Attendo con gioia il 2010.
Un paio di obiettivi me lo rendono caro:
1) Conoscere Madel
2) Un concerto in zona
In un anno ci sono 12 mesi e tutto si può fare.
Fiduciosa, ci credo.
Nel frattempo, poi, altri obiettivi si metteranno in coda.
Mi hanno insegnato che bisogna avere fede e che ciò che conta di più è la volontà.
Grazie.
Io mi fido.
martedì 29 dicembre 2009
venerdì 25 dicembre 2009
Immobile, avanzo.
La fine è un risveglio ed io non sono ancora pronta.
Dormirò sonni fragili senza rispetto per voi, che vi affannate per ciò che non esiste.
Piccole fate dei boschi e dei fiori, prendetemi con voi e cullatemi, curatemi con i vostri dolci sorrisi e le vostre ali trasparenti.
Insegnatemi l'addio ai desideri, qui, in questo cielo pesante e distante da ciò che immaginavo.
Io, piccola artista della verità, continuerò in eterno a disturbare i vostri piani.
Falsi onesti, temete la lealtà e con essa io combatto.
Immobile, nel mio sonno vegliato dalle fate, avanzo molto più di voi.
Dormirò sonni fragili senza rispetto per voi, che vi affannate per ciò che non esiste.
Piccole fate dei boschi e dei fiori, prendetemi con voi e cullatemi, curatemi con i vostri dolci sorrisi e le vostre ali trasparenti.
Insegnatemi l'addio ai desideri, qui, in questo cielo pesante e distante da ciò che immaginavo.
Io, piccola artista della verità, continuerò in eterno a disturbare i vostri piani.
Falsi onesti, temete la lealtà e con essa io combatto.
Immobile, nel mio sonno vegliato dalle fate, avanzo molto più di voi.
lunedì 14 dicembre 2009
12 e 13 dicembre 2009
Quelle dita, quella chitarra.
E poi quella voce.
Gli occhi spalancati a non perdere quel punto sul soffitto che è un'ancora sicura per non perdersi nei pensieri. O tra la gente. Seduta, immobile e concentrata, silenziosa, rapita, innamorata e
catturata dalle storie che danzano in quello scantinato.
Un bicchiere di vino, due bicchieri, vino e basta.
Sorrisi regalati al nulla, esplodono e non se ne vanno.
L'ultimo applauso, ma non è l'ultimo. Un altro ancora, l'ultimo per davvero.
E tutti in piedi che se ne vanno.
Ma io, noi, rimaniamo lì.
L'attesa che non è attesa, ma che diventa realtà. L'ho respirata.
Quegli occhi di fronte e una mano che stringe la mia.
Quella voce che dice:"lo so". La mia che trema. La mia che sparisce.
Poi, fuori, il freddo, che non è più così freddo.
E il traffico, che non è più così intenso. Adesso è sopportabile. Adesso è vita. E' sabato sera.
Ora è dolce la pioggia che batte contro il vetro e la strada deserta è una compagna piacevole nelle ore passate a parlare. Di tutto, del mondo, di noi, del Natale che ci fa schifo e dei M. che avranno spaccato e ce li siamo persi.
Ma eravamo dove dovevamo essere ieri sera. E ieri notte. E oggi pomeriggio.
Con la prima neve che tutti adorano e noi detestiamo, con il navigatore che ci ha salvato la vita e madri che non sono madri e non dovrebbero fare le madri. Con gatti nascosti negli armadi e sonni pesanti, di piombo.
Tra gabbie e magliette a righe, eterosessuali che ordinano un crodino, piadine per tutti che abbiamo fame di brutto e non abbiamo trovato un lurido. Niente panozzo dai porcari.
E le scale si fanno e il chitarrista mi ha sorriso e le ho cantate tutte. Maledetti semafori, arriveremo tardi. No, siamo arrivate al momento giusto. Ma Rossella non c'era e ho lasciato il libro a quel Davide.
Ma c'era lui. Loro. Su quel palco, piccolissimo, in sei.
E "Grazie di essere venuta", oggi, quando meno te l'aspetti. E "Se vengo a suonare dalle tue parti passo a trovarti".
Che importa se son parole dette tanto per dire. Proprio nulla. Ma meno di zero.
Conta solo che il 12 ed il 13 dicembre 2009 passeranno alla storia e io so chi devo ringraziare.
La mia compagna di concerti e lui.
Può anche andare a farsi fottere il 2009.
Ho vinto io.
E poi quella voce.
Gli occhi spalancati a non perdere quel punto sul soffitto che è un'ancora sicura per non perdersi nei pensieri. O tra la gente. Seduta, immobile e concentrata, silenziosa, rapita, innamorata e
catturata dalle storie che danzano in quello scantinato.
Un bicchiere di vino, due bicchieri, vino e basta.
Sorrisi regalati al nulla, esplodono e non se ne vanno.
L'ultimo applauso, ma non è l'ultimo. Un altro ancora, l'ultimo per davvero.
E tutti in piedi che se ne vanno.
Ma io, noi, rimaniamo lì.
L'attesa che non è attesa, ma che diventa realtà. L'ho respirata.
Quegli occhi di fronte e una mano che stringe la mia.
Quella voce che dice:"lo so". La mia che trema. La mia che sparisce.
Poi, fuori, il freddo, che non è più così freddo.
E il traffico, che non è più così intenso. Adesso è sopportabile. Adesso è vita. E' sabato sera.
Ora è dolce la pioggia che batte contro il vetro e la strada deserta è una compagna piacevole nelle ore passate a parlare. Di tutto, del mondo, di noi, del Natale che ci fa schifo e dei M. che avranno spaccato e ce li siamo persi.
Ma eravamo dove dovevamo essere ieri sera. E ieri notte. E oggi pomeriggio.
Con la prima neve che tutti adorano e noi detestiamo, con il navigatore che ci ha salvato la vita e madri che non sono madri e non dovrebbero fare le madri. Con gatti nascosti negli armadi e sonni pesanti, di piombo.
Tra gabbie e magliette a righe, eterosessuali che ordinano un crodino, piadine per tutti che abbiamo fame di brutto e non abbiamo trovato un lurido. Niente panozzo dai porcari.
E le scale si fanno e il chitarrista mi ha sorriso e le ho cantate tutte. Maledetti semafori, arriveremo tardi. No, siamo arrivate al momento giusto. Ma Rossella non c'era e ho lasciato il libro a quel Davide.
Ma c'era lui. Loro. Su quel palco, piccolissimo, in sei.
E "Grazie di essere venuta", oggi, quando meno te l'aspetti. E "Se vengo a suonare dalle tue parti passo a trovarti".
Che importa se son parole dette tanto per dire. Proprio nulla. Ma meno di zero.
Conta solo che il 12 ed il 13 dicembre 2009 passeranno alla storia e io so chi devo ringraziare.
La mia compagna di concerti e lui.
Può anche andare a farsi fottere il 2009.
Ho vinto io.
venerdì 20 novembre 2009
Pulp, omaggio.
Come quella volta in cui un amico faceva cena per il compleanno e mi ha chiesto se gli facevo il tiramisù.
O quella in cui Alice mi ha chiamata e mi ha chiesto posso passare e prima di andare via mi ha detto grazie per avermi ascoltata.
O tutte le volte che Maddalena mi chiede se le racconto la storia del lupo e i sette capretti che quella è proprio la più bella di tutte.
E allora tra le pagine di un libro puoi cambiare idea, smettere di avercela con quella canzone, con quella persona, con quella storia.
I numeri dispari non sono poi così male e annoiano meno di quelli pari.
La bella addormentata, effettivamente, non ti ha mai fatto nulla.
Quella troia se è così troia ci sarà un motivo. L’autunno, poi, è arrivato tardi quest’anno.
Ma il 2010 arriverà puntuale, con o senza neve. Ma la neve ci sarà?
Un treno che viaggia, un treno che scappa, un treno che neanche lo sa che sta facendo. Se lo sapesse. Ma non potrebbe saperlo. Provate a dirglielo voi se fa fermate nelle vostre città. Se lo vedete passare.
Il mondo, però, continua a non piacermi e non ci posso fare nulla.
Solo che non poterci far nulla è da sempre qualcosa di dissanguante. Nulla è proprio poco.
Crack e fiumi a scorrere, non azzurri però. Niente colline, figurati praterie.
Dilaniante.
Ma immaginatelo detto pulp, vi prego.
Con la faccia schifata e la voce roca, la bocca storta in una smorfia sadica.
Dilaniante.
PULP! MOLTO PULP! PURE TROPPO!
E con questo, io ho finito.
O quella in cui Alice mi ha chiamata e mi ha chiesto posso passare e prima di andare via mi ha detto grazie per avermi ascoltata.
O tutte le volte che Maddalena mi chiede se le racconto la storia del lupo e i sette capretti che quella è proprio la più bella di tutte.
E allora tra le pagine di un libro puoi cambiare idea, smettere di avercela con quella canzone, con quella persona, con quella storia.
I numeri dispari non sono poi così male e annoiano meno di quelli pari.
La bella addormentata, effettivamente, non ti ha mai fatto nulla.
Quella troia se è così troia ci sarà un motivo. L’autunno, poi, è arrivato tardi quest’anno.
Ma il 2010 arriverà puntuale, con o senza neve. Ma la neve ci sarà?
Un treno che viaggia, un treno che scappa, un treno che neanche lo sa che sta facendo. Se lo sapesse. Ma non potrebbe saperlo. Provate a dirglielo voi se fa fermate nelle vostre città. Se lo vedete passare.
Il mondo, però, continua a non piacermi e non ci posso fare nulla.
Solo che non poterci far nulla è da sempre qualcosa di dissanguante. Nulla è proprio poco.
Crack e fiumi a scorrere, non azzurri però. Niente colline, figurati praterie.
Dilaniante.
Ma immaginatelo detto pulp, vi prego.
Con la faccia schifata e la voce roca, la bocca storta in una smorfia sadica.
Dilaniante.
PULP! MOLTO PULP! PURE TROPPO!
E con questo, io ho finito.
sabato 14 novembre 2009
Piccole invasioni di campo. Che non sono mai tanto piccole.
I compleanni di novembre, ma anche i concerti.
E quello dei Green Day è stato uno spettacolo, anche se non ho più diciassette anni da un pezzo.
La gran verità che il tempo cancella ogni ferita; la gran verità che funziona solo con quelle superficiali.
Nuove forme di libertà.
Piccole invasioni di campo. Che non sono mai tanto piccole.
Peter Pan e l’Isola Che Non C’è e Trilli e i Bimbi Sperduti. Ma non so chi di loro vorrei essere. Ma so che per Capitan Uncino mi spiace un sacco: è l’uomo più sfigato di tutti i mari.
Nessun approdo, ma pensieri coraggiosi che si fanno spazio nel labirinto delle possibilità. Quelle che scegliamo noi, se davvero scegliamo qualcosa.
Visi nuovi, anche. Anime più o meno antiche che si trovano a passare di qui e si fermano, per un po’, per un niente, per sempre. In mille modi diversi. In un unico modo, sempre quello.
Incognite mai risolte, teoremi e postulati zoppicanti, frazioni che si semplificano e danno sempre uno.
Allora forse è meglio non sapere, galleggiare dubbiosi fra tanti casi tendenti allo zero, cullarsi nel mare dei risultati diversi, che tanto è sbagliato sul libro, di fisso.
Ho meno paura di altre persone, il che mi fa sorridere.
Non sarà lei ad impedire l’evoluzione delle piccole invasioni di campo.
Volli, sempre volli, fortissimamente volli. Alfieri docet ed io mi accodo.
Le strade si dividono sempre.
Cartellino giallo o rosso non fa differenza.
E’ l’esserci stati che permetterà, un giorno, di raccontarlo.
E io, al concerto dei Green Day, c’ero.
E quello dei Green Day è stato uno spettacolo, anche se non ho più diciassette anni da un pezzo.
La gran verità che il tempo cancella ogni ferita; la gran verità che funziona solo con quelle superficiali.
Nuove forme di libertà.
Piccole invasioni di campo. Che non sono mai tanto piccole.
Peter Pan e l’Isola Che Non C’è e Trilli e i Bimbi Sperduti. Ma non so chi di loro vorrei essere. Ma so che per Capitan Uncino mi spiace un sacco: è l’uomo più sfigato di tutti i mari.
Nessun approdo, ma pensieri coraggiosi che si fanno spazio nel labirinto delle possibilità. Quelle che scegliamo noi, se davvero scegliamo qualcosa.
Visi nuovi, anche. Anime più o meno antiche che si trovano a passare di qui e si fermano, per un po’, per un niente, per sempre. In mille modi diversi. In un unico modo, sempre quello.
Incognite mai risolte, teoremi e postulati zoppicanti, frazioni che si semplificano e danno sempre uno.
Allora forse è meglio non sapere, galleggiare dubbiosi fra tanti casi tendenti allo zero, cullarsi nel mare dei risultati diversi, che tanto è sbagliato sul libro, di fisso.
Ho meno paura di altre persone, il che mi fa sorridere.
Non sarà lei ad impedire l’evoluzione delle piccole invasioni di campo.
Volli, sempre volli, fortissimamente volli. Alfieri docet ed io mi accodo.
Le strade si dividono sempre.
Cartellino giallo o rosso non fa differenza.
E’ l’esserci stati che permetterà, un giorno, di raccontarlo.
E io, al concerto dei Green Day, c’ero.
giovedì 5 novembre 2009
"Sbatti le ali per me, Bloom?"
Oggi ho rivestito di note una scatola, attaccato figurine su un album, parlato di calcio e studiato una poesia a memoria.
Stare con i bambini fa effettivamente bene.
E se devono disegnare gli ingredienti della pozione magica di una strega, loro disegnano anche l'etichetta e ci scrivono che cosa contiene: "occhio di topo", "bava di rospo", "orecchio di pipistrello", "coda di drago".
Roba che a te non verrebbe mai, ma ma-i!
Al massimo coloreresti gli ingredienti di colori diversi, ma non ti verrebbe mai di scriverci anche l'etichetta. Pazzesco.
E ci rimani un po' bene e un po' male.
Un po' bene perché è dolcissima e meravigliosa come immagine e di colpo ti ricordi che li hai avuti anche tu, otto anni. Un po' male perché ti prende un nodo alla gola che non te lo togli più per tutto il giorno.
Perchè tu l'hai persa la fantasia, per quanto ti ostini ad affermare il contrario, quella vera che ti trasporta altrove e non vorresti più tornare, quella l'hai persa.
E ci rimani malissimo.
Ti osservi e guardi quello che sei, pensi che tra un po' sarà Natale e che lei c'era venerdì e c'era sabato. E tu non ci sei più.
Una Winx è preferibile. Posso ben capirlo. E' che vorrei che mi facesse vedere come sbatte le ali quella Bloom. Davvero.
Che poi lei userà "polvere di luna" e "vento del deserto" come ingredienti magici, mica rospi e cose. Ma questa è un'altra storia.
Attendo i concertoni di novembre e dicembre, le ottime compagnie, qualche serata casalinga e qualche cenaccia.
Leggo "Le affinità elettive" e coccolo la mia miciona. Ascolto la musica a tutto volume e rido il più possibile.
Così facendo arriverà anche il fottuto Natale.
Ma quest'anno non deve cogliermi impreparata.
Indosserò lo "Scudo-magico-anti-Natale" che mi ha consegnato il Vecchio Saggio, più vecchio che saggio, alle pendici del "Monte della Vista Perduta", proprio dove nasce il "Fiume delle Parole Taciute".
Spero tanto che un giorno Bloom mi faccia vedere come sbatte quelle ali...
Stare con i bambini fa effettivamente bene.
E se devono disegnare gli ingredienti della pozione magica di una strega, loro disegnano anche l'etichetta e ci scrivono che cosa contiene: "occhio di topo", "bava di rospo", "orecchio di pipistrello", "coda di drago".
Roba che a te non verrebbe mai, ma ma-i!
Al massimo coloreresti gli ingredienti di colori diversi, ma non ti verrebbe mai di scriverci anche l'etichetta. Pazzesco.
E ci rimani un po' bene e un po' male.
Un po' bene perché è dolcissima e meravigliosa come immagine e di colpo ti ricordi che li hai avuti anche tu, otto anni. Un po' male perché ti prende un nodo alla gola che non te lo togli più per tutto il giorno.
Perchè tu l'hai persa la fantasia, per quanto ti ostini ad affermare il contrario, quella vera che ti trasporta altrove e non vorresti più tornare, quella l'hai persa.
E ci rimani malissimo.
Ti osservi e guardi quello che sei, pensi che tra un po' sarà Natale e che lei c'era venerdì e c'era sabato. E tu non ci sei più.
Una Winx è preferibile. Posso ben capirlo. E' che vorrei che mi facesse vedere come sbatte le ali quella Bloom. Davvero.
Che poi lei userà "polvere di luna" e "vento del deserto" come ingredienti magici, mica rospi e cose. Ma questa è un'altra storia.
Attendo i concertoni di novembre e dicembre, le ottime compagnie, qualche serata casalinga e qualche cenaccia.
Leggo "Le affinità elettive" e coccolo la mia miciona. Ascolto la musica a tutto volume e rido il più possibile.
Così facendo arriverà anche il fottuto Natale.
Ma quest'anno non deve cogliermi impreparata.
Indosserò lo "Scudo-magico-anti-Natale" che mi ha consegnato il Vecchio Saggio, più vecchio che saggio, alle pendici del "Monte della Vista Perduta", proprio dove nasce il "Fiume delle Parole Taciute".
Spero tanto che un giorno Bloom mi faccia vedere come sbatte quelle ali...
venerdì 23 ottobre 2009
L'indicibile solitudine. Ode a Rilke.
Dormono sonni tranquilli
gli uomini
senza meraviglia negli occhi.
Perdono istanti di immenso
che li sfiora
in giorni qualunque
destinati all'oblio.
Stupirsi non è previsto
nelle loro esistenze logiche,
perdersi è segno di debolezza
fermarsi, di sconfitta.
La verità è misera
se non la si sfida.
Dormono sonni tranquilli
gli uomini
che non conoscono
l'indicibile solitudine
a cui siamo destinati.
gli uomini
senza meraviglia negli occhi.
Perdono istanti di immenso
che li sfiora
in giorni qualunque
destinati all'oblio.
Stupirsi non è previsto
nelle loro esistenze logiche,
perdersi è segno di debolezza
fermarsi, di sconfitta.
La verità è misera
se non la si sfida.
Dormono sonni tranquilli
gli uomini
che non conoscono
l'indicibile solitudine
a cui siamo destinati.
Squarci di solitudine leggera
Quella strana tensione, che non sai cos'è e non importa: è lei che ti spinge in avanti.
Una sottile gioia ingiustificata che non cerchi, ma ti accompagna anche in momenti all'apparenza vuoti e vacui.
Il non senso non mi spaventa più, al contrario mi attira e mi fa sorridere, fa parte di me e del mondo in cui vivo e dell'unverso che mi sono costruita intorno.
Non esistono gioie piccole o grandi, esiste solo la voglia di riconoscerle e ringraziarle, di viverle, ricordarle, portarle con sè finchè ci sarà memoria.
Abbandono la lotta, sentendomi più forte ora che ho compreso che la dolcezza è più forte di ogni pugno.
Non so se dimenticare possa essere curativo, ma sono certa che accettare possa salvare.
La solitudine delle mie notti mi è amica e confidente, consigliera senza parola, mi suggerisce le risposte che in mezzo al caos non trovano spazio e forma.
Soffocare i fili di pensieri non è per me: io li seguo, per ingarbugliati che siano, li seguo.
Aspettare l'alba sarà il mio compito, vederla per davvero la mia vittoria.
Sono il sole, sono il cielo sopra queste montagne, sono il mare lontano ma non poi così tanto.
Mani invisibili accarezzano il mio viso, non sento dolore,ma un abbraccio dal cuore del mondo che mi vuole e mi avrà.
Sorrido perchè è un dovere. Oggi lo è.
Una sottile gioia ingiustificata che non cerchi, ma ti accompagna anche in momenti all'apparenza vuoti e vacui.
Il non senso non mi spaventa più, al contrario mi attira e mi fa sorridere, fa parte di me e del mondo in cui vivo e dell'unverso che mi sono costruita intorno.
Non esistono gioie piccole o grandi, esiste solo la voglia di riconoscerle e ringraziarle, di viverle, ricordarle, portarle con sè finchè ci sarà memoria.
Abbandono la lotta, sentendomi più forte ora che ho compreso che la dolcezza è più forte di ogni pugno.
Non so se dimenticare possa essere curativo, ma sono certa che accettare possa salvare.
La solitudine delle mie notti mi è amica e confidente, consigliera senza parola, mi suggerisce le risposte che in mezzo al caos non trovano spazio e forma.
Soffocare i fili di pensieri non è per me: io li seguo, per ingarbugliati che siano, li seguo.
Aspettare l'alba sarà il mio compito, vederla per davvero la mia vittoria.
Sono il sole, sono il cielo sopra queste montagne, sono il mare lontano ma non poi così tanto.
