venerdì 3 luglio 2009

Atmosfere olandesi senza rilettura

Ho un po' di maria e un buon cd da ascoltare.

Sono sicura che c'è una vita che deve tramutarsi in parole, stipate in pagine di carta riciclata e ingiallita, che mi sta attendendo per raccontarsi e farsi raccontare.
Probabilmente non sono ancora pronta, sta aspettando che io mi accorga che l'ho sempre avuta celata dentro me stessa senza mai averne coscienza.
Le mie parole sono ancora troppo acerbe e infantili per lei, ha bisogno di dedizione totale e che mi voti a lei con casta devozione, merita di possedermi completamente ed esige che mi occupi di lei e null'altro.
Ed io sono ancora molto sciocca e troppo avida di realtà.
Voglio la mia storia, voglio conoscerla, studiarla, innamorarmene.
Ma voglio la vita di tutti i giorni anche, che è l'assassina più spietata dell'immaginazione. Ed ecco che così mi ritrovo con sabbia tra le mani che inesorabilmente scompare.
"Credevi tutto in una mano e nella tua mano non trovi niente, solo una stella che nel cielo brilla e si spegne verso oriente".
Già. E così ascolto quelle degli altri, di quelli che le loro storie le sanno raccontare, in un modo o in un altro, ma lo sanno fare.
Che non temono il giudizio altrui, ma aspirano a critiche costruttive, che non sono spaventati dal regalare una parte di sè al mondo cieco e sordo che hanno intorno, che hanno capito che la libertà è fatta soprattutto di parole e di immagini, non di segreti.
La paura del condividere nasce dal terrore di perdere parti di sè, private, imbarazzanti, sbagliate, traballanti e taglienti come fogli di carta sulle dita.
La strategia di difesa è permettere a pochissime persone di intravederle a malapena nella nebbia che semini intorno, e nonostante siano persone scelte appositamente tra chi non ti farebbe mai del male e chi non può fartene, qualcosa ancora è celato da un velo sottile.
Il trauma della delusione non si può rimuovere, non può essere cancellato con un colpo di spugna e un mattino di sole, non si può scordare: è un dolore sempre vivo, un taglio che non si rimargina mai completamente e che rimane ben visibile come monito per il futuro.

Ed ecco, semplicemente, tutti miei errori, in fila con tanto di giustificazioni al seguito per auto-convincermi che siano accettabili.
Perchè riesco a vedere chiaramente dove la mia vita è impostata male o è deviata, ma non riesco a trasformare tutto in ciò che dovrebbe essere davvero? In come vorrei che fosse?
Preferisco il dolore? Gli inverni mentali alla serenità d'animo?
Dò risposte differenti a giorni alterni, oscillo come un pendolo perpetuo tra la certezza di un futuro possibile e giorni felici ed il dubbio insistente che mi sto solo semplicemente illudendo per non morire.

Eppure davvero non riesco a comprendere i dubbi e le insicurezze degli altri, perchè chiunque mi pare degno di esistere e migliore di me e perfetto esattamente così com'è.
Io mi odio.
Odio me stessa più di ogni altra cosa al mondo, perchè non posso essere chi vorrei e quello che sono non mi basta e non mi basterà mai.

Io mi odio e l'ho ammesso.
Pensavo mi facesse sentire meglio di così, ma non cambia nulla.
Ecco perchè voglio la mia storia: è la mia unica fuga, la mia sola distrazione, il mio unico momento di pausa nell'eterno lavoro di autodistruzione iniziato tanto tempo fa, perchè voglio provare a far finta che sia così.

Non succederà.
Forse la mia storia sono io e qualcuno la racconterà al mio posto.
E' bello pensare, che forse, sentendola da altri, la amerò da impazzire.

Ma se ci penso bene, è onesto ammettere che in realtà la amo, così com'è, storta e complicata, come lo sono io.
Siamo uguali, per cui, forse, amo un po' anche me.

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