martedì 28 luglio 2009

Briciole

Simone era con la spagnola per cui mi aveva mollata, che sarebbe rimasta per un anno a studiare a Bologna.
Decisamente bella questa Frida: carnagione scura, occhi nocciola leggermente allungati, con le ciglia lunghe e scurissime, capelli neri, meravigliosamente ondulati, lunghi fin sulle spalle.
Alta, magra, poco seno, ma proporzionatissima.
Ah, una bocca disegnata: carnosa e ben definita, a cuore.
Mi correggo, decisamente figa questa spagnola, di non so dove, non volevo saperlo. Volevo saperne il meno possibile.
Dunque, palesemente sconfitta, sorrisi gentile ad entrambi, ma senza riuscire a far uscire un qualche suono che assomigliasse ad un ciao.
Avrei voluto andarmene, ma avrebbe dato troppo nell’occhio, non era una festa affollatissima, si sarebbe notata subito la mia fuga.
Mi feci coraggio e mi misi a chiacchierare con chiunque non fosse Alberto o la donna perfetta arrivata a Bologna da non si sa quale maledetto angolo della Spagna.
Un paio di bicchieri di vino avrebbero fatto decollare la serata, ma si moltiplicarono ben oltre la soglia del mio reggere l’alcol.
Risultato? Alle undici e mezza decollavo già a bordo di Shuttle ballerini, che mi scombussolavano l’equilibrio e mi facevano ridere un sacco.
Ballavo senza dare nell’occhio, ma ero divertita e assorta, parlavo un po’ per dissimulare l’ubriachezza, ma finivo con l’ottenere l’esatto contrario.
La lingua scivolava, le esse diventavano effe e le ultime lettere delle parole, spesso rimanevano incastrate nella lingua impastata.
Ma riuscivo a non pensare a loro, lì, poco distanti da me, a fare gli innamoratissimi.
Non so bene quanto tempo trascorse, ma so che dopo un po’ dall’inizio del mio intimo delirio, vidi avvicinarsi Alberto e lo sentii dirmi: “Ciao, ti va di parlare un po’ in terrazza, sono rimasto solo, Frida è tornata a casa.”
Ovviamente risposi di si.
Ho piccole lacune, ma ricordo che ci dirigemmo verso il terrazzo, su cui non c’era nessuno.
Ci sedemmo per terra, a guardare la città illuminata, in una sera di inizio settembre che sapeva tanto di malinconia.
Non ero innamorata di lui quando mi lasciò, ma l’orgoglio, povera stella, ne patisce comunque.
Quella sera, poi, che avevo visto per chi ero stata mollata, era tornato ad urlare per un po’, finchè non riuscii a stordirlo con il vino.
Nello stesso istante ci voltammo l’uno verso l’altra, io sorridevo ma lui sembrava fissarmi come se stesse cercando una risposta ad una domanda complicatissima.
“Ieri ho ritrovato il tuo quaderno, quello che pensavi di aver perso. Con la copertina verde e la scritta “Marta crea” sulla prima pagina. Era finito dietro il mobile con lo specchio. Te lo riporto, quando vuoi.”
Era uno dei mille quadernetti su cui appuntavo idee e buttavo giù roba improvvisata quando ero fuori casa.
Ovviamente ci tenevo tantissimo, ma non volevo sembrare ansiosa di poterlo rivedere appena possibile, con la scusa di riaverlo.
In quel momento, da dentro, il volume dello stereo si alzò e sentimmo arrivare fino a noi i Dire Straits.
Risposi semplicemente: “Non c’è nessuna fretta, sono ancora lontana dal pubblicare un romanzo” e lo dissi sorridendo e con leggerezza.
“Secondo me sei bravissima, non mi sono trattenuto e l’ho letto tutto, compresi gli appunti per la spesa. Che strano… Proprio la sera dopo, ci ritroviamo nello stesso posto… Sono rimasto molto colpito dalle tue parole: si sente che sei dentro a ciò che scrivi, a quello che racconti. Hai un universo intero dentro, sei un fiume di vita, di colori, di idee, di robe impossibili ma stupende!
Raccontalo Marta, chi lo leggerà lo amerà, sarà stupendo sapere che c’è qualcuno come te in questo mondo assurdo! Tu lo rimodelli il mondo, ci giochi e lo cambi e lo fai impazzire. Per una volta non è lui a far impazzire noi. Ridi di lui, ma con rispetto, e ne rimane spiazzato. Smette di fare male per un po’.
Mi spiace di non averlo mai notato prima. Sono sempre così cieco…”.
E dette queste parole abbassò lo sguardo scuotendo impercettibilmente la testa.
Non sono riuscita a rispondere. Mi giravano in testa tutte quelle parole e avevo negli occhi la sua convinzione mentre le pronunciava.
Era come se sapesse di non potermi più avere nonostante lo volesse, ora.
Mi pareva impossibile. Avevo visto Frida, era stupenda.
Eppure in me si faceva spazio sempre più incontrollabile, l’idea che mi volesse ancora.