Mani invisibili accarezzano il mio viso, non sento dolore,ma un abbraccio dal cuore del mondo che mi vuole e mi avrà.
Sorrido perchè è un dovere. Oggi lo è.
giovedì 22 ottobre 2009
Cit. "Sono centomila i chilometri......."
Dopo Cri, Sansoner, Zero e Nico, dovrebbe passare di qui il mio amico cantante...
Per cui, CIAO CANTANTEEEEEEEEEE!!!!!!!!
Attendo con ansia la primavera, sarò in prima fila ad agitarmi come sempre!
Per cui, CIAO CANTANTEEEEEEEEEE!!!!!!!!
Attendo con ansia la primavera, sarò in prima fila ad agitarmi come sempre!
sabato 17 ottobre 2009
In attesa della conta degli alberi di Natale
Il vento gelido, ma gelido sul serio, non ha rovinato la serata.
Anzi, ha spazzato il cielo e scoperto le stelle.
Libri e parole e musica e arte: ecco di cos'ho bisogno.
Colori, notti gelide, ore lunghissime, occhi che sognano.
Un fiore può cambiare una giornata Santo Cielo, com'è che nessuno se ne rende conto?
Alla fine non lo so perchè scrivo, ma se devo essere sincera, forse, non so nemmeno perchè penso. Eppure lo faccio di continuo, anche se fa male ed è sbagliato, anche se complica le cose anzichè facilitarle.
E allora continuo sulla mia strada, attendendo fiduciosa il giorno del grande coraggio, o magari della grande saturazione.
Nel frattempo continuo a fare e disfare, anche se disfo un po' meno. Ci penserà chi di dovere a farlo al mio posto.
Buona giornata gente, io stanotte ho visto un cielo spettacolare e fulmini in lontananza.
Ditemi voi, se questa non è magia.
Anzi, ha spazzato il cielo e scoperto le stelle.
Libri e parole e musica e arte: ecco di cos'ho bisogno.
Colori, notti gelide, ore lunghissime, occhi che sognano.
Un fiore può cambiare una giornata Santo Cielo, com'è che nessuno se ne rende conto?
Alla fine non lo so perchè scrivo, ma se devo essere sincera, forse, non so nemmeno perchè penso. Eppure lo faccio di continuo, anche se fa male ed è sbagliato, anche se complica le cose anzichè facilitarle.
E allora continuo sulla mia strada, attendendo fiduciosa il giorno del grande coraggio, o magari della grande saturazione.
Nel frattempo continuo a fare e disfare, anche se disfo un po' meno. Ci penserà chi di dovere a farlo al mio posto.
Buona giornata gente, io stanotte ho visto un cielo spettacolare e fulmini in lontananza.
Ditemi voi, se questa non è magia.
venerdì 16 ottobre 2009
Il bugiardo dolcissimo
Dimmi quelle parole e fammi volare in alto, come mai prima.
Raccontami quello che ancora non so, parlami del mondo e di come lo vedi tu, di cosa pensi del cielo, di cosa ti fa sorridere.
Voglio ascoltare i tuoi pensieri e vedere la tua anima, sentire la verità: sentirla una volta soltanto.
Ti prego, non nasconderti dietro facciate ridipinte mille volte o dietro muri che si sbriciolano: mostrami ciò che temi e vedrai che diventerà luce in un istante, leva i cardini e sfila quella porta.
Guardami: i miei occhi ti sveleranno il loro segreto e sarà dolce scoprire che è lo stesso di sempre.
Non farà male, sarà il passaggio obbligato per due destini che si sono incrociati e riconosciuti, sarà ciò che deve essere, se lo scegliamo insieme.
Ho paura del nulla e voglio relegarlo in quella stanza buia costruita per lui dal Dio della vita, in un giorno d'amore e di follia.
Siamo come queste stelle che ci fanno da cappello: dobbiamo brillare, illuminare una piccola porzione di mondo, bruciare di vita anche per chi non ne è capace.
Slega il macigno che hai legato alla caviglia, vola per non dover strisciare, ridi per non dover odiare, racconta per non dover dimenticare.
La verità la scegli tu, ma dimmela e fai volare anche me, che da sola ho troppa paura.
No, non mentire, non adesso, non qui.
Adesso dobbiamo volare.
E non farà male, perchè sarà ciò che deve essere.
Dammi la mano ed io non la lascerò più.
Raccontami quello che ancora non so, parlami del mondo e di come lo vedi tu, di cosa pensi del cielo, di cosa ti fa sorridere.
Voglio ascoltare i tuoi pensieri e vedere la tua anima, sentire la verità: sentirla una volta soltanto.
Ti prego, non nasconderti dietro facciate ridipinte mille volte o dietro muri che si sbriciolano: mostrami ciò che temi e vedrai che diventerà luce in un istante, leva i cardini e sfila quella porta.
Guardami: i miei occhi ti sveleranno il loro segreto e sarà dolce scoprire che è lo stesso di sempre.
Non farà male, sarà il passaggio obbligato per due destini che si sono incrociati e riconosciuti, sarà ciò che deve essere, se lo scegliamo insieme.
Ho paura del nulla e voglio relegarlo in quella stanza buia costruita per lui dal Dio della vita, in un giorno d'amore e di follia.
Siamo come queste stelle che ci fanno da cappello: dobbiamo brillare, illuminare una piccola porzione di mondo, bruciare di vita anche per chi non ne è capace.
Slega il macigno che hai legato alla caviglia, vola per non dover strisciare, ridi per non dover odiare, racconta per non dover dimenticare.
La verità la scegli tu, ma dimmela e fai volare anche me, che da sola ho troppa paura.
No, non mentire, non adesso, non qui.
Adesso dobbiamo volare.
E non farà male, perchè sarà ciò che deve essere.
Dammi la mano ed io non la lascerò più.
mercoledì 14 ottobre 2009
Pace: in una notte di incenso svanito.
Per ogni cosa che si rompe, ce n'è una che si aggiusta. O forse no.
Una volta, mi sono fatta leggere l'aura ma nemmeno me lo ricordo.
Traumi o non traumi la vita si vive, cazzi tuoi.
Psicologi e compagnia bella, non mi avrete mai. Faccio a modo mio, tanto ho imparato che giusto e sbagliato sono concetti che valgono solo a scuola.
Sorridere mi ha sempre salvata e non ho mai smesso di esserne capace.
Lasciatemi le mie debolezze: sono conforto e appoggio.
E concedete un po' di orgoglio a me che lo sottovaluto.
Due amici, tre tazzine, chiacchiere sul Ponte sullo Stretto, compleanni che durano una settimana e una gatta grigia in giro per casa: certo che poi posso dormire soddisfatta.
Oppure aperitivo e cena con un'amica decennale a ricordare le cazzate del liceo... Già, perchè li abbiamo avuti anche noi diciassette anni. E scrivevamo lettere ai ragazzi che ci piacevano e fumavamo le prime sigarette di nascosto e bevevamo la vodka alla menta e ci indivanettavamo in discoteca. Dormivamo insieme e facevamo le cinque del mattino a parlare, facevamo cartelloni di auguri per i compleanni, vomitavamo fuori dai locali e tornavamo a casa alle sette.
Fanculo a tutte le menate stasera, a voi che avete deciso come sono fatta io, a voi che mi sottovalutate, che sapete cos'è meglio per me, che siete maestri del nascondersi dietro ad un dito, voi che vi date troppa importanza. Nessuno ha tutto questo peso.
Mettetevelo bene in testa.
Io mi sento leggera.
E se volete fare la guerra del "chi ci perde di più", sono qui: pronti a soccombere?
Una volta, mi sono fatta leggere l'aura ma nemmeno me lo ricordo.
Traumi o non traumi la vita si vive, cazzi tuoi.
Psicologi e compagnia bella, non mi avrete mai. Faccio a modo mio, tanto ho imparato che giusto e sbagliato sono concetti che valgono solo a scuola.
Sorridere mi ha sempre salvata e non ho mai smesso di esserne capace.
Lasciatemi le mie debolezze: sono conforto e appoggio.
E concedete un po' di orgoglio a me che lo sottovaluto.
Due amici, tre tazzine, chiacchiere sul Ponte sullo Stretto, compleanni che durano una settimana e una gatta grigia in giro per casa: certo che poi posso dormire soddisfatta.
Oppure aperitivo e cena con un'amica decennale a ricordare le cazzate del liceo... Già, perchè li abbiamo avuti anche noi diciassette anni. E scrivevamo lettere ai ragazzi che ci piacevano e fumavamo le prime sigarette di nascosto e bevevamo la vodka alla menta e ci indivanettavamo in discoteca. Dormivamo insieme e facevamo le cinque del mattino a parlare, facevamo cartelloni di auguri per i compleanni, vomitavamo fuori dai locali e tornavamo a casa alle sette.
Fanculo a tutte le menate stasera, a voi che avete deciso come sono fatta io, a voi che mi sottovalutate, che sapete cos'è meglio per me, che siete maestri del nascondersi dietro ad un dito, voi che vi date troppa importanza. Nessuno ha tutto questo peso.
Mettetevelo bene in testa.
Io mi sento leggera.
E se volete fare la guerra del "chi ci perde di più", sono qui: pronti a soccombere?
venerdì 9 ottobre 2009
Good Morning World!
I giorni del risveglio.
E' un bel casino rimettere le cose a posto.
Scegliere che linea seguire.
In ogni caso sorridendo.
Se prorpio devo dirla tutta, a me i risvegli fanno schifo.
Io li odio e li schifo, come disse un giorno qualcuno, i risvegli.
Ma è solo per non dire che sono io che mi odio e mi schifo.
Culoaterraeripartire.
Buongiorno Mondo!
E' un bel casino rimettere le cose a posto.
Scegliere che linea seguire.
In ogni caso sorridendo.
Se prorpio devo dirla tutta, a me i risvegli fanno schifo.
Io li odio e li schifo, come disse un giorno qualcuno, i risvegli.
Ma è solo per non dire che sono io che mi odio e mi schifo.
Culoaterraeripartire.
Buongiorno Mondo!
L'attesa indecente di chi non può parlare
Il quadro non ci sarà.
Ci siamo andati quasi vicino, ma alla fine è saltato.
Questione di scelte, ed io sono sempre stata drastica.
Probabilmente nemmeno quel regalo arriverà: parole alcoliche dette tanto per dire, tanto per essere dette, che nel dubbio è sempre meglio dire qualcosa.
Attaccati a fili così sottili da sembrare invisibili, guidiamo i nostri passi credendo di scegliere.
Ma tutto è già scritto.
E la storia dei burattini non è poi così insensata.
Al cospetto della fine perdo sensibilità, esco dal mio corpo, mi allontano.
Mi accuccio in un angolo e aspetto... Che se ne vada...
La morte ha molte forme, ed io sono stanca di riconoscerla.
Chiamatelo scappare e siatene orgogliosi.
Io lo chiamo sopravvivere.
Ci siamo andati quasi vicino, ma alla fine è saltato.
Questione di scelte, ed io sono sempre stata drastica.
Probabilmente nemmeno quel regalo arriverà: parole alcoliche dette tanto per dire, tanto per essere dette, che nel dubbio è sempre meglio dire qualcosa.
Attaccati a fili così sottili da sembrare invisibili, guidiamo i nostri passi credendo di scegliere.
Ma tutto è già scritto.
E la storia dei burattini non è poi così insensata.
Al cospetto della fine perdo sensibilità, esco dal mio corpo, mi allontano.
Mi accuccio in un angolo e aspetto... Che se ne vada...
La morte ha molte forme, ed io sono stanca di riconoscerla.
Chiamatelo scappare e siatene orgogliosi.
Io lo chiamo sopravvivere.
mercoledì 7 ottobre 2009
Che finisca com'è iniziata
VERTIGINE
Stavo bene, stavo accomodato li
in equilibrio tra curve e spigoli
Credevo di essere meno sensibile
ma è successo a noi...è successo a noi...
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
Potrebbe anche franare la pietra che ho nel cuore
e diventare spiaggia da poterci camminare
Mi strappo via i vestiti ed entro nel tuo mare
è caldo, è calmo, ci si può naufragare
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
E' il tuo veleno che sa di vertigine
e io precipito nella tua chimica
nodi da sciogliere, risposte che non ho
e che non voglio più!
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
Negrita
Stavo bene, stavo accomodato li
in equilibrio tra curve e spigoli
Credevo di essere meno sensibile
ma è successo a noi...è successo a noi...
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
Potrebbe anche franare la pietra che ho nel cuore
e diventare spiaggia da poterci camminare
Mi strappo via i vestiti ed entro nel tuo mare
è caldo, è calmo, ci si può naufragare
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
E' il tuo veleno che sa di vertigine
e io precipito nella tua chimica
nodi da sciogliere, risposte che non ho
e che non voglio più!
Piccolissima esplosione di gioia
Piccolissima emozione che non so gestire
Piccolissima porzione di sole
Piccolissima persona non ti lascio andare più
Negrita
Verità o menzogna?
La verità stava sotto quella gonna.
Tra quelle gambe che si muovevano sensuali su dei tacchi neri.
One Way Or Another dalle casse tremanti. Un allucinogeno erotismo, consumato nei pensieri, suggerito da troppo alcol e incalzato da tutto quello stusciarsi e divincolarsi di corpi.
La verità era là sotto, ci avrei trovato la "Dea delle parole finali", mi avrebbe spiegato il segreto ancestrale che nessuno lambisce mai, nemmeno per un istante, come un fiume invisibile che attraversa il deserto.
Avrei capito, un illuminato, le risposte alle domande mai formulate, perchè potenzialmente assassine.
Arrivarci e afferrarle per la coda, lottare, vincere, sapere.
L'istinto ci salverà, ci salva sempre, e il mio istinto mi dice che devo infilarmi tra quelle gambe.
Ricordo perfettamente questi pensieri.
Avevo vent'anni ed ero certo che la verità l'avrei trovata sotto una gonna.
Tra quelle gambe che si muovevano sensuali su dei tacchi neri.
One Way Or Another dalle casse tremanti. Un allucinogeno erotismo, consumato nei pensieri, suggerito da troppo alcol e incalzato da tutto quello stusciarsi e divincolarsi di corpi.
La verità era là sotto, ci avrei trovato la "Dea delle parole finali", mi avrebbe spiegato il segreto ancestrale che nessuno lambisce mai, nemmeno per un istante, come un fiume invisibile che attraversa il deserto.
Avrei capito, un illuminato, le risposte alle domande mai formulate, perchè potenzialmente assassine.
Arrivarci e afferrarle per la coda, lottare, vincere, sapere.
L'istinto ci salverà, ci salva sempre, e il mio istinto mi dice che devo infilarmi tra quelle gambe.
Ricordo perfettamente questi pensieri.
Avevo vent'anni ed ero certo che la verità l'avrei trovata sotto una gonna.
lunedì 5 ottobre 2009
Il fondo (remind)
E' una morte.
Sa proprio di morte, uccide.
Tortura reiterara dell'eterno pensiero impossibile. Mi faccio del male perchè non sono capace di amarmi, e sarebbe così facile poi, se mi amassi tu.
Ma il vento non ha colpe e spettina i capelli in quel modo dolcissimo quando meno lo diresti.
Allo stesso modo asciugherà le lacrime, che piccole e inutili continueranno a rigarti il viso.
E' una morte eccome.
Sa proprio di morte, uccide.
Tortura reiterara dell'eterno pensiero impossibile. Mi faccio del male perchè non sono capace di amarmi, e sarebbe così facile poi, se mi amassi tu.
Ma il vento non ha colpe e spettina i capelli in quel modo dolcissimo quando meno lo diresti.
Allo stesso modo asciugherà le lacrime, che piccole e inutili continueranno a rigarti il viso.
E' una morte eccome.
Archivi sprangati
E son rimasti coriandoli di errori e investimenti affettivi e fughe per salvarsi.
Piccoli pezzetti che svolazzano nell'aria, leggerissimi, che poi di leggero non hanno nulla.
A guardarli strappano anche un sorriso, bello spettacolo danzante, in aria dolci e naturali coreografie, tante piccole morti del cigno.
La scatola dei ricordi è quantomai affollata, ma tocca chiuderla.
C'è dentro un sacco di roba, c'è dentro un pezzo di strada, ci sono io lì dentro.
Ci infilo anche i coriandoli, li raccolgo ad uno ad uno e li conservo: se rivorrò la neve nella mia stanza, li userò.
Conservare non è sbagliato, basta saper scegliere. Ma è proprio lì che sta il problema: scegliere che cosa tenere e cosa no, cosa deve essere buttato e cosa conservare.
E parla che una che conserva coriandoli immaginari dentro una scatola dei ricordi che non esiste...
Se sapessi suonare la chitarra, in questo momento suonerei.
Se fossi capace di archiviare e chiudere...
Piccoli pezzetti che svolazzano nell'aria, leggerissimi, che poi di leggero non hanno nulla.
A guardarli strappano anche un sorriso, bello spettacolo danzante, in aria dolci e naturali coreografie, tante piccole morti del cigno.
La scatola dei ricordi è quantomai affollata, ma tocca chiuderla.
C'è dentro un sacco di roba, c'è dentro un pezzo di strada, ci sono io lì dentro.
Ci infilo anche i coriandoli, li raccolgo ad uno ad uno e li conservo: se rivorrò la neve nella mia stanza, li userò.
Conservare non è sbagliato, basta saper scegliere. Ma è proprio lì che sta il problema: scegliere che cosa tenere e cosa no, cosa deve essere buttato e cosa conservare.
E parla che una che conserva coriandoli immaginari dentro una scatola dei ricordi che non esiste...
Se sapessi suonare la chitarra, in questo momento suonerei.
Se fossi capace di archiviare e chiudere...
domenica 4 ottobre 2009
Sperando in "diamanti tra le mani per tempi meno buoni"
Uno scrigno: aprirlo e specchiarsi.
Vedere ciò che è da vedere e dimenticare tutto il resto.
Parole. Poesia. Parole. Musica. Parole. Libri. Parole. Vita. Parole. Altra vita. Ancora parole: il tesoro che vorrei.
E tesoro è una parola difficile, enorme.
Se te la senti, io la pronuncio.
Vedere ciò che è da vedere e dimenticare tutto il resto.
Parole. Poesia. Parole. Musica. Parole. Libri. Parole. Vita. Parole. Altra vita. Ancora parole: il tesoro che vorrei.
E tesoro è una parola difficile, enorme.
Se te la senti, io la pronuncio.
martedì 29 settembre 2009
Un vento nuovo, che scopra le spalle...
"Arriverà?"
"Certo che arriverà..."
"Non arriverà mai, vero?"
"No, ma aspettarlo sarà bellissimo."
"Certo che arriverà..."
"Non arriverà mai, vero?"
"No, ma aspettarlo sarà bellissimo."
Riflesso in te
"Non lasciarti cambiare dallo sporco del cielo."
Quel giorno c'era l'arcobaleno.
"Ma il cielo non è sporco, semmai è grigio. Non tutto ciò che è grigio è necessariamente sporco."
Avevo nove anni: mio padre mi parlava così, io rispondevo così.
"Lo sporco del cielo non si vede, per questo è pericoloso. Quello che non riusciamo a vedere non significa che non esiste. Ricordalo sempre, non fermarti mai alla prima impressione nelle cose, in quelle belle e in quelle brutte."
"Io vedo l'arcobaleno, adesso."
"Così io posso vederlo nei tuoi occhi."
"Ma papà, ce l'hai davanti!"
"Preferisco vederlo riflesso in te."
Avevo nove anni e non sapevo che mio padre stava morendo.
Quel giorno c'era l'arcobaleno.
"Ma il cielo non è sporco, semmai è grigio. Non tutto ciò che è grigio è necessariamente sporco."
Avevo nove anni: mio padre mi parlava così, io rispondevo così.
"Lo sporco del cielo non si vede, per questo è pericoloso. Quello che non riusciamo a vedere non significa che non esiste. Ricordalo sempre, non fermarti mai alla prima impressione nelle cose, in quelle belle e in quelle brutte."
"Io vedo l'arcobaleno, adesso."
"Così io posso vederlo nei tuoi occhi."
"Ma papà, ce l'hai davanti!"
"Preferisco vederlo riflesso in te."
Avevo nove anni e non sapevo che mio padre stava morendo.
lunedì 28 settembre 2009
Sorrisi strappati
Se ne stava al bancone con la disfatta tra le mani tremanti.
Non era un buon momento quello, si capiva al primo sguardo.
La cicatrice sul mento brillava alla luce dell'isegna che lampeggiava annoiata, l'espressione accigliata, le rughe sulla fronte a dire che lì c'erano pensieri importanti, meglio non disturbare.
I capelli ingrigiti, un po' arruffati, sembravano partecipare al suo dolore.
Mi sono avvicinato a lui, al mio Maestro, mi sono seduto vicino a lui ed ho ordinato una birra.
Non ho parlato. Ho aspettato.
