sonno che lascia spazio agli ultimi pensieri.
Ti auguro occhi scuri e profondi, capaci di scuoterti, di farti vibrare e toglierti il respiro; labbra di miele che ti attirano irresistibilmente, mani che si cercano e si infilano a rincorrere centimetri di pelle nascosti, sospiri soffocati per non svegliare qualcuno...
Ti auguro di avere i tuoi giorni, di possederli e di farne ciò che desideri.
Spiagge deserte su cui passeggiare, le tue orme sulla sabbia, cancellate dalle onde, metafora eterna della vita.
Un'alba che arriva all'improvviso, un mattino che ti scoppia in faccia e la notte, che sotto a quell'albero ed una coperta, è volata via troppo in fretta.
Parole sincere, gesti semplici, incontri speciali.
Un caffè da manuale in una piazzetta nascosta e colorata, il sorriso di un bambino in bicicletta, una farfalla arancione posata su di un fiore, una fontana in una giornata di sole.
Ti auguro ricordi di attimi impagabili e di sensazioni sconosciute che vengono ad abitarti, una nuvola a forma di lampone in un cielo azzurrissimo e un aperitivo di fronte al sole che tramonta e va a nascondersi dietro le montagne, oltre l'orizzonte.
Ti auguro canzoni mai sentite e melodie che rapiscono, voci che raccontano storie lontane, storie affascinanti di vite sconosciute, parole in fila a lasciare una traccia di sè negli occhi e sulla strada.
Spero che tu possa avere arrivederci da pronunciare, in un giorno o in un altro, con una lacrima oppure un sorriso, con il cuore a pezzi oppure no.
Trovare un biglietto sul cuscino al tuo risveglio, una stretta di mano sicura che ispira fiducia, una fotografia in bianco e nero scattata per rapire un istante eterno nella corsa del tempo indelicato.
Ti auguro tutto ciò che saprai amare e custodire nella memoria degli anni , tutto ciò che ti serve per spiccare quel volo che tanto ti terrorizza, tutto quello che sogni quando sei solo e nessuno ti può sentire, tutto quello che da sempre attendi, sorridendo all'amaro che hai in bocca.
Ti auguro di trovare un libro dimenticato su una panchina, in un parco qualunque. Di leggerlo e di innamorartene e riportarlo esattamente dove l'hai preso.
Una formica che trasporta una briciola enorme per lei (altra metafora eterna della vita), gocce che scivolano su vetri appannati da respiri affannosi e avidi, che sfuggono da giorni complicati.
Desidero per te, passeggiate silenziose nel cuore del mondo, affinchè tu possa conoscerlo e finalmente comprenderlo, voli invisibili nell'amina di qualcuno che cela, più che mostrare, incursioni pacifiche in una mente sotto assedio perenne.
Stelle che non sembrano poi così distanti, un arcobaleno dopo un acquazzone improvviso e chidersi dove comincia e dov'è che va a finire.
Il profumo delle lenzuola pulite, un abbraccio delicato in una sera che urla vendetta, dato da qualcuno, che sai, non ti stringerebbe mai troppo forte.
Una vita che è tua e che non cambieresti per null'altro al mondo.
Questo vorrei, per tutti coloro che sentono freddo stanotte.
Vado a coprirmi, c'è un gran vento qui...
Ti auguro occhi scuri e profondi, capaci di scuoterti, di farti vibrare e toglierti il respiro; labbra di miele che ti attirano irresistibilmente, mani che si cercano e si infilano a rincorrere centimetri di pelle nascosti, sospiri soffocati per non svegliare qualcuno...
Ti auguro di avere i tuoi giorni, di possederli e di farne ciò che desideri.
Spiagge deserte su cui passeggiare, le tue orme sulla sabbia, cancellate dalle onde, metafora eterna della vita.
Un'alba che arriva all'improvviso, un mattino che ti scoppia in faccia e la notte, che sotto a quell'albero ed una coperta, è volata via troppo in fretta.
Parole sincere, gesti semplici, incontri speciali.
Un caffè da manuale in una piazzetta nascosta e colorata, il sorriso di un bambino in bicicletta, una farfalla arancione posata su di un fiore, una fontana in una giornata di sole.
Ti auguro ricordi di attimi impagabili e di sensazioni sconosciute che vengono ad abitarti, una nuvola a forma di lampone in un cielo azzurrissimo e un aperitivo di fronte al sole che tramonta e va a nascondersi dietro le montagne, oltre l'orizzonte.