Certo che sarei tornata con lui. Subito, di corsa, ma non sapevo come dirglielo.
Non era amore, ma un’attrazione magnetica, tanto mentale quanto fisica.
Mi attirava a sé solo con il suo sguardo intenso e il suo mordersi le labbra.
Quando parlava di musica potevo ascoltarlo in adorazione ed estasi per ore, quando si sdraiava accanto a me e iniziava a baciarmi sul collo, sentivo chiudersi lo stomaco per quanto lo desideravo.
Con quelle parole poteva soltanto volermi dire che voleva riprovare, che quattro mesi erano davvero pochi per conoscersi, e magari, per imparare ad amarsi.
Pensai tutto questo ma non aprii bocca.
“Frida è incinta. Vuole avere il bambino, trasferirsi qui e sposarsi.
Io a ventiquattro anni devo mettere su famiglia con una ragazza che non conosco nemmeno, con cui sto da pochi mesi.
L’ho conosciuta a Ibiza l’altra estate e me l’ha data la prima sera.
Meno di un anno dopo mi dice che viene a fare l’erasmus a Bologna.
Stavo con te, ma ho pensato che lei sarebbe stata qui solo un anno…alla fine è bellissima ed è più grande di me.
Ecco la maturità che ho io! Arriva una figa, me la tengo finchè c’è, poi addio.
In più ho sempre avuto l’idea che fosse un po’ troia, te lo dico.
Adesso ci faccio un figlio.
Non ho un lavoro, alla laurea mi manca parecchio, devo trovare una casa, fare il marito e fare il padre.
Lei non vuole sentire ragioni.
I suoi ci aiuteranno…e mi va anche bene, casa ce la comprano e continuano a mantenerci, ma non ha senso.
Eppure non posso farci nulla, lo tiene ed è mio.
Non la amo, quasi la odio, non la conosco nemmeno bene, perché a parte trombare c’è poco altro. E sto per sposarla.
Mi sono rovinato l’esistenza, con queste stesse mani, a ventiquattro anni.
Sarò infelice a vita perché non sono stato in grado di tenerlo nelle mutande.
Sono il classico coglione che si fotte da sé, che anziché leggere le pagine di un quaderno e fermasi a pensare, fermarsi a guardare, fermarsi a capire, preferisce scopare una spagnola.
Ecco chi sono.
E adesso ti avrà qualcun altro Marta, altri avranno le tue parole per loro e i tuoi baci. Il tuo sorriso, le tue mani morbide, le tue sciarpe colorate.
Perché io non mi sono fermato a guardare.
Frida è incinta e adesso devo decidere la data in cui dare la botta definitiva alla mia esistenza.”
Mi uscì solo un “Mi dispiace”.
Ero sconvolta e mi sentivo terribilmente stupida per aver pensato che volesse riavvicinarsi a me.
Un bambino e una moglie.
Tra meno di nove mesi, padre.
Che bastonata…
Adesso il suo sguardo era triste e impotente. Un leone in gabbia senza prospettive di fuga. Non era inquieto, ma rassegnato.
“Ti riporto il quaderno Marta…e se ti va facciamo l’amore.”
Sentirsi soli rende coraggiosi e audaci.
“Voglio un ricordo di te, dopo aver visto chi sei.
Voglio poter dire di averti avuta dopo che i miei occhi si sono spalancati.
Voglio che tu abbia un ricordo di me.”
Non riuscivo a riflettere, ma mi sentivo un po’ meno stupida.
Capivo solo che se lo volevo, sarebbe stata l’ultima occasione per averlo.
E lo volevo, tanto, troppo per riuscire a rimanere lucida.
“Il quaderno puoi tenerlo. Sarà il mio ricordo. Mi ritroverai lì quando ti mancherò. Sarà una briciola di me per sempre tua. Sarò io, ad abbracciarti tra le pagine. Le mie parole saranno le mie carezze.”
Sapevo cosa volevo, sapevo che non avrei dovuto.
“Ma voglio che mi lasci il tuo, di ricordo, stanotte.
Perché domani potrei non avere questo coraggio.
Andiamo da me.
Il cielo, o chi per lui, ha voluto che ci incontrassimo.
Domani non sarà più lo stesso.
La magia svanisce, la magia della notte… E questa è la nostra notte: lei ha voluto che su questa terrazza ci dicessimo quello che ancora era da dire, lei pretende che sfidiamo ciò che è giusto per ciò che è nostro.
A lei non importa se siamo sbagliati.
È una complice dolcissima.
Nasconde i volti, ma illumina i corpi ansiosi di mostrarle cos’è la vita.
Lasciami una briciola di te, stanotte.”
Si alzò e mi tese la mano per aiutarmi a fare lo stesso.
Andammo a casa mia.
Il resto è storia, una storia complicata di strade che si separano.
Ma quella notte volevamo solo avere ventiquattro anni e chiedevamo semplicemente un po’ di bassa marea per riprendere fiato, prima di immergerci nuovamente in quell’immenso oceano burrascoso che è questa vita.






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