"Me ne devo andare. Non posso più fare il clown. Ettore mi ha detto che non posso più rimanere, sono troppo vecchio. Non faccio più ridere, adesso ci sei tu e l'altro mezzo acrobata.
Ma io non so che cos'altro fare, io sono un clown, posso solo fare il clown. E adesso devo lasciare la carovana, dopo ventanni, capisci? Sai cosa sono ventanni? Sono una vita, passate in roulottes e a montare impalcature e tendoni, a preparare gli spettacoli, i numeri, le serate.
Giornate a provare e riprovare, cambiare, tentare, fallire, ricominciare.
Non ho un posto dove andare, non ho una famiglia, una moglie, un cane.
Non ho mai pensato sai che potesse finire? Me ne rendo conto adesso, che è successo ed io non l'avevo mai immaginato questo momento. Credevo che sarei morto chissà dove con tutti voi. Che invece adesso ve ne andrete, senza di me, perchè sono vecchio e non importa nient'altro. Non è importante che la mia vita è far ridere le persone, i bambini, chiunque abbia voglia di farlo, e non importa nemmeno che non so pensare ad altro, alla mia vita senza quattro ruote sotto al culo e una parrucca in testa.
Non ho senso senza le mie scarpe e il mio costume, non esisto, non ho spessore, non so nemmeno chi sono quando non sono travestito.
Ho gli occhi tristi sai? Come anche tu. Tutti i clown hanno gli occhi tristi.
E' un controsenso certo, ma è così. Ma quando ti trucchi il viso e indossi il naso finto te lo dimentichi, ti trasformi, risale in superficie quel brillio degli occhi vispi e allegri di un gran mattacchione.
E' una vocazione, una devozione all'allegria e alle risate, alla leggerezza e la spensieratezza.
Ma non importa a nessuno della mia anima e di cosa c'è nel mio cuore, il cuore di un clown.
Solo perchè viviamo di scemenze e assurdità significa che non abbiamo un cuore, dei sentimenti, che non conosciamo l'amore?
Io lo conosco, lo conosco bene: l'amore per il mio lavoro.
Quello per le donne l'ho conosciuto più volte, ma poi è sempre finito.
Quello per il circo, no, mai. Quello è cresciuto piano piano, giorno dopo giorno, paese dopo paese, di città in città, tra cieli grigi e cieli sereni. Fino a riempire ogni angolo del mio corpo e della mia mente.
Non fermarsi mai, conoscere gente ma non abituarsi mai a nessuno, vedere posti bellissimi, parlare con mille persone diverse.
La mia vita è sempre stata un viaggio, ma non ero mai solo.
Eravamo una grande famiglia.
Ogni tanto qualcuno se ne andava o decideva di fermarsi.
Ho detto molti addi, anche dolorosi, ma non mi sono mai fermato io.
E adesso mi ci fanno fermare per forza, loro.
Ragazzo sei giovane, goditi il tuo tempo che è ancora tutto da vivere, dona te stesso mentre sei in scena, dimentica gli occhi tristi e illumina la giornata di qualcuno.
Il mio tempo è passato. Ti ho insegnato tutto quello che sapevo, il resto sta a te.
Ora va, torno tra poco a prendere la mia roba."
Mi alzai senza dire nulla e tornai alla roulotte.
Lo lasciai solo a quel bancone, a guardarsi le mani tremanti cullare la sconfitta dell'ultima partenza.
Se ne andò in piena notte senza salutare nessuno, credo che sapesse che il dolore dell'addio l'avrebbe ucciso e scelse di evitarlo.
Se ne andò in silenzio, senza far ridere nessuno, verso una vita che non gli apparteneva.
Mi lasciò un biglietto infilato sotto la porta, diceva: "Adesso ho capito perchè i clown hanno sempre gli occhi tristi: anche se non vogliono ammetterlo, sanno che prima o poi questa vita meravigliosa finirà. Vivila giovane clown, anche per me che tanto l'ho amata."
Addio Maestro, oltre a mille sorrisi, mi hai strappato anche una lacrima.
Non era un buon momento quello, si capiva al primo sguardo.
La cicatrice sul mento brillava alla luce dell'isegna che lampeggiava annoiata, l'espressione accigliata, le rughe sulla fronte a dire che lì c'erano pensieri importanti, meglio non disturbare.
I capelli ingrigiti, un po' arruffati, sembravano partecipare al suo dolore.
Mi sono avvicinato a lui, al mio Maestro, mi sono seduto vicino a lui ed ho ordinato una birra.
Non ho parlato. Ho aspettato.
"Me ne devo andare. Non posso più fare il clown. Ettore mi ha detto che non posso più rimanere, sono troppo vecchio. Non faccio più ridere, adesso ci sei tu e l'altro mezzo acrobata.
Ma io non so che cos'altro fare, io sono un clown, posso solo fare il clown. E adesso devo lasciare la carovana, dopo ventanni, capisci? Sai cosa sono ventanni? Sono una vita, passate in roulottes e a montare impalcature e tendoni, a preparare gli spettacoli, i numeri, le serate.
Giornate a provare e riprovare, cambiare, tentare, fallire, ricominciare.
Non ho un posto dove andare, non ho una famiglia, una moglie, un cane.
Non ho mai pensato sai che potesse finire? Me ne rendo conto adesso, che è successo ed io non l'avevo mai immaginato questo momento. Credevo che sarei morto chissà dove con tutti voi. Che invece adesso ve ne andrete, senza di me, perchè sono vecchio e non importa nient'altro. Non è importante che la mia vita è far ridere le persone, i bambini, chiunque abbia voglia di farlo, e non importa nemmeno che non so pensare ad altro, alla mia vita senza quattro ruote sotto al culo e una parrucca in testa.
Non ho senso senza le mie scarpe e il mio costume, non esisto, non ho spessore, non so nemmeno chi sono quando non sono travestito.
Ho gli occhi tristi sai? Come anche tu. Tutti i clown hanno gli occhi tristi.
E' un controsenso certo, ma è così. Ma quando ti trucchi il viso e indossi il naso finto te lo dimentichi, ti trasformi, risale in superficie quel brillio degli occhi vispi e allegri di un gran mattacchione.
E' una vocazione, una devozione all'allegria e alle risate, alla leggerezza e la spensieratezza.
Ma non importa a nessuno della mia anima e di cosa c'è nel mio cuore, il cuore di un clown.
Solo perchè viviamo di scemenze e assurdità significa che non abbiamo un cuore, dei sentimenti, che non conosciamo l'amore?
Io lo conosco, lo conosco bene: l'amore per il mio lavoro.
Quello per le donne l'ho conosciuto più volte, ma poi è sempre finito.
Quello per il circo, no, mai. Quello è cresciuto piano piano, giorno dopo giorno, paese dopo paese, di città in città, tra cieli grigi e cieli sereni. Fino a riempire ogni angolo del mio corpo e della mia mente.
Non fermarsi mai, conoscere gente ma non abituarsi mai a nessuno, vedere posti bellissimi, parlare con mille persone diverse.
La mia vita è sempre stata un viaggio, ma non ero mai solo.
Eravamo una grande famiglia.
Ogni tanto qualcuno se ne andava o decideva di fermarsi.
Ho detto molti addi, anche dolorosi, ma non mi sono mai fermato io.
E adesso mi ci fanno fermare per forza, loro.
Ragazzo sei giovane, goditi il tuo tempo che è ancora tutto da vivere, dona te stesso mentre sei in scena, dimentica gli occhi tristi e illumina la giornata di qualcuno.
Il mio tempo è passato. Ti ho insegnato tutto quello che sapevo, il resto sta a te.
Ora va, torno tra poco a prendere la mia roba."
Mi alzai senza dire nulla e tornai alla roulotte.
Lo lasciai solo a quel bancone, a guardarsi le mani tremanti cullare la sconfitta dell'ultima partenza.
Se ne andò in piena notte senza salutare nessuno, credo che sapesse che il dolore dell'addio l'avrebbe ucciso e scelse di evitarlo.
Se ne andò in silenzio, senza far ridere nessuno, verso una vita che non gli apparteneva.
Mi lasciò un biglietto infilato sotto la porta, diceva: "Adesso ho capito perchè i clown hanno sempre gli occhi tristi: anche se non vogliono ammetterlo, sanno che prima o poi questa vita meravigliosa finirà. Vivila giovane clown, anche per me che tanto l'ho amata."
Addio Maestro, oltre a mille sorrisi, mi hai strappato anche una lacrima.
sabato 26 settembre 2009
Retorici non pensarci e un po' distruggersi
Non succede molte volte.
Prenderle al volo, quelle stupide occasioni.
Ma, se non si può? Cioè, se proprio non fosse possibile, perchè qualcuno o qulacosa ha deciso per noi e a noi non resta che osservare?
Stupide domande retoriche, a cosa servono poi?
Suggerire? Ma cosa suggerire a chi, suggerisciti sto...
Prepotentemente e impotentemente patetica e ridicola in voli di aquiloni colorati, forati nel mezzo però, o forse in un angolo, ma forati di sicuro.
Tanto parlo così, cosa sto a farci attenzione.
Ma si, che tanto domani passa e ci sarà sicuramente qualcos'altro a rischiare i tuoi cieli...e avanti con le banalissime immagini poetiche, che nonostante tutto la mia mente mi suggerisce e ricerca.
Che io abbia la poesia nell'anima? Che io sia poesia?
Altre domande retoriche a cui rispondo con un solenne: "Della poesia non te ne fai un cazzo."
E la vita la vivo, lo stesso.
Mi accontento, mi racconto palle, autosopravvivenza credo.
E tutto quello che non ho me lo immagino, immagino quanto sarebbe bello e lo amo più di chi lo possiede e nemmeno se ne accorge.
Un sorriso come arma: arma dei poveri dirà qualcuno, arma dei figli dei fiori e metti i fiori nei cannoni, qualcun altro.
Pensate come sto messa.
Che come tutte le armi è artificiale, insomma creata, studiata, progettata.
Ah le canne, ma è deprimente, cancellatelo.
E nemmeno le mie parole mi piacciono. Si vede che voglio vivere insoddisfatta, evidentemente mi piace.
Comunque domani mattina mi alzo e ricomincio da capo, ricordandomi come stavo stanotte ma ricordandomelo un po' meno.
E i due messaggi che ho scritto, li volevo scrivere davvero.
Domani me ne vergognerò, in questo momento è un po' di leggerezza, come una piuma nera di un corvo che non riposa.
Qualche sottile mente coglierà il dolore nascosto dietro tale immagine?
La pazzia sarebbe una buona risposta. Trovarla, trovare la pazzia, trovarla davvero, trovarla sul serio.
Chi desidera la follia se non un folle, chi sogna la fuga perpetua della mente dai giorni taglienti se non qualcuno che vede ogni cosa perfettamente...e se ci voleva il punto interrogativo, non posso più permettermi domande retoriche.
Immaginateli pensieri, certezze, qualcosa.
Ora è il momento della chiusura, ma lo lascerò solo immaginare.
Mi infilo nel letto, piango le mie ultime lacrime e dormo, otto ore circa.
Dai che domani andrà meglio.
Basterà non pensarci.
Prenderle al volo, quelle stupide occasioni.
Ma, se non si può? Cioè, se proprio non fosse possibile, perchè qualcuno o qulacosa ha deciso per noi e a noi non resta che osservare?
Stupide domande retoriche, a cosa servono poi?
Suggerire? Ma cosa suggerire a chi, suggerisciti sto...
Prepotentemente e impotentemente patetica e ridicola in voli di aquiloni colorati, forati nel mezzo però, o forse in un angolo, ma forati di sicuro.
Tanto parlo così, cosa sto a farci attenzione.
Ma si, che tanto domani passa e ci sarà sicuramente qualcos'altro a rischiare i tuoi cieli...e avanti con le banalissime immagini poetiche, che nonostante tutto la mia mente mi suggerisce e ricerca.
Che io abbia la poesia nell'anima? Che io sia poesia?
Altre domande retoriche a cui rispondo con un solenne: "Della poesia non te ne fai un cazzo."
E la vita la vivo, lo stesso.
Mi accontento, mi racconto palle, autosopravvivenza credo.
E tutto quello che non ho me lo immagino, immagino quanto sarebbe bello e lo amo più di chi lo possiede e nemmeno se ne accorge.
Un sorriso come arma: arma dei poveri dirà qualcuno, arma dei figli dei fiori e metti i fiori nei cannoni, qualcun altro.
Pensate come sto messa.
Che come tutte le armi è artificiale, insomma creata, studiata, progettata.
Ah le canne, ma è deprimente, cancellatelo.
E nemmeno le mie parole mi piacciono. Si vede che voglio vivere insoddisfatta, evidentemente mi piace.
Comunque domani mattina mi alzo e ricomincio da capo, ricordandomi come stavo stanotte ma ricordandomelo un po' meno.
E i due messaggi che ho scritto, li volevo scrivere davvero.
Domani me ne vergognerò, in questo momento è un po' di leggerezza, come una piuma nera di un corvo che non riposa.
Qualche sottile mente coglierà il dolore nascosto dietro tale immagine?
La pazzia sarebbe una buona risposta. Trovarla, trovare la pazzia, trovarla davvero, trovarla sul serio.
Chi desidera la follia se non un folle, chi sogna la fuga perpetua della mente dai giorni taglienti se non qualcuno che vede ogni cosa perfettamente...e se ci voleva il punto interrogativo, non posso più permettermi domande retoriche.
Immaginateli pensieri, certezze, qualcosa.
Ora è il momento della chiusura, ma lo lascerò solo immaginare.
Mi infilo nel letto, piango le mie ultime lacrime e dormo, otto ore circa.
Dai che domani andrà meglio.
Basterà non pensarci.
martedì 22 settembre 2009
Genesi alcolica
Forse una storia c'è.
Se sarà, dovrà essere al FLASH BAR.
Se sarà, sarà una cosa ben fatta.
Lo scrivo per essere costretta a ricordarmelo.
Un impegno preso: al FLASH BAR.
Donna debole, l'hai detto, ora lo fai.
Un sabato sera tra mille, anche divertente se vogliamo, ma con una strana venatura di malinconia e autunno.
Ancora quel sapore di fine, in fondo alla gola.
Non manca più il respiro, quello no, ma si intorpidisce la quiete di ore che tornano uguali a sè stesse. Non è permesso il leggero volo di sere che si assomigliano, tra strade un po' troppo strette per essere vive.
Fingere per orgoglio o per dovere non fa differenza: il caso richiede una maschera, la indosso con dignità.
Mi accorgo che devo fuggire per un po' e cerco una storia, penso a città lontane e rumorose e a chi di quel rumore è felice. Sarei felice anch'io?
Ecco come mi è venuto in mente il FLASH BAR.
C'è qualcuno che vuole essere raccontato e sento che non è venuto per caso, che ha qualcosa da dirmi.
Imparerò a conoscerlo.
Torno nel mondo reale e indosso nuovamente la maschera.
Donna vigliacca, lotta con il perdono e permettigli di vincere, per una volta.
Se sarà, dovrà essere al FLASH BAR.
Se sarà, sarà una cosa ben fatta.
Lo scrivo per essere costretta a ricordarmelo.
Un impegno preso: al FLASH BAR.
Donna debole, l'hai detto, ora lo fai.
Un sabato sera tra mille, anche divertente se vogliamo, ma con una strana venatura di malinconia e autunno.
Ancora quel sapore di fine, in fondo alla gola.
Non manca più il respiro, quello no, ma si intorpidisce la quiete di ore che tornano uguali a sè stesse. Non è permesso il leggero volo di sere che si assomigliano, tra strade un po' troppo strette per essere vive.
Fingere per orgoglio o per dovere non fa differenza: il caso richiede una maschera, la indosso con dignità.
Mi accorgo che devo fuggire per un po' e cerco una storia, penso a città lontane e rumorose e a chi di quel rumore è felice. Sarei felice anch'io?
Ecco come mi è venuto in mente il FLASH BAR.
C'è qualcuno che vuole essere raccontato e sento che non è venuto per caso, che ha qualcosa da dirmi.
Imparerò a conoscerlo.
Torno nel mondo reale e indosso nuovamente la maschera.
Donna vigliacca, lotta con il perdono e permettigli di vincere, per una volta.
martedì 15 settembre 2009
Certo che piove...
Una storia che sia mia.
Da regalare poi, a chiunque vorrà ascoltarla, in un pomeriggio di pioggia di inizio settembre, magari.
Non aspettatevi nulla da me, mi sono persa.
Da regalare poi, a chiunque vorrà ascoltarla, in un pomeriggio di pioggia di inizio settembre, magari.
Non aspettatevi nulla da me, mi sono persa.
venerdì 11 settembre 2009
Imparerò a mentire
Mentire.
Mille buone ragioni, tutte valide, tutte solide.
Giusto, sbagliato: annoia questa storia.
Eppure ferisce. Ma solo quando la menzogna viene scoperta.
Se non viene scoperta non può far male.
Allora mentire diventa bontà, si trasforma in un dolore evitato: non è forse questo amare?
Potrebbe essere lavarsi la coscienza, in realtà.
Potrebbe essere milioni di cose, in effetti.
E intanto il mondo galleggia su false basi.
E noi galleggiamo su di lui.
Ognuno scelga le sue bugie, ma lo faccia con cura: trasformano l'universo dei rapporti umani e rimangono con noi fino all'ultimo dei nostri giorni.
Mille buone ragioni, tutte valide, tutte solide.
Giusto, sbagliato: annoia questa storia.
Eppure ferisce. Ma solo quando la menzogna viene scoperta.
Se non viene scoperta non può far male.
Allora mentire diventa bontà, si trasforma in un dolore evitato: non è forse questo amare?
Potrebbe essere lavarsi la coscienza, in realtà.
Potrebbe essere milioni di cose, in effetti.
E intanto il mondo galleggia su false basi.
E noi galleggiamo su di lui.
Ognuno scelga le sue bugie, ma lo faccia con cura: trasformano l'universo dei rapporti umani e rimangono con noi fino all'ultimo dei nostri giorni.
lunedì 7 settembre 2009
Addio significa mai più
"Tu credi davvero che faccia bene a partire? Voglio dire, è la cosa giusta per te? Sul serio?"
"Credo di si. Ti dico come la vedo io, ma alla fine la decisione spetta a te e faresti bene a non farti condizionare da nessuno come hai sempre fatto, ed io vedo questo: sei libero, tu.
Lo sei sempre stato perchè la tua mente è libera, il tuo cuore lo è e anche la tua anima, se è vero che esite.
Tu la vuoi vivere questa vita e vuoi vedere il mondo, conoscerlo, innamorarti di lui ogni giorno.
E il mondo non si conosce rimanendo qui, la vita si, che puoi viverla lo stesso, ma non quella che vuoi tu.
Tu vivi nel mistero della vita, la osservi da ogni angolazione, hai bisogno di stupirti e sconvolgerti per quanto non la si possa mai afferrare e domare, perchè hai capito che possiamo solo inseguirla. In questo momento puoi e devi farlo, non è questo il momento di avere paura, non per te che non ne hai mai avuta."
"Ma tu ci sarai quando deciderò di tornare?"
"Ci sarò anche mentre sarai via."
"Sai cosa intendo."
"No che non lo so."
"Sarà com'è adesso? Mi guarderai ancora con quegli occhi? Riderai ancora delle mie magliette? Mi scriverai il post-it della buonanotte prima di andartene? Mi chiamerai alle due di notte per sapere se sono tutto intero? Non voglio rovinare tutto con te."
"Primo Postulato di Viola: Per rovinare qualcosa, bisogna averlo prima creato.
Secondo Postulato di Viola: Un'amicizia, se è vera amicizia, non si rovina.
Terzo Postulato di Viola: Visto che tra noi c'è solo amicizia, dato che non hai voluto creare null'altro in vista di una futura partenza, non si rovinerà nulla."
"Assioma di Filippo: sono un imbecille Viola. Ti ho persa senza averti mai avuta."
"Non tornerai... Vero?"
"No, non tornerò..."
Poche stelle in cielo, un vento freddo tra le strade addormentate.
Un paesino accucciato ai piedi di una montagna, una lampada accesa nella stanza di Viola.
Filippo l'abbraccia con le guance rigate e trattiene i singhiozzi.
Lei sorride meccanicamente mentre fissa la parete: il dolore lo si indovina dagli occhi.
Si dicono addio, senza dire una parola.
Addio è una parola enorme, troppo forse, per riuscire a pronunciarla.
Significa fine, significa mai più, significa impossibile. Fa male da impazzire.
Così non la dicono.
Si sciolgono dall'abbraccio e si guardano negli occhi.
Filippo la bacia sulla fronte, prende la felpa e se ne va chiudendo la porta, senza voltarsi.
"Addio significa mai più" pensa Viola, mentre accende lo stereo per zittire il silenzio.
"Chissà che senso ha amare così tanto qualcuno, se poi devi perderlo così presto..."
"Credo di si. Ti dico come la vedo io, ma alla fine la decisione spetta a te e faresti bene a non farti condizionare da nessuno come hai sempre fatto, ed io vedo questo: sei libero, tu.