Ti auguro canzoni mai sentite e melodie che rapiscono, voci che raccontano storie lontane, storie affascinanti di vite sconosciute, parole in fila a lasciare una traccia di sè negli occhi e sulla strada.
Spero che tu possa avere arrivederci da pronunciare, in un giorno o in un altro, con una lacrima oppure un sorriso, con il cuore a pezzi oppure no.
Trovare un biglietto sul cuscino al tuo risveglio, una stretta di mano sicura che ispira fiducia, una fotografia in bianco e nero scattata per rapire un istante eterno nella corsa del tempo indelicato.
Ti auguro tutto ciò che saprai amare e custodire nella memoria degli anni , tutto ciò che ti serve per spiccare quel volo che tanto ti terrorizza, tutto quello che sogni quando sei solo e nessuno ti può sentire, tutto quello che da sempre attendi, sorridendo all'amaro che hai in bocca.
Ti auguro di trovare un libro dimenticato su una panchina, in un parco qualunque. Di leggerlo e di innamorartene e riportarlo esattamente dove l'hai preso.
Una formica che trasporta una briciola enorme per lei (altra metafora eterna della vita), gocce che scivolano su vetri appannati da respiri affannosi e avidi, che sfuggono da giorni complicati.
Desidero per te, passeggiate silenziose nel cuore del mondo, affinchè tu possa conoscerlo e finalmente comprenderlo, voli invisibili nell'amina di qualcuno che cela, più che mostrare, incursioni pacifiche in una mente sotto assedio perenne.
Stelle che non sembrano poi così distanti, un arcobaleno dopo un acquazzone improvviso e chidersi dove comincia e dov'è che va a finire.
Il profumo delle lenzuola pulite, un abbraccio delicato in una sera che urla vendetta, dato da qualcuno, che sai, non ti stringerebbe mai troppo forte.
Una vita che è tua e che non cambieresti per null'altro al mondo.
Questo vorrei, per tutti coloro che sentono freddo stanotte.
Vado a coprirmi, c'è un gran vento qui...
mercoledì 8 luglio 2009
12/04/08
Le tue mani, fra i capelli, non mi permettono di volare.
Liberami con il tuo sguardo e cercami nel sole.
Liberami con il tuo sguardo e cercami nel sole.
Adesso, allora
Felicità come lampi
nei miei giorni.
Gioie abbozzate velocemente
sul tacquino bianco del tempo.
Trasformate, dai giorni che passano,
in immagini sempre più chiare e lucide,
in capolavori disegnati,
dalle abili mani del destino.
Amo profondamente
i miei oscuri silenzi,
i miei pensieri ermetici,
i miei occhi attenti.
Amo le parole
che possono cantare questo dolcissimo caos,
atavico e primordiale,
che tutti inseguiamo
vivendo.
Adesso,
l'attesa di giorni tersi.
Allora,
tanta la paura
di perdersi senza ritorno
nel respiro silente di un amore.
nei miei giorni.
Gioie abbozzate velocemente
sul tacquino bianco del tempo.
Trasformate, dai giorni che passano,
in immagini sempre più chiare e lucide,
in capolavori disegnati,
dalle abili mani del destino.
Amo profondamente
i miei oscuri silenzi,
i miei pensieri ermetici,
i miei occhi attenti.
Amo le parole
che possono cantare questo dolcissimo caos,
atavico e primordiale,
che tutti inseguiamo
vivendo.
Adesso,
l'attesa di giorni tersi.
Allora,
tanta la paura
di perdersi senza ritorno
nel respiro silente di un amore.
Incontri. Temo gli addii.

Un incontro può sollevare domande inedite, la casualità delle conoscenze è incomprensibile.
Ma qualcuno, inaspettato, arriva e lascia un segno:a volte profondo, a volte appena percepibile, sicuro o tremante, eterno, graffiato, sussurrato, desiderato, suadente, lezioso, ardito o timido, evanescente o marmoreo.
Scontri frontali con sguardi e sorrisi, la sensazione del capirsi, la voglia di raccontarsi, il desiderio di vedere di più.
Amicizie che nascono senza un perchè e diventano piccole stelle polari nel groviglio dei giorni trascorsi a rincorrere il tempo, persone silenziose e delicate a cui devi istanti di vita bellissimi.
Parole che sanno giungere nell'istante preciso in cui se ne sente il bisogno, strana telepatia emotiva, a tratti soprannaturale.