Lo sei sempre stato perchè la tua mente è libera, il tuo cuore lo è e anche la tua anima, se è vero che esite.
Tu la vuoi vivere questa vita e vuoi vedere il mondo, conoscerlo, innamorarti di lui ogni giorno.
E il mondo non si conosce rimanendo qui, la vita si, che puoi viverla lo stesso, ma non quella che vuoi tu.
Tu vivi nel mistero della vita, la osservi da ogni angolazione, hai bisogno di stupirti e sconvolgerti per quanto non la si possa mai afferrare e domare, perchè hai capito che possiamo solo inseguirla. In questo momento puoi e devi farlo, non è questo il momento di avere paura, non per te che non ne hai mai avuta."
"Ma tu ci sarai quando deciderò di tornare?"
"Ci sarò anche mentre sarai via."
"Sai cosa intendo."
"No che non lo so."
"Sarà com'è adesso? Mi guarderai ancora con quegli occhi? Riderai ancora delle mie magliette? Mi scriverai il post-it della buonanotte prima di andartene? Mi chiamerai alle due di notte per sapere se sono tutto intero? Non voglio rovinare tutto con te."
"Primo Postulato di Viola: Per rovinare qualcosa, bisogna averlo prima creato.
Secondo Postulato di Viola: Un'amicizia, se è vera amicizia, non si rovina.
Terzo Postulato di Viola: Visto che tra noi c'è solo amicizia, dato che non hai voluto creare null'altro in vista di una futura partenza, non si rovinerà nulla."
"Assioma di Filippo: sono un imbecille Viola. Ti ho persa senza averti mai avuta."
"Non tornerai... Vero?"
"No, non tornerò..."
Poche stelle in cielo, un vento freddo tra le strade addormentate.
Un paesino accucciato ai piedi di una montagna, una lampada accesa nella stanza di Viola.
Filippo l'abbraccia con le guance rigate e trattiene i singhiozzi.
Lei sorride meccanicamente mentre fissa la parete: il dolore lo si indovina dagli occhi.
Si dicono addio, senza dire una parola.
Addio è una parola enorme, troppo forse, per riuscire a pronunciarla.
Significa fine, significa mai più, significa impossibile. Fa male da impazzire.
Così non la dicono.
Si sciolgono dall'abbraccio e si guardano negli occhi.
Filippo la bacia sulla fronte, prende la felpa e se ne va chiudendo la porta, senza voltarsi.
"Addio significa mai più" pensa Viola, mentre accende lo stereo per zittire il silenzio.
"Chissà che senso ha amare così tanto qualcuno, se poi devi perderlo così presto..."
sabato 5 settembre 2009
La regina del nulla più inutile
Non guardare.
Voltati, copri gli occhi con i palmi delle mani, fingi che non stia succedendo.
Scappa, corri più in fretta che puoi e continua finché le ginocchia reggeranno, finché il fiato si mozzerà in gola e le lacrime si confonderanno con il sudore.
Hai visto troppo, non sarebbe concepibile rimanere e continuare, ti faresti solo un male immenso.
Non urlare, potrebbero sentirti e inseguirti: il silenzio sarà il compagno più affidabile e in lui troverai nuova luce.
Le parole gettate al vento non possono lasciare segni del loro passaggio, finiranno in una solitudine eterna, smarrite chissà dove.
Non farti sedurre, finiranno col perdersi: avrai inseguito fiocchi di neve, che al solo toccarli... Svaniscono.
Fuggire può essere la soluzione, se restare è perdersi.
Fuggire non può essere la soluzione, se fuggire è tradirsi.
Voltati, copri gli occhi con i palmi delle mani, fingi che non stia succedendo.
Scappa, corri più in fretta che puoi e continua finché le ginocchia reggeranno, finché il fiato si mozzerà in gola e le lacrime si confonderanno con il sudore.
Hai visto troppo, non sarebbe concepibile rimanere e continuare, ti faresti solo un male immenso.
Non urlare, potrebbero sentirti e inseguirti: il silenzio sarà il compagno più affidabile e in lui troverai nuova luce.
Le parole gettate al vento non possono lasciare segni del loro passaggio, finiranno in una solitudine eterna, smarrite chissà dove.
Non farti sedurre, finiranno col perdersi: avrai inseguito fiocchi di neve, che al solo toccarli... Svaniscono.
Fuggire può essere la soluzione, se restare è perdersi.
Fuggire non può essere la soluzione, se fuggire è tradirsi.
venerdì 4 settembre 2009
Bolle di sapone #3
Oggi ho dipinto una scatola.
Di rosa e di viola, metalizzati, brillanti, cangianti, olè.
Ma mi è venuta una schifezza, come immaginavo.
Ho pensato ad un sacco di cose mentre la ricoprivo di colore, in una giornata di pioggia adirata con noi, stupidi uomini.
Non mi servirà mai a nulla, è troppo piccola per qualsiasi uso intelligente, rimarrà apparentemente vuota, anche se in realtà io la riempirò.
Ci metterò un po’ di sana cattiveria, di arrivismo, di volontà di affermazione, di vanità, per poterli usare quando è il momento.
Adesso basta.
Qui si cambia aria, si naviga verso lidi sconosciuti, si ricomincia a trent’anni resettando tutto, pulendo, disinfestando: tabula rasa (elettrificata).
E’ l’ora della verità e la verità è che a me le persone fanno schifo.
Ma schifo proprio. Sono scarse, piccole, stupide, meschine, pateticamente infelici e insoddisfatte.
Leccaculi recidivi, falsi congeniti, attori di centesimo ordine per carenza di carattere, idee, pensieri e quanta altra roba: ecco cosa vedo.
Se essere deboli non è una colpa e non può esserlo, scegliere il parassitarismo mentale come soluzione per ovviare al problema e colmare l’enorme lacuna, lo è, eccome.
Pecore, vivo in un mondo di pecore.
Salti tu? Salto anch’io!
Ma gli altri non saltano? Ah, allora non salto nemmeno io.
E come mi addormento se nessuna salta la staccionata?
Di rosa e di viola, metalizzati, brillanti, cangianti, olè.
Ma mi è venuta una schifezza, come immaginavo.
Ho pensato ad un sacco di cose mentre la ricoprivo di colore, in una giornata di pioggia adirata con noi, stupidi uomini.
Non mi servirà mai a nulla, è troppo piccola per qualsiasi uso intelligente, rimarrà apparentemente vuota, anche se in realtà io la riempirò.
Ci metterò un po’ di sana cattiveria, di arrivismo, di volontà di affermazione, di vanità, per poterli usare quando è il momento.
Adesso basta.
Qui si cambia aria, si naviga verso lidi sconosciuti, si ricomincia a trent’anni resettando tutto, pulendo, disinfestando: tabula rasa (elettrificata).
E’ l’ora della verità e la verità è che a me le persone fanno schifo.
Ma schifo proprio. Sono scarse, piccole, stupide, meschine, pateticamente infelici e insoddisfatte.
Leccaculi recidivi, falsi congeniti, attori di centesimo ordine per carenza di carattere, idee, pensieri e quanta altra roba: ecco cosa vedo.
Se essere deboli non è una colpa e non può esserlo, scegliere il parassitarismo mentale come soluzione per ovviare al problema e colmare l’enorme lacuna, lo è, eccome.
Pecore, vivo in un mondo di pecore.
Salti tu? Salto anch’io!
Ma gli altri non saltano? Ah, allora non salto nemmeno io.
E come mi addormento se nessuna salta la staccionata?
Bolle di sapone #2
Non credo sia intolleranza, credo sia non riuscire a comprendere e ad accettare la mancanza di visioni più ampie e di pensieri che scavano più a fondo.
Credo esistano livelli di coscienza molto diversi e distanti fra loro e che la stupidità sia una scelta di vita dettata, forse, dall'insicurezza, che tutto domina.
Nossa Senhora Insegurança.
Suppongo non si tratti di cattiveria, ma di mediocrità. Mediocrità mentale: flagello degli ultimi secoli, o forse di tutti, solo che non c’eravamo.
La sua bocca me la ricordo bene: era disegnata.
Perfettamente contornata da una linea netta dolce e precisa, bella da morire.
Quelle labbra non abbandoneranno mai la mia fantasia.
Le ho conosciute in un giorno d’autunno, le ho baciate in un pomeriggio di aprile, le ho avute per giorni che sembravano infiniti ma non lo erano.
E le ho perdute.
Come ho perduto la mia vita per lei.
Credo esistano livelli di coscienza molto diversi e distanti fra loro e che la stupidità sia una scelta di vita dettata, forse, dall'insicurezza, che tutto domina.
Nossa Senhora Insegurança.
Suppongo non si tratti di cattiveria, ma di mediocrità. Mediocrità mentale: flagello degli ultimi secoli, o forse di tutti, solo che non c’eravamo.
La sua bocca me la ricordo bene: era disegnata.
Perfettamente contornata da una linea netta dolce e precisa, bella da morire.
Quelle labbra non abbandoneranno mai la mia fantasia.
Le ho conosciute in un giorno d’autunno, le ho baciate in un pomeriggio di aprile, le ho avute per giorni che sembravano infiniti ma non lo erano.
E le ho perdute.
Come ho perduto la mia vita per lei.
Bolle di sapone #1
Un matrimonio distrutto, naufragato, andato a puttane.
Il collega: lui perfetto, lui che aspettavo, che sognavo.
Pluff.
Anni di ipocrisia volatilizzati in un attimo, falsa allegria lontana da me, depressione logorante allontanati immediatamente da noi.
Oggi inizio a vivere, me la vivo si questa vita, come piace a me.
Le bambine staranno bene, le bambine mi capiranno quando saranno grandi, mi amano le mie figlie.
Domani sparisco: prendo un aereo e vado a Rio.
Il collega: lui perfetto, lui che aspettavo, che sognavo.
Pluff.
Anni di ipocrisia volatilizzati in un attimo, falsa allegria lontana da me, depressione logorante allontanati immediatamente da noi.
Oggi inizio a vivere, me la vivo si questa vita, come piace a me.
Le bambine staranno bene, le bambine mi capiranno quando saranno grandi, mi amano le mie figlie.
Domani sparisco: prendo un aereo e vado a Rio.
giovedì 3 settembre 2009
Distruggere per rinascere
Poche parole, un paio di pensieri fissi.
Dev'essere questo l'inferno: mi sta addosso il bastardo.
Sta aspettando che io abbassi la guardia, freme dalla voglia di sopraffarmi.
Non è più tempo di ripensamenti, se dimentico qualcosa sul tavolo non posso più tornare a prenderlo: è perso per sempre. Per cui devo scegliere bene, per cui devo essere lucida.
E' ora di uccidere: è l'ora della fine.
Un grande rogo sfiorerà il cielo questa notte.
Resti di anni finiti, andati, persi senza averli dimenticati sul tavolo.
Non per questo da buttare, ma non si possono nemmeno tenere.
Userò un fiammifero: una scheggia di legno così piccina può distruggere mondi interi.
Ed è di distruzione che ho bisogno, con urgenza incalcolabile, distruzione.
Ficcatevelo bene in testa: qui stanotte ci sarà il delirio e lì in mezzo smetterò di sentire, vedere e dire.
Grandi fiamme divoreranno l'aria, mancherà l'ossigeno e non ci saranno finestre.
Tenetevi alla larga perchè non ci sarà pietà: niente verrà perdonato, il Dio Giudizio giungerà bendato sapendo ciò che deve fare e non ci saranno sconti.
Poi sarà il nulla, sarà il buio più totale.
Sarà pace e silenzio, sarà vento e cenere.
Sarà cielo di notte, solo questo.
Ed io sarò sola, in mezzo a tutto quel niente.
E lì starò bene.
Dev'essere questo l'inferno: mi sta addosso il bastardo.
Sta aspettando che io abbassi la guardia, freme dalla voglia di sopraffarmi.
Non è più tempo di ripensamenti, se dimentico qualcosa sul tavolo non posso più tornare a prenderlo: è perso per sempre. Per cui devo scegliere bene, per cui devo essere lucida.
E' ora di uccidere: è l'ora della fine.
Un grande rogo sfiorerà il cielo questa notte.
Resti di anni finiti, andati, persi senza averli dimenticati sul tavolo.
Non per questo da buttare, ma non si possono nemmeno tenere.
Userò un fiammifero: una scheggia di legno così piccina può distruggere mondi interi.
Ed è di distruzione che ho bisogno, con urgenza incalcolabile, distruzione.
Ficcatevelo bene in testa: qui stanotte ci sarà il delirio e lì in mezzo smetterò di sentire, vedere e dire.
Grandi fiamme divoreranno l'aria, mancherà l'ossigeno e non ci saranno finestre.
Tenetevi alla larga perchè non ci sarà pietà: niente verrà perdonato, il Dio Giudizio giungerà bendato sapendo ciò che deve fare e non ci saranno sconti.
Poi sarà il nulla, sarà il buio più totale.
Sarà pace e silenzio, sarà vento e cenere.
Sarà cielo di notte, solo questo.
Ed io sarò sola, in mezzo a tutto quel niente.
E lì starò bene.
L'amore con l'amore si paga
L'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
Ho lacrime da donna
cosmetiche e severe
e lacrime da uomo
profonde e non meno sincere.
E continuo a bussare alla porta di Dio
e continuo a bussare alla porta di Dio
a passo di cane alla porta di Dio
a passo di cane alla porta di Dio.
Chi non ha scarpe non ha ragione mai
chi non ha scarpe non ha padroni
rispondo io chi non ha scarpe non ha scarpe allora
chi non ha scarpe non ha scarpe.
Vengo a vedere per l'ultima volta
il mio grande amore
vengo a trovare per l'ultima volta
il mio compositore
cuore di latta che non hai fatto che guai
cuore meschino che non hai fatto che guai.
Col mio sguardo dirittoe i miei occhi speciali
come una vedova di vent'anni che vuole sapere
una puttana di trent'anni che vuole vedere
all'estremo limite del vero
all'estremo limite del vero c'è.
Che l'amore con l'amore si paga
che l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
O Capitano Mio Capitano
anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultarele campane suonare
e altre inutili parole d'amore.
O Capitano Mio Capitano
è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
sotto nuove bandiereancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
e per me.
Orecchie d'asino
in questo entroterra umido
vince chi dimentica
vince chi dimentica.
L'innamorato perpetuo
scrive la sua ultima lettera alla luna
dall'orizzonte degli eventi
fa l'elogio del peccato e del peccatore
quante inutili parole d'amore
quante inutili parole
quante inutili parole d'amore
quante inutili parole.
E l'amore con l'amore si paga
e l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
Ho lacrime da donna
cosmetiche e severe
e lacrime da uomo
d'amore, direi.
Io continuo a bussare alla porta di Dio
e continuo a bussare alla porta di Dio.
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
Ho lacrime da donna
cosmetiche e severe
e lacrime da uomo
profonde e non meno sincere.
E continuo a bussare alla porta di Dio
e continuo a bussare alla porta di Dio
a passo di cane alla porta di Dio
a passo di cane alla porta di Dio.
Chi non ha scarpe non ha ragione mai
chi non ha scarpe non ha padroni
rispondo io chi non ha scarpe non ha scarpe allora
chi non ha scarpe non ha scarpe.
Vengo a vedere per l'ultima volta
il mio grande amore
vengo a trovare per l'ultima volta
il mio compositore
cuore di latta che non hai fatto che guai
cuore meschino che non hai fatto che guai.
Col mio sguardo dirittoe i miei occhi speciali
come una vedova di vent'anni che vuole sapere
una puttana di trent'anni che vuole vedere
all'estremo limite del vero
all'estremo limite del vero c'è.
Che l'amore con l'amore si paga
che l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
O Capitano Mio Capitano
anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultarele campane suonare
e altre inutili parole d'amore.
O Capitano Mio Capitano
è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
sotto nuove bandiereancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
e per me.
Orecchie d'asino
in questo entroterra umido
vince chi dimentica
vince chi dimentica.
L'innamorato perpetuo
scrive la sua ultima lettera alla luna
dall'orizzonte degli eventi
fa l'elogio del peccato e del peccatore
quante inutili parole d'amore
quante inutili parole
quante inutili parole d'amore
quante inutili parole.
E l'amore con l'amore si paga
e l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore si paga
l'amore con l'amore.
Ho lacrime da donna
cosmetiche e severe
e lacrime da uomo
d'amore, direi.
Io continuo a bussare alla porta di Dio
e continuo a bussare alla porta di Dio.
Fiorella Mannoia
martedì 1 settembre 2009
Umidità corrosiva, Antiruggine, Sfarfallamenti.
Abbiamo bevuto e anche fumato. Parecchio.
Abbiamo preso un caffè in giardino e guardato uno di quei cartoni animati per bambini: da morir dal ridere.
Siamo tornati in giardino e ci siamo rimasti. Per ore.
Un giardino bello e piccolino, con qualche rosa e tante surfinie, in una sera un po' troppo fresca per un vestitino e dei sandali.
Mi ha mostrato la Stella Polare, Orione e Pegaso. Siamo finiti a raccontarci i miti greci che ricordavamo: Amore e Psiche eletto il migliore della serata.
Eleggiamo il migliore della serata ogni volta che ci vediamo: può trattarsi di cibo come di musica o libri o film, ma c'è sempre un migliore della serata.
Abbiamo discusso su Damien Rice mentre ascoltavamo i Noir Desir.
Ma siamo rimasti in silenzio per tutto il tempo di "Des visages, des figures".
"E questo qui ha ucciso la moglie, pazzesco."
"Forse un po' troppo drogato."
Mi ha detto che ogni tanto scopa con Sabrina, ma è sempre innamorato di Alessia.
Gli ho detto che continuo a scopare con Fabio-deejay, ma che a parte scopare non vale una cicca spenta e quel deejay appiccicato al nome comincia ad irritarmi.
"Certo, ha ventidue anni."
"Si, infatti."
Risate incontenibili.
Si è seriamente arrabbiato quando gli ho detto che la mia settimana in solitaria al mare d'inverno salta "perchè non mi va più. Si, anche se ho già prenotato al B&B."
E allora si va in due e viene anche lui. Di certo, non Fabio-deejay.
"Il mare a novembre è troppo bello e malinconico, davvero troppo per essere sola.
E poi non è di stare da sola che hai bisogno, hai bisogno di pace."
Mi conosce bene, legge nei miei occhi quel che non so dire.
Sono dieci anni che mi salva e mi risolleva, che mi regala fiori e mi chiama quando non gli viene in mente il titolo di una canzone, che mi prepara dolci e dorme da me se non ce la fa a tornare a casa.
"Guarda qui, un uomo e una donna di trent'anni amici come due ragazzini delle superiori.
Che meraviglia se ci pensi. Talmente ridicolo da diventare meraviglioso."
"Non può essere stato un caso."
"Ancora con la storia del destino?!"
"Sia quel che sia, a noi è andata di lusso, proprio di lusso."
"Partitina a scopa?"
E così le ore son passate e abbiamo ancora riso un sacco.
Son tornata a casa che erano quasi le cinque del mattino, mezza ubriaca.
Ho trovato il vaso con i fiori del compleanno rotto: il gatto.
Un po' instabile sui miei stessi passi ho raggiunto la stanza e mi sono lasciata cadere sul letto rosso.
Il soffitto ha iniziato a girare ed io con lui.
Mi sono risvegliata due ore dopo, con i vestiti ancora addosso e un gran mal di testa, di quelli pulsanti.
Due dita in gola; molto meglio.
Doccia, caffè, altro caffè, ancora caffè.
Sigaretta, chiavi e via: verso quell'ufficio perennemente in disordine, con Marcella che non capisce mai un cazzo.
Ma cosa importa, la prossima settimana vado al mare.
La prossima settimana è novembre.
Abbiamo preso un caffè in giardino e guardato uno di quei cartoni animati per bambini: da morir dal ridere.
Siamo tornati in giardino e ci siamo rimasti. Per ore.
Un giardino bello e piccolino, con qualche rosa e tante surfinie, in una sera un po' troppo fresca per un vestitino e dei sandali.
Mi ha mostrato la Stella Polare, Orione e Pegaso. Siamo finiti a raccontarci i miti greci che ricordavamo: Amore e Psiche eletto il migliore della serata.
Eleggiamo il migliore della serata ogni volta che ci vediamo: può trattarsi di cibo come di musica o libri o film, ma c'è sempre un migliore della serata.
Abbiamo discusso su Damien Rice mentre ascoltavamo i Noir Desir.
Ma siamo rimasti in silenzio per tutto il tempo di "Des visages, des figures".
"E questo qui ha ucciso la moglie, pazzesco."
"Forse un po' troppo drogato."
Mi ha detto che ogni tanto scopa con Sabrina, ma è sempre innamorato di Alessia.
Gli ho detto che continuo a scopare con Fabio-deejay, ma che a parte scopare non vale una cicca spenta e quel deejay appiccicato al nome comincia ad irritarmi.
"Certo, ha ventidue anni."
"Si, infatti."
Risate incontenibili.
Si è seriamente arrabbiato quando gli ho detto che la mia settimana in solitaria al mare d'inverno salta "perchè non mi va più. Si, anche se ho già prenotato al B&B."
E allora si va in due e viene anche lui. Di certo, non Fabio-deejay.
"Il mare a novembre è troppo bello e malinconico, davvero troppo per essere sola.
E poi non è di stare da sola che hai bisogno, hai bisogno di pace."
Mi conosce bene, legge nei miei occhi quel che non so dire.
Sono dieci anni che mi salva e mi risolleva, che mi regala fiori e mi chiama quando non gli viene in mente il titolo di una canzone, che mi prepara dolci e dorme da me se non ce la fa a tornare a casa.
"Guarda qui, un uomo e una donna di trent'anni amici come due ragazzini delle superiori.
Che meraviglia se ci pensi. Talmente ridicolo da diventare meraviglioso."
"Non può essere stato un caso."
"Ancora con la storia del destino?!"
"Sia quel che sia, a noi è andata di lusso, proprio di lusso."
"Partitina a scopa?"
E così le ore son passate e abbiamo ancora riso un sacco.
Son tornata a casa che erano quasi le cinque del mattino, mezza ubriaca.
Ho trovato il vaso con i fiori del compleanno rotto: il gatto.
Un po' instabile sui miei stessi passi ho raggiunto la stanza e mi sono lasciata cadere sul letto rosso.
Il soffitto ha iniziato a girare ed io con lui.
Mi sono risvegliata due ore dopo, con i vestiti ancora addosso e un gran mal di testa, di quelli pulsanti.
Due dita in gola; molto meglio.
Doccia, caffè, altro caffè, ancora caffè.
Sigaretta, chiavi e via: verso quell'ufficio perennemente in disordine, con Marcella che non capisce mai un cazzo.
Ma cosa importa, la prossima settimana vado al mare.
La prossima settimana è novembre.
giovedì 13 agosto 2009
Bozza abbozzata
lunedì 10 agosto 2009
Insulsi pensieri (in tristezza)
C’è tristezza nell’aria.
Quella tristezza un po’ puttana che aleggia nella stanza e in giardino e ovunque volgi lo sguardo.
Ha deciso di farmi visita, portando con sé un coltello.
Così quest’oggi non riesco a vedere i colori. E non c’è nemmeno il sole.
C’è una nave che salpa, però.
Si allontana da me e non tornerà a prendermi.
Ci sono pezzi della mia pelle là sopra, persi per sempre.
Brandelli di me in viaggio, su un oceano vasto come il cielo, si scorderanno di me.
Ma io non mi scorderò di loro.
Non sento quasi più le lacrime, quelle piccole gocce perfette che devastano cuori imperfetti.
Il respiro si muove a singhiozzi: manca l’aria qui, dove non c’è il mare, ma solo deserto e sabbia negli occhi.
Dire addio alla propria pelle non è semplice e nemmeno augurarle buon viaggio.
Difficile conoscere saggezza quando una lama ti si infila nella carne, impossibile ricordare cosa significa essere felici.
Quella tristezza un po’ puttana che aleggia nella stanza e in giardino e ovunque volgi lo sguardo.
Ha deciso di farmi visita, portando con sé un coltello.
Così quest’oggi non riesco a vedere i colori. E non c’è nemmeno il sole.
C’è una nave che salpa, però.
Si allontana da me e non tornerà a prendermi.
Ci sono pezzi della mia pelle là sopra, persi per sempre.
Brandelli di me in viaggio, su un oceano vasto come il cielo, si scorderanno di me.
Ma io non mi scorderò di loro.
Non sento quasi più le lacrime, quelle piccole gocce perfette che devastano cuori imperfetti.
Il respiro si muove a singhiozzi: manca l’aria qui, dove non c’è il mare, ma solo deserto e sabbia negli occhi.
Dire addio alla propria pelle non è semplice e nemmeno augurarle buon viaggio.
Difficile conoscere saggezza quando una lama ti si infila nella carne, impossibile ricordare cosa significa essere felici.
venerdì 7 agosto 2009
Zero
Dovrebbe passare da queste parti il mio amico Zero, lo scrittore con la pistola.
L'uomo che scrive di dita mozzate, con il vecchio ufficio affacciato su un cimitero.
Dove lavora adesso spero non si debba più suonare il campanello per poter usare l'ascensore...
L'uomo che scrive di dita mozzate, con il vecchio ufficio affacciato su un cimitero.
Dove lavora adesso spero non si debba più suonare il campanello per poter usare l'ascensore...
lunedì 3 agosto 2009
Neanche un po'
La mia mamma dice che la vita è una questione di fortuna: c'è chi è fortunato e c'è chi non lo è, solitamente le persone migliori sono sfortunate e per questo sono le migliori: sanno cos'è il dolore.
Mi risponde sempre così la mamma quando le faccio delle domande a cui non sa rispondere.
Io me ne sono già accorta e allora lascio stare e fingo che le sue parole mi soddisfino, ma continuo a non capirci nulla e a non trovare risposte.
In ogni caso, mi sembra proprio che ci sia più sfortuna che fortuna in giro.
Ad esempio, non capisco perché proprio la signora Mitterani si è ammalata di un brutto male ed è morta a cinquantanove anni.
Era così gentile; ogni volta che mi incontrava per le scale mi dava una manciata di caramelle che tirava fuori dalla sua borsa beige. Era bruttissima quella borsa, ma era magica... C'erano sempre caramelle per me, come se non ci fossero altre cose in quella borsa, ma solo caramelle per me.
Non aveva nipoti, per questo mi adorava, lo diceva sempre a mamma.
Ed ora non c'è più e mi manca. Non la incontrerò più per le scale, capite, mai più.
Ed è triste e ingiusto. Era così buona la signora Mitterani del piano di sotto.
Oppure non capisco perché il papà del mio compagno Stefano abbia lasciato lui e la madre per mettersi con un'altra donna, brasiliana, con due figli. Ora lui vive con loro, "ha degli altri figli" mi ha detto una volta Stefano, "sono miei fratelli, ma io li odio".
E' cambiato molto da quando è successo e si vede che non è felice. A scuola va sempre benissimo, ma non viene più da me a giocare alla play o guardare la Juve. Non mi chiede più se voglio andare da lui a giocare a basket. Gli manca suo padre, l'unica cosa che vorrebbe non può averla.
E mia cugina Paola? Ha avuto un incidente mentre era in macchina con dei suoi amici e ha perso un braccio.
Lei è grande, fa il liceo, ha diciassette anni ed è bellissima.
Adesso ha una protesi di plastica, ma non vuole più uscire neanche con le amiche. Si vergogna, piange tutti i giorni chiusa in camera sua. Dice che non avrà mai più un ragazzo.
Per me è bella lo stesso.
Zia l'ha raccontato disperata a papà e ho visto che anche lui, quando ha abbassato, aveva gli occhi lucidi. E' andato dritto in bagno dopo e c'è rimasto un bel po'. Quando è uscito aveva il naso rosso e gli occhi gonfi.
Io non lo so se è davvero sfortuna o cosa sia, ma so di sicuro che non è giusto.
Non è giusto che la signora Mitterani se ne sia andata così presto, perchè era buona e gentile e sorridente. Era come avere una nonna in più. Mi voleva bene, aveva un gran cuore.
E non è giusto che Stefano non possa più avere suo papà tutti in giorni in casa, a pranzo e a cena e la domenica o a Natale. Io morirei senza papà e lui non ce l'ha più. Adesso ce l'hanno altri due bambini, che magari nemmeno lo vogliono. Non è giusto no.
E non è affatto giusto nemmeno che Paola debba avere un braccio finto, perchè il suo non si poteva salvare dopo l'incidente. Adesso lei si sente diversa e le persone la compatiscono e chissà se mai qualcuno riuscirà ancora ad amarla.
Non è giusto che, perdendo un braccio, ha perso la sua vita.
Raccontatemi quello che volete: fortuna, destino, Dio, eccetera eccetera.
Avrò solo nove anni, ma ci vedo bene: ingiustizia, ecco quello che vedo.
E' terribilmente ingiusto il dolore, la sofferenza è disonesta: colpiscono signore gentili e bambini ingenui, ragazze giovani e bellissime e fragili.
Io di certo non capisco ancora molte cose, sono troppo piccolo, ma una cosa la capisco: il dolore fa un male pazzesco e le lacrime non lo lavano via neanche un po'.
Mi risponde sempre così la mamma quando le faccio delle domande a cui non sa rispondere.
Io me ne sono già accorta e allora lascio stare e fingo che le sue parole mi soddisfino, ma continuo a non capirci nulla e a non trovare risposte.
In ogni caso, mi sembra proprio che ci sia più sfortuna che fortuna in giro.
Ad esempio, non capisco perché proprio la signora Mitterani si è ammalata di un brutto male ed è morta a cinquantanove anni.
Era così gentile; ogni volta che mi incontrava per le scale mi dava una manciata di caramelle che tirava fuori dalla sua borsa beige. Era bruttissima quella borsa, ma era magica... C'erano sempre caramelle per me, come se non ci fossero altre cose in quella borsa, ma solo caramelle per me.
Non aveva nipoti, per questo mi adorava, lo diceva sempre a mamma.
Ed ora non c'è più e mi manca. Non la incontrerò più per le scale, capite, mai più.
Ed è triste e ingiusto. Era così buona la signora Mitterani del piano di sotto.
Oppure non capisco perché il papà del mio compagno Stefano abbia lasciato lui e la madre per mettersi con un'altra donna, brasiliana, con due figli. Ora lui vive con loro, "ha degli altri figli" mi ha detto una volta Stefano, "sono miei fratelli, ma io li odio".
E' cambiato molto da quando è successo e si vede che non è felice. A scuola va sempre benissimo, ma non viene più da me a giocare alla play o guardare la Juve. Non mi chiede più se voglio andare da lui a giocare a basket. Gli manca suo padre, l'unica cosa che vorrebbe non può averla.
E mia cugina Paola? Ha avuto un incidente mentre era in macchina con dei suoi amici e ha perso un braccio.
Lei è grande, fa il liceo, ha diciassette anni ed è bellissima.
Adesso ha una protesi di plastica, ma non vuole più uscire neanche con le amiche. Si vergogna, piange tutti i giorni chiusa in camera sua. Dice che non avrà mai più un ragazzo.
Per me è bella lo stesso.
Zia l'ha raccontato disperata a papà e ho visto che anche lui, quando ha abbassato, aveva gli occhi lucidi. E' andato dritto in bagno dopo e c'è rimasto un bel po'. Quando è uscito aveva il naso rosso e gli occhi gonfi.
Io non lo so se è davvero sfortuna o cosa sia, ma so di sicuro che non è giusto.
Non è giusto che la signora Mitterani se ne sia andata così presto, perchè era buona e gentile e sorridente. Era come avere una nonna in più. Mi voleva bene, aveva un gran cuore.
E non è giusto che Stefano non possa più avere suo papà tutti in giorni in casa, a pranzo e a cena e la domenica o a Natale. Io morirei senza papà e lui non ce l'ha più. Adesso ce l'hanno altri due bambini, che magari nemmeno lo vogliono. Non è giusto no.
E non è affatto giusto nemmeno che Paola debba avere un braccio finto, perchè il suo non si poteva salvare dopo l'incidente. Adesso lei si sente diversa e le persone la compatiscono e chissà se mai qualcuno riuscirà ancora ad amarla.
Non è giusto che, perdendo un braccio, ha perso la sua vita.
Raccontatemi quello che volete: fortuna, destino, Dio, eccetera eccetera.
Avrò solo nove anni, ma ci vedo bene: ingiustizia, ecco quello che vedo.
E' terribilmente ingiusto il dolore, la sofferenza è disonesta: colpiscono signore gentili e bambini ingenui, ragazze giovani e bellissime e fragili.
Io di certo non capisco ancora molte cose, sono troppo piccolo, ma una cosa la capisco: il dolore fa un male pazzesco e le lacrime non lo lavano via neanche un po'.
venerdì 31 luglio 2009
Fanciullesca trasparenza
Grandi occhi di bambina
lucidi
e sempre in attesa
di meraviglie
che esistono
solo
nelle favole della buonanotte.
Osserva il mondo,
si chiede cosa non va,
sorride ad un fiore,
saluta il vento.
Inventa giochi
per ignorare
la realtà
di case troppo vuote
e letti riempiti
solo
a metà.
La casetta in giardino
ha le finestre colorate
e le lacrime
sono
trasparenti,
questo lo sa.
Sente parole
che non vorrebbe
quella bambina
e non ricorda
cosa vuol dire
avere quattro anni.
lucidi
e sempre in attesa
di meraviglie
che esistono
solo
nelle favole della buonanotte.
Osserva il mondo,
si chiede cosa non va,
sorride ad un fiore,
saluta il vento.
Inventa giochi
per ignorare
la realtà
di case troppo vuote
e letti riempiti
solo
a metà.
La casetta in giardino
ha le finestre colorate
e le lacrime
sono
trasparenti,
questo lo sa.
Sente parole
che non vorrebbe
quella bambina
e non ricorda
cosa vuol dire
avere quattro anni.
Capirsi
“La odio, la detesto, mi irrita. Non sopporto la sua presenza, la sua voce, la sua faccia. MI infastidisce il suo modo di sistemare la roba nell’armadio e nel frigo, non trovo mai nulla santa miseria.
E poi come risponde al telefono, oh come le infilerei un asciugamano in bocca ogni volta che squilla. So già che dirà questo pronto tutto impostato, tirandosela un po’, come se fosse un po’ infastidita. Anche con sua madre lo fa, quella santa donna di sua madre che passa la vita a farsi maltrattare dall’unica figlia stronza che ha avuto.
Mi sento male al pensiero di rientrare a casa dal lavoro e trovarla vestita come una quattordicenne, per stare in casa a cucinare, pettinatissima, no, dico, sarà il caso?
Due volte alla settimana dalla parrucchiera – l’ultima volta è tornata biondo platino - abbonamento fedeltà dall’estetista, quattro paia di occhiali da sole, non so quante borse e scarpe.
Figli non ne vuole, avrà paura di ingrassare. Ma meglio così, inizierebbe anche ad andare in palestra. Strano che non le sia ancora venuto in mente. Ah, ma la corsetta due volte a settimana non la salta mica.
Una cretina. In testa non ha nulla che non sia abbinare i colori degli abiti tra loro e con le scarpe e con la borsa e con il trucco e magari anche con il locale in cui si andrà.
Non perde una puntata di verissimo, sa qualunque cosa di qualunque imbecille mai visto e mai sentito da nessuno.
Lei in vacanza vuole andare solo e sempre in Sardegna.
Due anni fa ha rotto le balle per mesi per comprare il camper: dovevamo assolutamente averlo. Io lo odio il camper, da sempre, e lo sa la signora, lo sa.
Pur di non sentirla più l’ho preso: l’abbiamo usato due volte, adesso voglio venderlo ma lei non vuole.
Glielo spaccherei sulla testa.
L’ho sempre odiata, fin da prima di sposarla, il giorno del matrimonio l’ho odiata più che mai.
Quando ormai tutti i parenti erano andati via, si è messa a ballare provocante con tutti gli uomini rimasti: alzava il vestito e mostrava a tutti la giarrettiera. Pure vacca, oltre tutto.
E io l’ho sposata perché avevo paura di rimanere da solo, avevo trent’anni suonati, lei stressava, se non ci sposavamo ci lasciavamo.
E me la sono fatta addosso.
Le ho detto si, le ho comprato l’anello e gliel’ho dato a cena perché si fa così.
Nessun entusiasmo, gesti meccanici, conseguenze logiche, la notte che segue il giorno e poi gli cede nuovamente il passo.
Se lo avessi saputo…”.
“Io l’ho capito: mi odia.
Glielo leggo in faccia ogni volta che apre il frigo o cerca qualcosa nell’armadio. Dice che non trova nulla. Neanche avessimo una cabina armadio: le maglie con le maglie e i pantaloni con i pantaloni. Le giacche appese, calze e mutande nei cassetti. Cosa ci sarà poi di tanto difficile, non lo so.
La situazione è peggiorata da quando abbiamo preso il camper.
Una sera in cui c’erano dei suoi colleghi a cena, l’ho sentito dire che adorava l’idea del camper, che ne avrebbe sempre voluto uno e che era il modo più comodo e funzionale per spostarsi.
Ho pensato che poteva essere una buona idea, sarebbe stato più invogliato e motivato a fare qualcosa insieme a me nei week-end, durante l'anno.
Non gli va mai di fare nulla, la domenica vuole essere a casa per guardare le partite.
L’abbiamo preso ed è saltato fuori che lo odia e che io lo sapevo bene. Ho lasciato perdere: aveva detto tutte quelle cose per far colpo sul nuovo collega che era un cagnaccio di qualche mega azienda.
In più, ogni anno con l’avvicinarsi dell’estate inizia la polemica che lui in Sardegna non ci vuole andare perchè andiamo sempre lì.
Io ho mia madre, mio padre e mio fratello con le bimbe giù, certo che voglio andare in Sardegna. Li vedo una volta all’anno per una decina di giorni, è così difficile da capire?
Non so più che fare.
Passo le giornate a pulire e cucinare, ma non mi trascuro minimamente.
Vado a farmi la piega tutte le volte che posso, cerette e pulizie del viso, manicure.
Mi vesto carina e provocante per quando ritorna a casa, vado a correre per non diventare un pallone.
Quando usciamo non trascuro nulla, vorrei essere un motivo d’orgoglio per lui, almeno per eleganza e finezza.
Ne ho sentite troppe di storie di uomini che lasciano mogli per qualcuno di più attraente, io una cosa così non la sopporterei, morirei, davvero, sono troppo insicura.
E così faccio di tutto per piacergli ancora, ma mi considera sempre allo stesso modo. Gli uomini per il sesso impazziscono, non capiscono più nulla, è il loro giochino preferito. E me la cavo ancora così. Non gli dico mai di no, per paura che vada altrove, ma non succede poi così spesso che mi cerchi.
Dovrei iniziare ad andare in palestra.
Non ci sono mai andata, sarebbe strano, potrebbe pensare che io abbia qualcun altro, magari proprio un istruttore giovane e fisicato…
Che poi… Un altro? Ma figuriamoci, niente di più lontano ed impossibile.
Sto ancora male adesso per la figuraccia del matrimonio. Per fortuna eravamo rimasti solo in pochi.
Ero ubriachissima a fine serata: avevo bevuto si e no tre bicchieri di vino dopo che erano rimasti solo gli amici, ma la tensione e la stanchezza mi hanno dato una botta paurosa.
E io non bevo mai! Mi ricordo quanto ridevo! Mi ricordo che giocavo a fare la sensualona perché niente è più lontano da me e mi faceva ridere tantissimo.
Era una parodia di me stessa, che tutto sono, fuorché maliziosa. Tutti l’hanno capito per fortuna, ma ancora, quando ci penso, sto male…
Che tristezza.
Ero così felice quando mi ha chiesto di sposarlo, anche se quella sera stava poco bene e aveva mangiato e parlato poco.
Ma voleva che fossi sua moglie, mi voleva per tutta la vita, come non essere felice?
E guarda in qualche anno, come sono cambiate le cose.
E mia madre che mi chiama venti volte al giorno, per i motivi più inutili, è invadente e curiosa, a lui è simpatica. Vai a sapere, mia madre gli piace.
Io non me la sento di avere figli proprio per questo: ho paura di diventare come lei e che i miei figli finiscano con il non sopportarmi e il desiderare di vedermi il meno possibile. Ho troppa paura, davvero, spero che passi presto.
In effetti non è mai stato troppo affettuoso o espansivo, ma è il suo carattere, so che mi ama. Non dovrei preoccuparmi tanto, lui è proprio così, non sono io che non vado bene…
Ma guarda più la tv di me, parla poco, esce sempre più spesso.
Non voglio perdere mio marito.
Io ci riprovo.
Stasera “cena in rosso”: cucino solo cibi di colore rosso e mi metto baby-doll e tacchi a spillo, ovviamente rossi”.
E poi come risponde al telefono, oh come le infilerei un asciugamano in bocca ogni volta che squilla. So già che dirà questo pronto tutto impostato, tirandosela un po’, come se fosse un po’ infastidita. Anche con sua madre lo fa, quella santa donna di sua madre che passa la vita a farsi maltrattare dall’unica figlia stronza che ha avuto.
Mi sento male al pensiero di rientrare a casa dal lavoro e trovarla vestita come una quattordicenne, per stare in casa a cucinare, pettinatissima, no, dico, sarà il caso?
Due volte alla settimana dalla parrucchiera – l’ultima volta è tornata biondo platino - abbonamento fedeltà dall’estetista, quattro paia di occhiali da sole, non so quante borse e scarpe.
Figli non ne vuole, avrà paura di ingrassare. Ma meglio così, inizierebbe anche ad andare in palestra. Strano che non le sia ancora venuto in mente. Ah, ma la corsetta due volte a settimana non la salta mica.
Una cretina. In testa non ha nulla che non sia abbinare i colori degli abiti tra loro e con le scarpe e con la borsa e con il trucco e magari anche con il locale in cui si andrà.