Il regalo dello stupire è privilegio di pochi; c'è della magia meravigliosa in questo.
La casualità delle conoscenze è incomprensibile. Un incontro può sollevare domande inedite.
Ma qualcuno, inaspettato, arriva e lascia un segno:a volte profondo, a volte appena percepibile, sicuro o tremante, eterno, graffiato, sussurrato, desiderato, suadente, lezioso, ardito o timido, evanescente o marmoreo.
Scontri frontali con sguardi e sorrisi, la sensazione del capirsi, la voglia di raccontarsi, il desiderio di vedere di più.
Amicizie che nascono senza un perchè e diventano piccole stelle polari nel groviglio dei giorni trascorsi a rincorrere il tempo, persone silenziose e delicate a cui devi istanti di vita bellissimi.
Parole che sanno giungere nell'istante preciso in cui se ne sente il bisogno, strana telepatia emotiva, a tratti soprannaturale.
Il regalo dello stupire è privilegio di pochi; c'è della magia meravigliosa in questo.
La casualità delle conoscenze è incomprensibile. Un incontro può sollevare domande inedite.
venerdì 3 luglio 2009
Atmosfere olandesi senza rilettura
Ho un po' di maria e un buon cd da ascoltare.
Sono sicura che c'è una vita che deve tramutarsi in parole, stipate in pagine di carta riciclata e ingiallita, che mi sta attendendo per raccontarsi e farsi raccontare.
Probabilmente non sono ancora pronta, sta aspettando che io mi accorga che l'ho sempre avuta celata dentro me stessa senza mai averne coscienza.
Le mie parole sono ancora troppo acerbe e infantili per lei, ha bisogno di dedizione totale e che mi voti a lei con casta devozione, merita di possedermi completamente ed esige che mi occupi di lei e null'altro.
Ed io sono ancora molto sciocca e troppo avida di realtà.
Voglio la mia storia, voglio conoscerla, studiarla, innamorarmene.
Ma voglio la vita di tutti i giorni anche, che è l'assassina più spietata dell'immaginazione. Ed ecco che così mi ritrovo con sabbia tra le mani che inesorabilmente scompare.
"Credevi tutto in una mano e nella tua mano non trovi niente, solo una stella che nel cielo brilla e si spegne verso oriente".
Già. E così ascolto quelle degli altri, di quelli che le loro storie le sanno raccontare, in un modo o in un altro, ma lo sanno fare.
Che non temono il giudizio altrui, ma aspirano a critiche costruttive, che non sono spaventati dal regalare una parte di sè al mondo cieco e sordo che hanno intorno, che hanno capito che la libertà è fatta soprattutto di parole e di immagini, non di segreti.
La paura del condividere nasce dal terrore di perdere parti di sè, private, imbarazzanti, sbagliate, traballanti e taglienti come fogli di carta sulle dita.
La strategia di difesa è permettere a pochissime persone di intravederle a malapena nella nebbia che semini intorno, e nonostante siano persone scelte appositamente tra chi non ti farebbe mai del male e chi non può fartene, qualcosa ancora è celato da un velo sottile.
Il trauma della delusione non si può rimuovere, non può essere cancellato con un colpo di spugna e un mattino di sole, non si può scordare: è un dolore sempre vivo, un taglio che non si rimargina mai completamente e che rimane ben visibile come monito per il futuro.
Ed ecco, semplicemente, tutti miei errori, in fila con tanto di giustificazioni al seguito per auto-convincermi che siano accettabili.
Perchè riesco a vedere chiaramente dove la mia vita è impostata male o è deviata, ma non riesco a trasformare tutto in ciò che dovrebbe essere davvero? In come vorrei che fosse?
Preferisco il dolore? Gli inverni mentali alla serenità d'animo?
Dò risposte differenti a giorni alterni, oscillo come un pendolo perpetuo tra la certezza di un futuro possibile e giorni felici ed il dubbio insistente che mi sto solo semplicemente illudendo per non morire.
Eppure davvero non riesco a comprendere i dubbi e le insicurezze degli altri, perchè chiunque mi pare degno di esistere e migliore di me e perfetto esattamente così com'è.
Io mi odio.
Odio me stessa più di ogni altra cosa al mondo, perchè non posso essere chi vorrei e quello che sono non mi basta e non mi basterà mai.
Io mi odio e l'ho ammesso.