Non perde una puntata di verissimo, sa qualunque cosa di qualunque imbecille mai visto e mai sentito da nessuno.
Lei in vacanza vuole andare solo e sempre in Sardegna.
Due anni fa ha rotto le balle per mesi per comprare il camper: dovevamo assolutamente averlo. Io lo odio il camper, da sempre, e lo sa la signora, lo sa.
Pur di non sentirla più l’ho preso: l’abbiamo usato due volte, adesso voglio venderlo ma lei non vuole.
Glielo spaccherei sulla testa.
L’ho sempre odiata, fin da prima di sposarla, il giorno del matrimonio l’ho odiata più che mai.
Quando ormai tutti i parenti erano andati via, si è messa a ballare provocante con tutti gli uomini rimasti: alzava il vestito e mostrava a tutti la giarrettiera. Pure vacca, oltre tutto.
E io l’ho sposata perché avevo paura di rimanere da solo, avevo trent’anni suonati, lei stressava, se non ci sposavamo ci lasciavamo.
E me la sono fatta addosso.
Le ho detto si, le ho comprato l’anello e gliel’ho dato a cena perché si fa così.
Nessun entusiasmo, gesti meccanici, conseguenze logiche, la notte che segue il giorno e poi gli cede nuovamente il passo.
Se lo avessi saputo…”.
“Io l’ho capito: mi odia.
Glielo leggo in faccia ogni volta che apre il frigo o cerca qualcosa nell’armadio. Dice che non trova nulla. Neanche avessimo una cabina armadio: le maglie con le maglie e i pantaloni con i pantaloni. Le giacche appese, calze e mutande nei cassetti. Cosa ci sarà poi di tanto difficile, non lo so.
La situazione è peggiorata da quando abbiamo preso il camper.
Una sera in cui c’erano dei suoi colleghi a cena, l’ho sentito dire che adorava l’idea del camper, che ne avrebbe sempre voluto uno e che era il modo più comodo e funzionale per spostarsi.
Ho pensato che poteva essere una buona idea, sarebbe stato più invogliato e motivato a fare qualcosa insieme a me nei week-end, durante l'anno.
Non gli va mai di fare nulla, la domenica vuole essere a casa per guardare le partite.
L’abbiamo preso ed è saltato fuori che lo odia e che io lo sapevo bene. Ho lasciato perdere: aveva detto tutte quelle cose per far colpo sul nuovo collega che era un cagnaccio di qualche mega azienda.
In più, ogni anno con l’avvicinarsi dell’estate inizia la polemica che lui in Sardegna non ci vuole andare perchè andiamo sempre lì.
Io ho mia madre, mio padre e mio fratello con le bimbe giù, certo che voglio andare in Sardegna. Li vedo una volta all’anno per una decina di giorni, è così difficile da capire?
Non so più che fare.
Passo le giornate a pulire e cucinare, ma non mi trascuro minimamente.
Vado a farmi la piega tutte le volte che posso, cerette e pulizie del viso, manicure.
Mi vesto carina e provocante per quando ritorna a casa, vado a correre per non diventare un pallone.
Quando usciamo non trascuro nulla, vorrei essere un motivo d’orgoglio per lui, almeno per eleganza e finezza.
Ne ho sentite troppe di storie di uomini che lasciano mogli per qualcuno di più attraente, io una cosa così non la sopporterei, morirei, davvero, sono troppo insicura.
E così faccio di tutto per piacergli ancora, ma mi considera sempre allo stesso modo. Gli uomini per il sesso impazziscono, non capiscono più nulla, è il loro giochino preferito. E me la cavo ancora così. Non gli dico mai di no, per paura che vada altrove, ma non succede poi così spesso che mi cerchi.
Dovrei iniziare ad andare in palestra.
Non ci sono mai andata, sarebbe strano, potrebbe pensare che io abbia qualcun altro, magari proprio un istruttore giovane e fisicato…
Che poi… Un altro? Ma figuriamoci, niente di più lontano ed impossibile.
Sto ancora male adesso per la figuraccia del matrimonio. Per fortuna eravamo rimasti solo in pochi.
Ero ubriachissima a fine serata: avevo bevuto si e no tre bicchieri di vino dopo che erano rimasti solo gli amici, ma la tensione e la stanchezza mi hanno dato una botta paurosa.
E io non bevo mai! Mi ricordo quanto ridevo! Mi ricordo che giocavo a fare la sensualona perché niente è più lontano da me e mi faceva ridere tantissimo.
Era una parodia di me stessa, che tutto sono, fuorché maliziosa. Tutti l’hanno capito per fortuna, ma ancora, quando ci penso, sto male…
Che tristezza.
Ero così felice quando mi ha chiesto di sposarlo, anche se quella sera stava poco bene e aveva mangiato e parlato poco.
Ma voleva che fossi sua moglie, mi voleva per tutta la vita, come non essere felice?
E guarda in qualche anno, come sono cambiate le cose.
E mia madre che mi chiama venti volte al giorno, per i motivi più inutili, è invadente e curiosa, a lui è simpatica. Vai a sapere, mia madre gli piace.
Io non me la sento di avere figli proprio per questo: ho paura di diventare come lei e che i miei figli finiscano con il non sopportarmi e il desiderare di vedermi il meno possibile. Ho troppa paura, davvero, spero che passi presto.
In effetti non è mai stato troppo affettuoso o espansivo, ma è il suo carattere, so che mi ama. Non dovrei preoccuparmi tanto, lui è proprio così, non sono io che non vado bene…
Ma guarda più la tv di me, parla poco, esce sempre più spesso.
Non voglio perdere mio marito.
Io ci riprovo.
Stasera “cena in rosso”: cucino solo cibi di colore rosso e mi metto baby-doll e tacchi a spillo, ovviamente rossi”.
martedì 28 luglio 2009
Non cercarmi
Starò via per un po’.
Guarderò il mondo
passare
veloce
dal finestrino di un treno.
Fingerò di non conoscerlo
e me ne innamorerò,
perchè è di amore
che ho bisogno.
Non ti cercherò,
tu fai lo stesso.
Non mi troveresti.
Sarò tra zingari
e bambini
a giocare a piedi scalzi
in cortili impolverati.
Ballerò musiche allegre,
guarderò lune mai esistite
e cieli dimenticati,
berrò vino
in bicchieri di vetro sbreccati
brindando a ciò che non possiedo.
Un uomo dagli occhi scuri
mi accarezzerà i capelli
svelandomi
il mistero dell’universo,
raccontandomi favole nuove
con il suo sguardo perso.
Vedrò mari in tempesta
e nuvole furiose,
case abbandonate
e mulini diroccati,
madri che hanno visto morire
i loro figli
a vent’anni.
E scoprirò cos’è il dolore.
Suonerai il piano per me,
le tue dita a disegnare
note sicure
nelle sere in cui
sarò altrove.
Non cercarmi
e mi avrai.
Guarderò il mondo
passare
veloce
dal finestrino di un treno.
Fingerò di non conoscerlo
e me ne innamorerò,
perchè è di amore
che ho bisogno.
Non ti cercherò,
tu fai lo stesso.
Non mi troveresti.
Sarò tra zingari
e bambini
a giocare a piedi scalzi
in cortili impolverati.
Ballerò musiche allegre,
guarderò lune mai esistite
e cieli dimenticati,
berrò vino
in bicchieri di vetro sbreccati
brindando a ciò che non possiedo.
Un uomo dagli occhi scuri
mi accarezzerà i capelli
svelandomi
il mistero dell’universo,
raccontandomi favole nuove
con il suo sguardo perso.
Vedrò mari in tempesta
e nuvole furiose,
case abbandonate
e mulini diroccati,
madri che hanno visto morire
i loro figli
a vent’anni.
E scoprirò cos’è il dolore.
Suonerai il piano per me,
le tue dita a disegnare
note sicure
nelle sere in cui
sarò altrove.
Non cercarmi
e mi avrai.
Briciole
Simone era con la spagnola per cui mi aveva mollata, che sarebbe rimasta per un anno a studiare a Bologna.
Decisamente bella questa Frida: carnagione scura, occhi nocciola leggermente allungati, con le ciglia lunghe e scurissime, capelli neri, meravigliosamente ondulati, lunghi fin sulle spalle.
Alta, magra, poco seno, ma proporzionatissima.
Ah, una bocca disegnata: carnosa e ben definita, a cuore.
Mi correggo, decisamente figa questa spagnola, di non so dove, non volevo saperlo. Volevo saperne il meno possibile.
Dunque, palesemente sconfitta, sorrisi gentile ad entrambi, ma senza riuscire a far uscire un qualche suono che assomigliasse ad un ciao.
Avrei voluto andarmene, ma avrebbe dato troppo nell’occhio, non era una festa affollatissima, si sarebbe notata subito la mia fuga.
Mi feci coraggio e mi misi a chiacchierare con chiunque non fosse Alberto o la donna perfetta arrivata a Bologna da non si sa quale maledetto angolo della Spagna.
Un paio di bicchieri di vino avrebbero fatto decollare la serata, ma si moltiplicarono ben oltre la soglia del mio reggere l’alcol.
Risultato? Alle undici e mezza decollavo già a bordo di Shuttle ballerini, che mi scombussolavano l’equilibrio e mi facevano ridere un sacco.
Ballavo senza dare nell’occhio, ma ero divertita e assorta, parlavo un po’ per dissimulare l’ubriachezza, ma finivo con l’ottenere l’esatto contrario.
La lingua scivolava, le esse diventavano effe e le ultime lettere delle parole, spesso rimanevano incastrate nella lingua impastata.
Ma riuscivo a non pensare a loro, lì, poco distanti da me, a fare gli innamoratissimi.
Non so bene quanto tempo trascorse, ma so che dopo un po’ dall’inizio del mio intimo delirio, vidi avvicinarsi Alberto e lo sentii dirmi: “Ciao, ti va di parlare un po’ in terrazza, sono rimasto solo, Frida è tornata a casa.”
Ovviamente risposi di si.
Ho piccole lacune, ma ricordo che ci dirigemmo verso il terrazzo, su cui non c’era nessuno.
Ci sedemmo per terra, a guardare la città illuminata, in una sera di inizio settembre che sapeva tanto di malinconia.
Non ero innamorata di lui quando mi lasciò, ma l’orgoglio, povera stella, ne patisce comunque.
Quella sera, poi, che avevo visto per chi ero stata mollata, era tornato ad urlare per un po’, finchè non riuscii a stordirlo con il vino.
Nello stesso istante ci voltammo l’uno verso l’altra, io sorridevo ma lui sembrava fissarmi come se stesse cercando una risposta ad una domanda complicatissima.
“Ieri ho ritrovato il tuo quaderno, quello che pensavi di aver perso. Con la copertina verde e la scritta “Marta crea” sulla prima pagina. Era finito dietro il mobile con lo specchio. Te lo riporto, quando vuoi.”
Era uno dei mille quadernetti su cui appuntavo idee e buttavo giù roba improvvisata quando ero fuori casa.
Ovviamente ci tenevo tantissimo, ma non volevo sembrare ansiosa di poterlo rivedere appena possibile, con la scusa di riaverlo.
In quel momento, da dentro, il volume dello stereo si alzò e sentimmo arrivare fino a noi i Dire Straits.
Risposi semplicemente: “Non c’è nessuna fretta, sono ancora lontana dal pubblicare un romanzo” e lo dissi sorridendo e con leggerezza.
“Secondo me sei bravissima, non mi sono trattenuto e l’ho letto tutto, compresi gli appunti per la spesa. Che strano… Proprio la sera dopo, ci ritroviamo nello stesso posto… Sono rimasto molto colpito dalle tue parole: si sente che sei dentro a ciò che scrivi, a quello che racconti. Hai un universo intero dentro, sei un fiume di vita, di colori, di idee, di robe impossibili ma stupende!
Raccontalo Marta, chi lo leggerà lo amerà, sarà stupendo sapere che c’è qualcuno come te in questo mondo assurdo! Tu lo rimodelli il mondo, ci giochi e lo cambi e lo fai impazzire. Per una volta non è lui a far impazzire noi. Ridi di lui, ma con rispetto, e ne rimane spiazzato. Smette di fare male per un po’.
Mi spiace di non averlo mai notato prima. Sono sempre così cieco…”.
E dette queste parole abbassò lo sguardo scuotendo impercettibilmente la testa.
Non sono riuscita a rispondere. Mi giravano in testa tutte quelle parole e avevo negli occhi la sua convinzione mentre le pronunciava.
Era come se sapesse di non potermi più avere nonostante lo volesse, ora.
Mi pareva impossibile. Avevo visto Frida, era stupenda.
Eppure in me si faceva spazio sempre più incontrollabile, l’idea che mi volesse ancora.
Certo che sarei tornata con lui. Subito, di corsa, ma non sapevo come dirglielo.
Non era amore, ma un’attrazione magnetica, tanto mentale quanto fisica.
Mi attirava a sé solo con il suo sguardo intenso e il suo mordersi le labbra.
Quando parlava di musica potevo ascoltarlo in adorazione ed estasi per ore, quando si sdraiava accanto a me e iniziava a baciarmi sul collo, sentivo chiudersi lo stomaco per quanto lo desideravo.
Con quelle parole poteva soltanto volermi dire che voleva riprovare, che quattro mesi erano davvero pochi per conoscersi, e magari, per imparare ad amarsi.
Pensai tutto questo ma non aprii bocca.
“Frida è incinta. Vuole avere il bambino, trasferirsi qui e sposarsi.
Io a ventiquattro anni devo mettere su famiglia con una ragazza che non conosco nemmeno, con cui sto da pochi mesi.
L’ho conosciuta a Ibiza l’altra estate e me l’ha data la prima sera.
Meno di un anno dopo mi dice che viene a fare l’erasmus a Bologna.
Stavo con te, ma ho pensato che lei sarebbe stata qui solo un anno…alla fine è bellissima ed è più grande di me.
Ecco la maturità che ho io! Arriva una figa, me la tengo finchè c’è, poi addio.
In più ho sempre avuto l’idea che fosse un po’ troia, te lo dico.
Adesso ci faccio un figlio.
Non ho un lavoro, alla laurea mi manca parecchio, devo trovare una casa, fare il marito e fare il padre.
Lei non vuole sentire ragioni.
I suoi ci aiuteranno…e mi va anche bene, casa ce la comprano e continuano a mantenerci, ma non ha senso.
Eppure non posso farci nulla, lo tiene ed è mio.
Non la amo, quasi la odio, non la conosco nemmeno bene, perché a parte trombare c’è poco altro. E sto per sposarla.
Mi sono rovinato l’esistenza, con queste stesse mani, a ventiquattro anni.
Sarò infelice a vita perché non sono stato in grado di tenerlo nelle mutande.
Sono il classico coglione che si fotte da sé, che anziché leggere le pagine di un quaderno e fermasi a pensare, fermarsi a guardare, fermarsi a capire, preferisce scopare una spagnola.
Ecco chi sono.
E adesso ti avrà qualcun altro Marta, altri avranno le tue parole per loro e i tuoi baci. Il tuo sorriso, le tue mani morbide, le tue sciarpe colorate.
Perché io non mi sono fermato a guardare.
Frida è incinta e adesso devo decidere la data in cui dare la botta definitiva alla mia esistenza.”
Mi uscì solo un “Mi dispiace”.
Ero sconvolta e mi sentivo terribilmente stupida per aver pensato che volesse riavvicinarsi a me.
Un bambino e una moglie.
Tra meno di nove mesi, padre.
Che bastonata…
Adesso il suo sguardo era triste e impotente. Un leone in gabbia senza prospettive di fuga. Non era inquieto, ma rassegnato.
“Ti riporto il quaderno Marta…e se ti va facciamo l’amore.”
Sentirsi soli rende coraggiosi e audaci.
“Voglio un ricordo di te, dopo aver visto chi sei.
Voglio poter dire di averti avuta dopo che i miei occhi si sono spalancati.
Voglio che tu abbia un ricordo di me.”
Non riuscivo a riflettere, ma mi sentivo un po’ meno stupida.
Capivo solo che se lo volevo, sarebbe stata l’ultima occasione per averlo.
E lo volevo, tanto, troppo per riuscire a rimanere lucida.
“Il quaderno puoi tenerlo. Sarà il mio ricordo. Mi ritroverai lì quando ti mancherò. Sarà una briciola di me per sempre tua. Sarò io, ad abbracciarti tra le pagine. Le mie parole saranno le mie carezze.”
Sapevo cosa volevo, sapevo che non avrei dovuto.
“Ma voglio che mi lasci il tuo, di ricordo, stanotte.
Perché domani potrei non avere questo coraggio.
Andiamo da me.
Il cielo, o chi per lui, ha voluto che ci incontrassimo.
Domani non sarà più lo stesso.
La magia svanisce, la magia della notte… E questa è la nostra notte: lei ha voluto che su questa terrazza ci dicessimo quello che ancora era da dire, lei pretende che sfidiamo ciò che è giusto per ciò che è nostro.
A lei non importa se siamo sbagliati.
È una complice dolcissima.
Nasconde i volti, ma illumina i corpi ansiosi di mostrarle cos’è la vita.
Lasciami una briciola di te, stanotte.”
Si alzò e mi tese la mano per aiutarmi a fare lo stesso.
Andammo a casa mia.
Il resto è storia, una storia complicata di strade che si separano.
Ma quella notte volevamo solo avere ventiquattro anni e chiedevamo semplicemente un po’ di bassa marea per riprendere fiato, prima di immergerci nuovamente in quell’immenso oceano burrascoso che è questa vita.
Decisamente bella questa Frida: carnagione scura, occhi nocciola leggermente allungati, con le ciglia lunghe e scurissime, capelli neri, meravigliosamente ondulati, lunghi fin sulle spalle.
Alta, magra, poco seno, ma proporzionatissima.
Ah, una bocca disegnata: carnosa e ben definita, a cuore.
Mi correggo, decisamente figa questa spagnola, di non so dove, non volevo saperlo. Volevo saperne il meno possibile.
Dunque, palesemente sconfitta, sorrisi gentile ad entrambi, ma senza riuscire a far uscire un qualche suono che assomigliasse ad un ciao.
Avrei voluto andarmene, ma avrebbe dato troppo nell’occhio, non era una festa affollatissima, si sarebbe notata subito la mia fuga.
Mi feci coraggio e mi misi a chiacchierare con chiunque non fosse Alberto o la donna perfetta arrivata a Bologna da non si sa quale maledetto angolo della Spagna.
Un paio di bicchieri di vino avrebbero fatto decollare la serata, ma si moltiplicarono ben oltre la soglia del mio reggere l’alcol.
Risultato? Alle undici e mezza decollavo già a bordo di Shuttle ballerini, che mi scombussolavano l’equilibrio e mi facevano ridere un sacco.
Ballavo senza dare nell’occhio, ma ero divertita e assorta, parlavo un po’ per dissimulare l’ubriachezza, ma finivo con l’ottenere l’esatto contrario.
La lingua scivolava, le esse diventavano effe e le ultime lettere delle parole, spesso rimanevano incastrate nella lingua impastata.
Ma riuscivo a non pensare a loro, lì, poco distanti da me, a fare gli innamoratissimi.
Non so bene quanto tempo trascorse, ma so che dopo un po’ dall’inizio del mio intimo delirio, vidi avvicinarsi Alberto e lo sentii dirmi: “Ciao, ti va di parlare un po’ in terrazza, sono rimasto solo, Frida è tornata a casa.”
Ovviamente risposi di si.
Ho piccole lacune, ma ricordo che ci dirigemmo verso il terrazzo, su cui non c’era nessuno.
Ci sedemmo per terra, a guardare la città illuminata, in una sera di inizio settembre che sapeva tanto di malinconia.
Non ero innamorata di lui quando mi lasciò, ma l’orgoglio, povera stella, ne patisce comunque.
Quella sera, poi, che avevo visto per chi ero stata mollata, era tornato ad urlare per un po’, finchè non riuscii a stordirlo con il vino.
Nello stesso istante ci voltammo l’uno verso l’altra, io sorridevo ma lui sembrava fissarmi come se stesse cercando una risposta ad una domanda complicatissima.
“Ieri ho ritrovato il tuo quaderno, quello che pensavi di aver perso. Con la copertina verde e la scritta “Marta crea” sulla prima pagina. Era finito dietro il mobile con lo specchio. Te lo riporto, quando vuoi.”
Era uno dei mille quadernetti su cui appuntavo idee e buttavo giù roba improvvisata quando ero fuori casa.
Ovviamente ci tenevo tantissimo, ma non volevo sembrare ansiosa di poterlo rivedere appena possibile, con la scusa di riaverlo.
In quel momento, da dentro, il volume dello stereo si alzò e sentimmo arrivare fino a noi i Dire Straits.
Risposi semplicemente: “Non c’è nessuna fretta, sono ancora lontana dal pubblicare un romanzo” e lo dissi sorridendo e con leggerezza.
“Secondo me sei bravissima, non mi sono trattenuto e l’ho letto tutto, compresi gli appunti per la spesa. Che strano… Proprio la sera dopo, ci ritroviamo nello stesso posto… Sono rimasto molto colpito dalle tue parole: si sente che sei dentro a ciò che scrivi, a quello che racconti. Hai un universo intero dentro, sei un fiume di vita, di colori, di idee, di robe impossibili ma stupende!
Raccontalo Marta, chi lo leggerà lo amerà, sarà stupendo sapere che c’è qualcuno come te in questo mondo assurdo! Tu lo rimodelli il mondo, ci giochi e lo cambi e lo fai impazzire. Per una volta non è lui a far impazzire noi. Ridi di lui, ma con rispetto, e ne rimane spiazzato. Smette di fare male per un po’.
Mi spiace di non averlo mai notato prima. Sono sempre così cieco…”.
E dette queste parole abbassò lo sguardo scuotendo impercettibilmente la testa.
Non sono riuscita a rispondere. Mi giravano in testa tutte quelle parole e avevo negli occhi la sua convinzione mentre le pronunciava.
Era come se sapesse di non potermi più avere nonostante lo volesse, ora.
Mi pareva impossibile. Avevo visto Frida, era stupenda.
Eppure in me si faceva spazio sempre più incontrollabile, l’idea che mi volesse ancora.
Certo che sarei tornata con lui. Subito, di corsa, ma non sapevo come dirglielo.
Non era amore, ma un’attrazione magnetica, tanto mentale quanto fisica.
Mi attirava a sé solo con il suo sguardo intenso e il suo mordersi le labbra.
Quando parlava di musica potevo ascoltarlo in adorazione ed estasi per ore, quando si sdraiava accanto a me e iniziava a baciarmi sul collo, sentivo chiudersi lo stomaco per quanto lo desideravo.
Con quelle parole poteva soltanto volermi dire che voleva riprovare, che quattro mesi erano davvero pochi per conoscersi, e magari, per imparare ad amarsi.
Pensai tutto questo ma non aprii bocca.
“Frida è incinta. Vuole avere il bambino, trasferirsi qui e sposarsi.
Io a ventiquattro anni devo mettere su famiglia con una ragazza che non conosco nemmeno, con cui sto da pochi mesi.
L’ho conosciuta a Ibiza l’altra estate e me l’ha data la prima sera.
Meno di un anno dopo mi dice che viene a fare l’erasmus a Bologna.
Stavo con te, ma ho pensato che lei sarebbe stata qui solo un anno…alla fine è bellissima ed è più grande di me.
Ecco la maturità che ho io! Arriva una figa, me la tengo finchè c’è, poi addio.
In più ho sempre avuto l’idea che fosse un po’ troia, te lo dico.
Adesso ci faccio un figlio.
Non ho un lavoro, alla laurea mi manca parecchio, devo trovare una casa, fare il marito e fare il padre.
Lei non vuole sentire ragioni.
I suoi ci aiuteranno…e mi va anche bene, casa ce la comprano e continuano a mantenerci, ma non ha senso.
Eppure non posso farci nulla, lo tiene ed è mio.
Non la amo, quasi la odio, non la conosco nemmeno bene, perché a parte trombare c’è poco altro. E sto per sposarla.
Mi sono rovinato l’esistenza, con queste stesse mani, a ventiquattro anni.
Sarò infelice a vita perché non sono stato in grado di tenerlo nelle mutande.
Sono il classico coglione che si fotte da sé, che anziché leggere le pagine di un quaderno e fermasi a pensare, fermarsi a guardare, fermarsi a capire, preferisce scopare una spagnola.
Ecco chi sono.
E adesso ti avrà qualcun altro Marta, altri avranno le tue parole per loro e i tuoi baci. Il tuo sorriso, le tue mani morbide, le tue sciarpe colorate.
Perché io non mi sono fermato a guardare.
Frida è incinta e adesso devo decidere la data in cui dare la botta definitiva alla mia esistenza.”
Mi uscì solo un “Mi dispiace”.
Ero sconvolta e mi sentivo terribilmente stupida per aver pensato che volesse riavvicinarsi a me.
Un bambino e una moglie.
Tra meno di nove mesi, padre.
Che bastonata…
Adesso il suo sguardo era triste e impotente. Un leone in gabbia senza prospettive di fuga. Non era inquieto, ma rassegnato.
“Ti riporto il quaderno Marta…e se ti va facciamo l’amore.”
Sentirsi soli rende coraggiosi e audaci.
“Voglio un ricordo di te, dopo aver visto chi sei.
Voglio poter dire di averti avuta dopo che i miei occhi si sono spalancati.
Voglio che tu abbia un ricordo di me.”
Non riuscivo a riflettere, ma mi sentivo un po’ meno stupida.
Capivo solo che se lo volevo, sarebbe stata l’ultima occasione per averlo.
E lo volevo, tanto, troppo per riuscire a rimanere lucida.
“Il quaderno puoi tenerlo. Sarà il mio ricordo. Mi ritroverai lì quando ti mancherò. Sarà una briciola di me per sempre tua. Sarò io, ad abbracciarti tra le pagine. Le mie parole saranno le mie carezze.”
Sapevo cosa volevo, sapevo che non avrei dovuto.
“Ma voglio che mi lasci il tuo, di ricordo, stanotte.
Perché domani potrei non avere questo coraggio.
Andiamo da me.
Il cielo, o chi per lui, ha voluto che ci incontrassimo.
Domani non sarà più lo stesso.
La magia svanisce, la magia della notte… E questa è la nostra notte: lei ha voluto che su questa terrazza ci dicessimo quello che ancora era da dire, lei pretende che sfidiamo ciò che è giusto per ciò che è nostro.
A lei non importa se siamo sbagliati.
È una complice dolcissima.
Nasconde i volti, ma illumina i corpi ansiosi di mostrarle cos’è la vita.
Lasciami una briciola di te, stanotte.”
Si alzò e mi tese la mano per aiutarmi a fare lo stesso.
Andammo a casa mia.
Il resto è storia, una storia complicata di strade che si separano.
Ma quella notte volevamo solo avere ventiquattro anni e chiedevamo semplicemente un po’ di bassa marea per riprendere fiato, prima di immergerci nuovamente in quell’immenso oceano burrascoso che è questa vita.
venerdì 24 luglio 2009
Tasche bucate
Sul muro
ho visto segni di te.
La cima là in fondo
si confonde nel nero del cielo
orfano di stelle.
Fisso i mattoni sbriciolati.
Gioco col dolore
che vitreo
tutto trapassa.
Smisurate vergogne
bucano le mie tasche
mentre vi affondo i pugni
per non permettere alle lacrime
di bagnare il mio viso sconfitto.
ho visto segni di te.
La cima là in fondo
si confonde nel nero del cielo
orfano di stelle.
Fisso i mattoni sbriciolati.
Gioco col dolore
che vitreo
tutto trapassa.
Smisurate vergogne
bucano le mie tasche
mentre vi affondo i pugni
per non permettere alle lacrime
di bagnare il mio viso sconfitto.
Periferie
Luci accese nelle periferie,
a ricordare
che c'è chi non conosce sonno.
Bar deserti,
perchè nemmeno bere
salva più le anime perse.
Cani soli
ululano al nulla
mentre cerchi di scopare.
Frighi vuoti.
E ti ritrovi a pensare
che domani ruberai.
a ricordare
che c'è chi non conosce sonno.
Bar deserti,
perchè nemmeno bere
salva più le anime perse.
Cani soli
ululano al nulla
mentre cerchi di scopare.
Frighi vuoti.
E ti ritrovi a pensare
che domani ruberai.
Sophie
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso” e dimentico per un attimo che domani devo tornare al MigliaHotel.
Dio, quanto lo odio…
Schifosissimo albergo tre stelle (una l’han pagata) a Ventimiglia.
Faccio le pulizie, sono una sguattera insomma.
Per due soldi da fame, che non mi ci pago nemmeno tutto e mi tocca pure fare la cameriera nel fine settimana.
Serva. Sguattera e serva. Cenerentola, in confronto, era una regina.
Solo che, solo che Cenerentola era una favola, questo invece è il 2009.
Ma per me potrebbe essere un anno qualunque degli ultimi dieci.
Da quando: o andare a vivere da sola, o continuare a prendere botte da mio padre.
Di università non s’è mai nemmeno accennato, non c’erano soldi, non ce ne sono mai stati.
E allora Ventimiglia, casa, lavoro, doppio lavoro.
Non vado in vacanza. Mai andata.
Tutte le poche amiche che ho, organizzano ogni estate il viaggio del secolo, “per staccare un po’”.
Lasciamo stare cosa staccherei io invece, ma lasciamo stare davvero.
La sera esco poco, non c’è molto da fare in questo postaccio sperduto,ma non dico mai di no ad un buon film, una buona chiacchierata, un buon bicchiere di vino o qualsiasi altra cosa mi risulti stimolante, meglio se a casa di qualcuno o fuori Ventimiglia.
Suono la chitarra, mi dicono divinamente, e scrivo canzoni, anche se raramente, solo sotto cieca ispirazione.
Mi vedo con Maurizio da sei mesi, ma la nostra relazione non decolla.
Credo che abbia paura e temo di non essere convinta nemmeno io.
Ma lui è meraviglioso quando non voglio restare sola, mi cura, in un certo senso, e sento molta tenerezza in tutto questo.
Ma niente amore e poca passione.
Funzionavamo meglio solamente come amici, ma abbiamo voluto provarci, non sai mai da che parte può arrivare la felicità…
Dunque, a ventotto anni ho un disastro di vita, un po’ triste e patetica, un po’ ricca di meravigliose piccolezze.
Più a posto di così, non so metterla.
È uno sforzo enorme tenerla insieme e rattopparla tutti i giorni, non riesco anche a rimetterla in ordine.
Una famiglia sfasciata alle spalle non permette troppe fughe.
Nessuna via d’uscita. Quello è il passato e non si scorda, non si cancella, non scappi.
Un’infanzia mai esistita è un peso logorante per chi possiede un’anima. Non la rimetti a posto una vita iniziata così.
Non la recuperi la felicità, ti mancherà sempre quello che non è stato.
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso e penso a mia madre e a che gran donna è stata.
Io non ce l’ho tutta quella forza.
Dio, quanto lo odio…
Schifosissimo albergo tre stelle (una l’han pagata) a Ventimiglia.
Faccio le pulizie, sono una sguattera insomma.
Per due soldi da fame, che non mi ci pago nemmeno tutto e mi tocca pure fare la cameriera nel fine settimana.
Serva. Sguattera e serva. Cenerentola, in confronto, era una regina.
Solo che, solo che Cenerentola era una favola, questo invece è il 2009.
Ma per me potrebbe essere un anno qualunque degli ultimi dieci.
Da quando: o andare a vivere da sola, o continuare a prendere botte da mio padre.
Di università non s’è mai nemmeno accennato, non c’erano soldi, non ce ne sono mai stati.
E allora Ventimiglia, casa, lavoro, doppio lavoro.
Non vado in vacanza. Mai andata.
Tutte le poche amiche che ho, organizzano ogni estate il viaggio del secolo, “per staccare un po’”.
Lasciamo stare cosa staccherei io invece, ma lasciamo stare davvero.
La sera esco poco, non c’è molto da fare in questo postaccio sperduto,ma non dico mai di no ad un buon film, una buona chiacchierata, un buon bicchiere di vino o qualsiasi altra cosa mi risulti stimolante, meglio se a casa di qualcuno o fuori Ventimiglia.
Suono la chitarra, mi dicono divinamente, e scrivo canzoni, anche se raramente, solo sotto cieca ispirazione.
Mi vedo con Maurizio da sei mesi, ma la nostra relazione non decolla.
Credo che abbia paura e temo di non essere convinta nemmeno io.
Ma lui è meraviglioso quando non voglio restare sola, mi cura, in un certo senso, e sento molta tenerezza in tutto questo.
Ma niente amore e poca passione.
Funzionavamo meglio solamente come amici, ma abbiamo voluto provarci, non sai mai da che parte può arrivare la felicità…
Dunque, a ventotto anni ho un disastro di vita, un po’ triste e patetica, un po’ ricca di meravigliose piccolezze.
Più a posto di così, non so metterla.
È uno sforzo enorme tenerla insieme e rattopparla tutti i giorni, non riesco anche a rimetterla in ordine.
Una famiglia sfasciata alle spalle non permette troppe fughe.
Nessuna via d’uscita. Quello è il passato e non si scorda, non si cancella, non scappi.
Un’infanzia mai esistita è un peso logorante per chi possiede un’anima. Non la rimetti a posto una vita iniziata così.
Non la recuperi la felicità, ti mancherà sempre quello che non è stato.
Ascolto “Il banco del mutuo soccorso e penso a mia madre e a che gran donna è stata.
Io non ce l’ho tutta quella forza.
giovedì 23 luglio 2009
Gazzettino
Angelica è bulimica.
Non l’ho mai saputo. L’ho beccata l’altra sera alla cena di Paola.
Non ho detto nulla, lei nemmeno.
Da lì, non ci siamo più sentite.
Sua sorella Luisa va da un mago, a farsi spennare in cambio di incantesimi che le riportino il suo ex, sposato da oltre un anno.
Maddalena ha un leggero esaurimento, non si sa bene il perché, ma ce l’ha.
Prende psicofarmaci, santa miseria.
Ingoia pilloline per riuscire a vivere e a dormire.
Che panico ragazzi, che panico…
Filippo si è messo a tirare.
Non ha un soldo, ma si fa come un qualunque insulso e banalissimo figlio di papà, che si annoia da morire perché ne ha a valangate, lui, di soldi.
È sempre elettrico e frequenta gentaccia adesso.
Che paura.
Elisa non lo dice a nessuno ma l’abbiamo pinzata tutti: scopa con il collega a cui manca un dente. Quello con il codino, sempre ubriaco.
Esce con noi, porta anche suo figlio Nicolò come copertura, poi va via prima del tempo.
Il pupo si addormenta in macchina sul sedile posteriore e lei tromba su quello davanti.
È accertato, credetemi.
Enrica, invece, è la cornuta della famiglia.
Suo marito Roberto la tradisce con l’istruttrice di nuoto di Gloria, sua figlia.
L’istruttrice di nuoto ha vent’anni. Lei non lo molla solo perché è quello che lui vorrebbe.
Strana davvero la vita, strana sul serio.
Alex che continua ad andare dallo psicologo, perché a quarant’anni suonati si sente ancora in colpa per essere gay e aver deluso irrimediabilmente suo padre, che avrebbe tanto desiderato dei nipoti. E così ha smesso di amare suo figlio, che adesso è infelice e di nipoti non gliene ha dati comunque.
La “Lisboa è muito boa band” si è sciolta.
Dopo dieci anni di serate e concerti e sale di registrazione e composizioni e pezzi e arrangiamenti, si sono sciolti.
Stefy e Betta hanno litigato e di conseguenza anche Max e Andrea, bassista e batterista della suddetta band.
Una gran nostalgia quando l’ho saputo. Tutto va a puttane prima o poi, ma ho sempre pensato che loro avrebbero resistito finchè l’età lo avesse permesso.
Stupide donne, distruggono qualunque cosa.
In mezzo a tutto questo, eccomi: profondamente e incontrovertibilmente disillusa.
Non credo più in niente, sollevo le sopracciglia e osservo.
Inutile provare a capire, non si può comprendere il mistero di nessuno.
Possiamo solo amare e lasciare che succeda quel che ancora non sappiamo. Aspettare. Silenziosamente attendere.
La vita è una salita perenne.
Acquista peso, diventa ingombrante, respira la nostra stessa aria.
Non permette sogni la notte, figuriamoci di giorno.
Non lascia filtrare il sole con la sua densa presenza.
Ci ruba la coperta nelle notti più fredde e nasconde la fortuna tra le fauci di una tigre.
Ci sorride crudele e ci invita ad unirci a lei, bugiarda e lusinghiera.
A volte sembra davvero di odiarla, questa vita.
Non l’ho mai saputo. L’ho beccata l’altra sera alla cena di Paola.
Non ho detto nulla, lei nemmeno.
Da lì, non ci siamo più sentite.
Sua sorella Luisa va da un mago, a farsi spennare in cambio di incantesimi che le riportino il suo ex, sposato da oltre un anno.
Maddalena ha un leggero esaurimento, non si sa bene il perché, ma ce l’ha.
Prende psicofarmaci, santa miseria.
Ingoia pilloline per riuscire a vivere e a dormire.
Che panico ragazzi, che panico…
Filippo si è messo a tirare.
Non ha un soldo, ma si fa come un qualunque insulso e banalissimo figlio di papà, che si annoia da morire perché ne ha a valangate, lui, di soldi.
È sempre elettrico e frequenta gentaccia adesso.
Che paura.
Elisa non lo dice a nessuno ma l’abbiamo pinzata tutti: scopa con il collega a cui manca un dente. Quello con il codino, sempre ubriaco.
Esce con noi, porta anche suo figlio Nicolò come copertura, poi va via prima del tempo.
Il pupo si addormenta in macchina sul sedile posteriore e lei tromba su quello davanti.
È accertato, credetemi.
Enrica, invece, è la cornuta della famiglia.
Suo marito Roberto la tradisce con l’istruttrice di nuoto di Gloria, sua figlia.
L’istruttrice di nuoto ha vent’anni. Lei non lo molla solo perché è quello che lui vorrebbe.
Strana davvero la vita, strana sul serio.
Alex che continua ad andare dallo psicologo, perché a quarant’anni suonati si sente ancora in colpa per essere gay e aver deluso irrimediabilmente suo padre, che avrebbe tanto desiderato dei nipoti. E così ha smesso di amare suo figlio, che adesso è infelice e di nipoti non gliene ha dati comunque.
La “Lisboa è muito boa band” si è sciolta.
Dopo dieci anni di serate e concerti e sale di registrazione e composizioni e pezzi e arrangiamenti, si sono sciolti.
Stefy e Betta hanno litigato e di conseguenza anche Max e Andrea, bassista e batterista della suddetta band.
Una gran nostalgia quando l’ho saputo. Tutto va a puttane prima o poi, ma ho sempre pensato che loro avrebbero resistito finchè l’età lo avesse permesso.
Stupide donne, distruggono qualunque cosa.
In mezzo a tutto questo, eccomi: profondamente e incontrovertibilmente disillusa.
Non credo più in niente, sollevo le sopracciglia e osservo.
Inutile provare a capire, non si può comprendere il mistero di nessuno.
Possiamo solo amare e lasciare che succeda quel che ancora non sappiamo. Aspettare. Silenziosamente attendere.
La vita è una salita perenne.
Acquista peso, diventa ingombrante, respira la nostra stessa aria.
Non permette sogni la notte, figuriamoci di giorno.
Non lascia filtrare il sole con la sua densa presenza.
Ci ruba la coperta nelle notti più fredde e nasconde la fortuna tra le fauci di una tigre.
Ci sorride crudele e ci invita ad unirci a lei, bugiarda e lusinghiera.
A volte sembra davvero di odiarla, questa vita.
martedì 21 luglio 2009
Carta bianca...

Strategia del non considerare: indifferenza assoluta e totale verso chi si ama, chi si odia, chi ci ha fatto del male, chi l’ha messa ben bene lì, chi ci sta prendendo o prenderà, palesemente in giro.
Solo che va sempre tutto storto e ci si ritrova in un angolo, a parlare faccia a faccia con chi si doveva assolutamente evitare e a discutere di ciò che si doveva, senza scuse, dimenticare al più presto.
Strategia non funzionante, tenta ancora.
Strategia della diramazione, in cui l’essere umano (sedicente tale o pseudo- tale) si espande ovunque con reti di conoscenze e ragnatele elettromagnetiche, pur di avere qualcuno con cui passare il tempo ed essere proprio in quel locale, quella sera che c’è la squadra di calcio a festeggiare la fine del campionato.
Prima o poi, funziona alla grande, meglio se siete Satana in persona.
Strategie gaglioffe, strategie ridicole, strategie dettate da insicurezze crudeli che si divertono a tormentare il sensibilissimo ego, distruttivo, ok, ma pur sempre di una sensibilità scientificamente improbabile da misurare.
Strategia del dire la cosa giusta, meglio se detta già da qualcun altro, per non essere da meno e non perdere treni in corsa verso notti di sesso culturale con studenti trentenni, porci oltre ogni limite, ma con l’aria da intellettuali.
Strategia patetica, ma di lunga una delle più affidabili.
Strategia dell’enfatizzare la sbornia, di modo che all’indomani della figura di merda più grossa della vita, le responsabilità si possano scaricare tutte sul troppo alcol, chissà poi perché, un bicchiere e già decolli…eppure ieri sera non ti sei trattenuta/o…e si vedono i risultati: sei una mignotta/bastardo con o senza alcol in corpo.
Strategia in disuso, oggi son tutte/i mignotte/bastardi, sempre.