Pensavo mi facesse sentire meglio di così, ma non cambia nulla.
Ecco perchè voglio la mia storia: è la mia unica fuga, la mia sola distrazione, il mio unico momento di pausa nell'eterno lavoro di autodistruzione iniziato tanto tempo fa, perchè voglio provare a far finta che sia così.
Non succederà.
Forse la mia storia sono io e qualcuno la racconterà al mio posto.
E' bello pensare, che forse, sentendola da altri, la amerò da impazzire.
Ma se ci penso bene, è onesto ammettere che in realtà la amo, così com'è, storta e complicata, come lo sono io.
Siamo uguali, per cui, forse, amo un po' anche me.
Sono sicura che c'è una vita che deve tramutarsi in parole, stipate in pagine di carta riciclata e ingiallita, che mi sta attendendo per raccontarsi e farsi raccontare.
Probabilmente non sono ancora pronta, sta aspettando che io mi accorga che l'ho sempre avuta celata dentro me stessa senza mai averne coscienza.
Le mie parole sono ancora troppo acerbe e infantili per lei, ha bisogno di dedizione totale e che mi voti a lei con casta devozione, merita di possedermi completamente ed esige che mi occupi di lei e null'altro.
Ed io sono ancora molto sciocca e troppo avida di realtà.
Voglio la mia storia, voglio conoscerla, studiarla, innamorarmene.
Ma voglio la vita di tutti i giorni anche, che è l'assassina più spietata dell'immaginazione. Ed ecco che così mi ritrovo con sabbia tra le mani che inesorabilmente scompare.
"Credevi tutto in una mano e nella tua mano non trovi niente, solo una stella che nel cielo brilla e si spegne verso oriente".
Già. E così ascolto quelle degli altri, di quelli che le loro storie le sanno raccontare, in un modo o in un altro, ma lo sanno fare.
Che non temono il giudizio altrui, ma aspirano a critiche costruttive, che non sono spaventati dal regalare una parte di sè al mondo cieco e sordo che hanno intorno, che hanno capito che la libertà è fatta soprattutto di parole e di immagini, non di segreti.
La paura del condividere nasce dal terrore di perdere parti di sè, private, imbarazzanti, sbagliate, traballanti e taglienti come fogli di carta sulle dita.
La strategia di difesa è permettere a pochissime persone di intravederle a malapena nella nebbia che semini intorno, e nonostante siano persone scelte appositamente tra chi non ti farebbe mai del male e chi non può fartene, qualcosa ancora è celato da un velo sottile.
Il trauma della delusione non si può rimuovere, non può essere cancellato con un colpo di spugna e un mattino di sole, non si può scordare: è un dolore sempre vivo, un taglio che non si rimargina mai completamente e che rimane ben visibile come monito per il futuro.
Ed ecco, semplicemente, tutti miei errori, in fila con tanto di giustificazioni al seguito per auto-convincermi che siano accettabili.
Perchè riesco a vedere chiaramente dove la mia vita è impostata male o è deviata, ma non riesco a trasformare tutto in ciò che dovrebbe essere davvero? In come vorrei che fosse?
Preferisco il dolore? Gli inverni mentali alla serenità d'animo?
Dò risposte differenti a giorni alterni, oscillo come un pendolo perpetuo tra la certezza di un futuro possibile e giorni felici ed il dubbio insistente che mi sto solo semplicemente illudendo per non morire.
Eppure davvero non riesco a comprendere i dubbi e le insicurezze degli altri, perchè chiunque mi pare degno di esistere e migliore di me e perfetto esattamente così com'è.
Io mi odio.
Odio me stessa più di ogni altra cosa al mondo, perchè non posso essere chi vorrei e quello che sono non mi basta e non mi basterà mai.
Io mi odio e l'ho ammesso.
Pensavo mi facesse sentire meglio di così, ma non cambia nulla.
Ecco perchè voglio la mia storia: è la mia unica fuga, la mia sola distrazione, il mio unico momento di pausa nell'eterno lavoro di autodistruzione iniziato tanto tempo fa, perchè voglio provare a far finta che sia così.
Non succederà.
Forse la mia storia sono io e qualcuno la racconterà al mio posto.
E' bello pensare, che forse, sentendola da altri, la amerò da impazzire.
Ma se ci penso bene, è onesto ammettere che in realtà la amo, così com'è, storta e complicata, come lo sono io.
Siamo uguali, per cui, forse, amo un po' anche me.
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