Strategia dell’io mi faccio i cazzi miei: non importa nulla di niente, solo la propria libertà e la propria vita vissuta come più aggrada. Strategia che funziona, semplicemente, in maniera splendida, dato che poi la scopata ci scappa sempre, con l’ochetta senza cervello, che si fa fregare dalla finta indipendenza di pensiero di un bimbetto che ancora non ha deciso se è punk, svarione-alternativo, sessantottino o reggae-sciallo-party-rasta-boy.
Strategia dello sfinimento: chi la dura la vince e io stresso finchè non ottengo. Funziona anche questa, dato che, spesso, per mancanza di alternative valide, causa sciopero dei neuroni, si finisce con l’accontentare chi di dovere pur di toglierselo dai piedi.
Strategia del riempire di balle, anche detta del prendere around.
Vecchio, vecchissimo trucco, inflazionato e dimenticato solo in stato vegetativo, del dire l’esatto opposto di quello che è in realtà.
Fissare negli occhi con sicurezza, alzare anche un po’ la voce per sembrare più credibili, improvvisare un moto d’animo di orgoglio ferito per accuse tanto infamanti e infondate, far sentire un fazzoletto usato la persona che, in realtà, aveva semplicemente visto chiaramente.
Inutile dire se funziona. Ovvio. Stupidi esseri.
Strategie stucchevoli, che tolgono il respiro, che fan ronzare le orecchie e svenire. Il tutto metaforicamente, ovvio.
Faticosa e miserevole un’esistenza all’insegna di comportamenti pre-studiati, decisi a tavolino, schematizzati su un foglio per non scordarsi passaggi importanti.
Carta bianca, ecco cosa voglio, cosa sono, chi sono!
Vi spaventa che io non abbia i bigliettini nascosti nel reggiseno? O vi stupisce?
C’è, tra le vostre strategie, quella dell’essere chi siete? E se non lo sapete, perché non cercate una risposta (che mai troverete…forse è tutto qui il senso…) anziché leggere le risposte su di un post-it giallo sbiadito?
Io e le mie domande retoriche…
Fate un po’ come credete, io ho carta bianca da riempire.
Solo che va sempre tutto storto e ci si ritrova in un angolo, a parlare faccia a faccia con chi si doveva assolutamente evitare e a discutere di ciò che si doveva, senza scuse, dimenticare al più presto.
Strategia non funzionante, tenta ancora.
Strategia della diramazione, in cui l’essere umano (sedicente tale o pseudo- tale) si espande ovunque con reti di conoscenze e ragnatele elettromagnetiche, pur di avere qualcuno con cui passare il tempo ed essere proprio in quel locale, quella sera che c’è la squadra di calcio a festeggiare la fine del campionato.
Prima o poi, funziona alla grande, meglio se siete Satana in persona.
Strategie gaglioffe, strategie ridicole, strategie dettate da insicurezze crudeli che si divertono a tormentare il sensibilissimo ego, distruttivo, ok, ma pur sempre di una sensibilità scientificamente improbabile da misurare.
Strategia del dire la cosa giusta, meglio se detta già da qualcun altro, per non essere da meno e non perdere treni in corsa verso notti di sesso culturale con studenti trentenni, porci oltre ogni limite, ma con l’aria da intellettuali.
Strategia patetica, ma di lunga una delle più affidabili.
Strategia dell’enfatizzare la sbornia, di modo che all’indomani della figura di merda più grossa della vita, le responsabilità si possano scaricare tutte sul troppo alcol, chissà poi perché, un bicchiere e già decolli…eppure ieri sera non ti sei trattenuta/o…e si vedono i risultati: sei una mignotta/bastardo con o senza alcol in corpo.
Strategia in disuso, oggi son tutte/i mignotte/bastardi, sempre.
Strategia dell’io mi faccio i cazzi miei: non importa nulla di niente, solo la propria libertà e la propria vita vissuta come più aggrada. Strategia che funziona, semplicemente, in maniera splendida, dato che poi la scopata ci scappa sempre, con l’ochetta senza cervello, che si fa fregare dalla finta indipendenza di pensiero di un bimbetto che ancora non ha deciso se è punk, svarione-alternativo, sessantottino o reggae-sciallo-party-rasta-boy.
Strategia dello sfinimento: chi la dura la vince e io stresso finchè non ottengo. Funziona anche questa, dato che, spesso, per mancanza di alternative valide, causa sciopero dei neuroni, si finisce con l’accontentare chi di dovere pur di toglierselo dai piedi.
Strategia del riempire di balle, anche detta del prendere around.
Vecchio, vecchissimo trucco, inflazionato e dimenticato solo in stato vegetativo, del dire l’esatto opposto di quello che è in realtà.
Fissare negli occhi con sicurezza, alzare anche un po’ la voce per sembrare più credibili, improvvisare un moto d’animo di orgoglio ferito per accuse tanto infamanti e infondate, far sentire un fazzoletto usato la persona che, in realtà, aveva semplicemente visto chiaramente.
Inutile dire se funziona. Ovvio. Stupidi esseri.
Strategie stucchevoli, che tolgono il respiro, che fan ronzare le orecchie e svenire. Il tutto metaforicamente, ovvio.
Faticosa e miserevole un’esistenza all’insegna di comportamenti pre-studiati, decisi a tavolino, schematizzati su un foglio per non scordarsi passaggi importanti.
Carta bianca, ecco cosa voglio, cosa sono, chi sono!
Vi spaventa che io non abbia i bigliettini nascosti nel reggiseno? O vi stupisce?
C’è, tra le vostre strategie, quella dell’essere chi siete? E se non lo sapete, perché non cercate una risposta (che mai troverete…forse è tutto qui il senso…) anziché leggere le risposte su di un post-it giallo sbiadito?
Io e le mie domande retoriche…
Fate un po’ come credete, io ho carta bianca da riempire.
Sacchetti di plastica
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non soffocare in questo circo scapestrato.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non sentire la nausea in queste sere
malate ed agitate,
di vuoti comuni e occhiali da sole,
di macchine a pezzi
e zucchero di canna
in fondo a un bicchiere.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le nostre donne sono puttane
e i nostri uomini codardi e vili,
perché i nostri figli uccidono in notti di noia
e il nostro passato non conosce verità.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non essere vittime degli eventi
ma creatori indiscussi dei nostri sbagli,
per sfuggire a regole anacronistiche
e leggi fasciste,
per scordare che costringono anche noi
ad usare i bastoni ogni giorno.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché un padre non può bucarsi in salotto
e una madre non dovrebbe smettere di vivere per crescerci.
Vomitiamo nei sacchetti plastica
per violentare le menti di chi ci vuole diversi,
per provocare disgusto in chi ricorre a frasi fatte
perché non sa pensare.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le bombe continuano a cadere
e gli uomini a morire
per qualcosa di cui
non sanno niente.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
tutto il rancore e la rabbia
verso ciò che ci hanno imposto
e spacciato per giusto,
verso tutto ciò che ci fa sanguinare la mente.
Scappiamo, semplicemente scappiamo
vomitando nei sacchetti di plastica,
da questo cesso di mondo.
Non temo la superficialità,
non la conosco.
Temo il logorio dei nervi
e l’abbandono della mente.
Fino ad allora,
continuerò a vomitare.
Non rimarrò mai
impassibile.
per non soffocare in questo circo scapestrato.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non sentire la nausea in queste sere
malate ed agitate,
di vuoti comuni e occhiali da sole,
di macchine a pezzi
e zucchero di canna
in fondo a un bicchiere.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le nostre donne sono puttane
e i nostri uomini codardi e vili,
perché i nostri figli uccidono in notti di noia
e il nostro passato non conosce verità.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
per non essere vittime degli eventi
ma creatori indiscussi dei nostri sbagli,
per sfuggire a regole anacronistiche
e leggi fasciste,
per scordare che costringono anche noi
ad usare i bastoni ogni giorno.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché un padre non può bucarsi in salotto
e una madre non dovrebbe smettere di vivere per crescerci.
Vomitiamo nei sacchetti plastica
per violentare le menti di chi ci vuole diversi,
per provocare disgusto in chi ricorre a frasi fatte
perché non sa pensare.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
perché le bombe continuano a cadere
e gli uomini a morire
per qualcosa di cui
non sanno niente.
Vomitiamo nei sacchetti di plastica
tutto il rancore e la rabbia
verso ciò che ci hanno imposto
e spacciato per giusto,
verso tutto ciò che ci fa sanguinare la mente.
Scappiamo, semplicemente scappiamo
vomitando nei sacchetti di plastica,
da questo cesso di mondo.
Non temo la superficialità,
non la conosco.
Temo il logorio dei nervi
e l’abbandono della mente.
Fino ad allora,
continuerò a vomitare.
Non rimarrò mai
impassibile.
lunedì 20 luglio 2009
L'amore è attendersi
"Chissà se tornerai...
Ma tanto lo so che non succederà mai.
Eppure ti ho atteso per mille notti e altrettante ore, qui, su questo molo silenzioso, sprofondato nel grigio della nebbia che avvinghia l'anima.
Ho cantato a lungo, al suono delle onde lente e monotone o fragorose e arrabbiate, il canto che speravo ti guidasse da me, tra gli spruzzi di questo mare che sa essere compagno fedele nei giorni di arresa.
Ho danzato ogni sera, al calore di un fuoco incantato, vivace e fiducioso, che mi suggeriva, tra i suoi infiniti giochi d'ombre, di non smettere di aspettare.
Ho sorriso ogni mattina, al sole allegro che mi diceva buongiorno, immaginando che potesse essere il giorno del tuo ritorno."
Su un molo perso nel tempo, in un luogo qualunque scordato dai più, stava una donna.
Il suo vestito si agitava al vento, sulla testa un velo. Sul volto lo stesso velo che lasciava scoperti solo gli occhi, color dei boschi la notte, neri e lucidi come un corvo al sole, grandi e allungati come solo una donna dell'India può avere.
Occhi che fissavano l'orizzonte e lo scrutavano scavandolo fin nelle sue viscere, dritto davanti a loro il blu del mare che si fondeva con l'azzurro del cielo, spettacolo immobile di mondo impossibile.
Solo silenzio e attesa tra quei colori, quelle ore, ed i veli di quel vestito arancione.
"Oggi è il gran giorno. Me ne devo andare, devo lasciare questi scogli e le loro voci e devo andare.
Perdonami se ho perso la speranza, se ho scordato che l'amore è attendersi, non aversi.
Perdona il tradimento della promessa che ti ho fatto quando ti portarono via e perdonami per quando tornerai ed io non ci sarò.
Non sono capace di vivere solamente pensandoti: non sento i tuoi baci sulla pelle, non tremo sotto le tue mani che mi esplorano, non sento la tua voce che sussurra il mio nome e mi domanda: "Io ti appartengo, lo sai, vero?".
Non posso parlare per sempre con il silenzio.
Ora lo conosco, l'ho conosciuto in questi anni. Non mi spaventa più, non mi terrorizza come quando tu eri qui. Ho imparato ad amarlo, ad averne bisogno, a cercarlo. Ora che so che siamo tutti fatti di silenzio, che nasciamo in lui, viviamo con lui e a lui torneremo.
La vita è silenzio, l'ho capito.
Ed io sono vita, io sono silenzio, io sarò per sempre tua in lui."
Con questi pensieri chiuse i suoi grandi occhi neri, respirò a pieni polmoni l'odore del mare e sorrise.
Non si voltò. Non si allontanò.
Andò verso la fine del molo a passi lenti e leggeri e si lasciò cadere nelle acque agitate che si scontravano sulle rocce.
Il vestito arancione scomparve in un istante, risucchiato dai vortici delle onde.
Unica goccia di colore in quella nebbia fitta che esaspera i sensi, il solo puntino colorato su una tela immacolata, adesso, non c'era più.
Per me il silenzio, da allora, è arancione.
Non avrà senso, ma per me conserverà sempre il colore di quel vestito che danzava nel vento, su un molo perso da qualche parte nel mondo.
Poco dopo, come per incanto, la nebbia iniziò a diradarsi e lasciar spazio ai raggi del sole, che lenti si insinuavano a rischiarare l'orizzonte.
Si vide qualcosa di mai visto fino ad allora: una nave avanzava verso il molo, giungeva da terre lontane, in quel posto dimenticato dai più.
Chissà poi perchè proprio lì.
Ma tanto lo so che non succederà mai.
Eppure ti ho atteso per mille notti e altrettante ore, qui, su questo molo silenzioso, sprofondato nel grigio della nebbia che avvinghia l'anima.
Ho cantato a lungo, al suono delle onde lente e monotone o fragorose e arrabbiate, il canto che speravo ti guidasse da me, tra gli spruzzi di questo mare che sa essere compagno fedele nei giorni di arresa.
Ho danzato ogni sera, al calore di un fuoco incantato, vivace e fiducioso, che mi suggeriva, tra i suoi infiniti giochi d'ombre, di non smettere di aspettare.
Ho sorriso ogni mattina, al sole allegro che mi diceva buongiorno, immaginando che potesse essere il giorno del tuo ritorno."
Su un molo perso nel tempo, in un luogo qualunque scordato dai più, stava una donna.
Il suo vestito si agitava al vento, sulla testa un velo. Sul volto lo stesso velo che lasciava scoperti solo gli occhi, color dei boschi la notte, neri e lucidi come un corvo al sole, grandi e allungati come solo una donna dell'India può avere.
Occhi che fissavano l'orizzonte e lo scrutavano scavandolo fin nelle sue viscere, dritto davanti a loro il blu del mare che si fondeva con l'azzurro del cielo, spettacolo immobile di mondo impossibile.
Solo silenzio e attesa tra quei colori, quelle ore, ed i veli di quel vestito arancione.
"Oggi è il gran giorno. Me ne devo andare, devo lasciare questi scogli e le loro voci e devo andare.
Perdonami se ho perso la speranza, se ho scordato che l'amore è attendersi, non aversi.
Perdona il tradimento della promessa che ti ho fatto quando ti portarono via e perdonami per quando tornerai ed io non ci sarò.
Non sono capace di vivere solamente pensandoti: non sento i tuoi baci sulla pelle, non tremo sotto le tue mani che mi esplorano, non sento la tua voce che sussurra il mio nome e mi domanda: "Io ti appartengo, lo sai, vero?".
Non posso parlare per sempre con il silenzio.
Ora lo conosco, l'ho conosciuto in questi anni. Non mi spaventa più, non mi terrorizza come quando tu eri qui. Ho imparato ad amarlo, ad averne bisogno, a cercarlo. Ora che so che siamo tutti fatti di silenzio, che nasciamo in lui, viviamo con lui e a lui torneremo.
La vita è silenzio, l'ho capito.
Ed io sono vita, io sono silenzio, io sarò per sempre tua in lui."
Con questi pensieri chiuse i suoi grandi occhi neri, respirò a pieni polmoni l'odore del mare e sorrise.
Non si voltò. Non si allontanò.
Andò verso la fine del molo a passi lenti e leggeri e si lasciò cadere nelle acque agitate che si scontravano sulle rocce.
Il vestito arancione scomparve in un istante, risucchiato dai vortici delle onde.
Unica goccia di colore in quella nebbia fitta che esaspera i sensi, il solo puntino colorato su una tela immacolata, adesso, non c'era più.
Per me il silenzio, da allora, è arancione.
Non avrà senso, ma per me conserverà sempre il colore di quel vestito che danzava nel vento, su un molo perso da qualche parte nel mondo.
Poco dopo, come per incanto, la nebbia iniziò a diradarsi e lasciar spazio ai raggi del sole, che lenti si insinuavano a rischiarare l'orizzonte.
Si vide qualcosa di mai visto fino ad allora: una nave avanzava verso il molo, giungeva da terre lontane, in quel posto dimenticato dai più.
Chissà poi perchè proprio lì.
venerdì 17 luglio 2009
Fogne realmente esistite
Donne incinte che tradiscono, donne sposate con bambini che tradiscono, fidanzati che lo fanno a tre mesi dal matrimonio, dopo dieci anni di fidanzamento.
Donne di trent’ anni che non sentono bisogno di sesso,così i loro mariti lo vanno a cercare altrove.
Amiche che si fanno il tuo ragazzo, il tuo ragazzo che si fa tua cugina, tua cugina che si fa un’intera band.
Ragazze poco più che ventenni che fanno le amanti di uomini sposati ultra-quarantenni e fingono anche di credere, che il lui di turno, lascerà moglie e figli per loro.
Dipendenti statali che intrallazzano con il dirigente del settore del caso per ottenere favoritismi.
Mariti integerrimi che frequentano abitualmente night club.
Mogli che accettano regali dagli amanti e a casa si vantano dello sconto su Chanel n.5 di cui non potevano non approfittare, salterellando felici da una stanza all’altra della casa che il marito ha comperato.
Donne che percepiscono gli assegni per figli a carico che messaggiano e si scrivono e-mail con colleghi, si truccano per andare al lavoro e indossano maglie il più scollate possibile.
Uomini che tradiscono le mogli con il cameriere del bar della pausa pranzo, mariti che al lavoro ispezionano sotto la gonna dell’amante-collega per controllare se, come d’accordo, non indossa nulla a parte le autoreggenti.
Mariti sempre in giro per lavoro, che una volta ogni dieci, ritagliano un week-end al mare con la segretaria.
Quante seconde scelte e quanta fatica.
Quanto bisogno di un po’ di misera considerazione, quanta vita da bruciare e trasformare in cenere.
Quanta solitudine e insoddisfazione nell’incubatrice dell’anima, quanta miseria nei giorni e nelle settimane che si susseguono senza sosta, quanta paura tra le pieghe dell’autostima, quanta amarezza nei destini caduti a picco nei nostri cortili.
Siamo avidi di vita o di sesso?
Il sesso è vita, risponderà qualcuno. E’ la stessa cosa.
Il sesso è sesso, dico io. La vita è altro.
La vita ad ogni costo, il resto non lo so…
Deciderò, poi cambierò idea.
Intanto, sono già infognata...
Donne di trent’ anni che non sentono bisogno di sesso,così i loro mariti lo vanno a cercare altrove.
Amiche che si fanno il tuo ragazzo, il tuo ragazzo che si fa tua cugina, tua cugina che si fa un’intera band.
Ragazze poco più che ventenni che fanno le amanti di uomini sposati ultra-quarantenni e fingono anche di credere, che il lui di turno, lascerà moglie e figli per loro.
Dipendenti statali che intrallazzano con il dirigente del settore del caso per ottenere favoritismi.
Mariti integerrimi che frequentano abitualmente night club.
Mogli che accettano regali dagli amanti e a casa si vantano dello sconto su Chanel n.5 di cui non potevano non approfittare, salterellando felici da una stanza all’altra della casa che il marito ha comperato.
Donne che percepiscono gli assegni per figli a carico che messaggiano e si scrivono e-mail con colleghi, si truccano per andare al lavoro e indossano maglie il più scollate possibile.
Uomini che tradiscono le mogli con il cameriere del bar della pausa pranzo, mariti che al lavoro ispezionano sotto la gonna dell’amante-collega per controllare se, come d’accordo, non indossa nulla a parte le autoreggenti.
Mariti sempre in giro per lavoro, che una volta ogni dieci, ritagliano un week-end al mare con la segretaria.
Quante seconde scelte e quanta fatica.
Quanto bisogno di un po’ di misera considerazione, quanta vita da bruciare e trasformare in cenere.
Quanta solitudine e insoddisfazione nell’incubatrice dell’anima, quanta miseria nei giorni e nelle settimane che si susseguono senza sosta, quanta paura tra le pieghe dell’autostima, quanta amarezza nei destini caduti a picco nei nostri cortili.
Siamo avidi di vita o di sesso?
Il sesso è vita, risponderà qualcuno. E’ la stessa cosa.
Il sesso è sesso, dico io. La vita è altro.
La vita ad ogni costo, il resto non lo so…
Deciderò, poi cambierò idea.
Intanto, sono già infognata...
mercoledì 15 luglio 2009
Vivace, fadiesis, sibemolle
chiare, scure, colorate, rattrappite, raggrinzite,artificiose, allegre, raffazzonate...
argute, arcigne, arruffate... sempre parole sono, no?
e allora dille santo cielo, dille perchè ce n'è un gran bisogno! davvero, diciamole queste maledette parole e non continuiamo a tacerle e nasconderle e proteggerle!
son parole! van dette, van pronunciate! ma di cos'hai paura?
apri la bocca e falle uscire, permettiglielo. e permetti a me di sentirle per una volta, e di capirle!
non posso rimanere qui altrimenti. non posso proprio, io non...ce la faccio.
io vivo di parole, ne ho bisogno, voglio sapere, devo capire e tu non dici mai nulla e... mi trovo persa, davvero. mi manca la terra da sotto i piedi, il vuoto più totale, come in aereo. il nulla, non ti leggo così, non ti leggo proprio, non ci riesco assolutamente.
perdonami, ma io non sono una di quelle persone che capiscono tutto al volo, guardando negli occhi qualcuno. beh, per me, da soli possono anche mentire gli occhi, ne sono capacissimi. ma è mentre si dice qualcosa che non possono raccontare balle, e lì, li guardo e mi fido, lì no che non possono fregarmi.
perchè il tono della voce? quando ti trema la voce non vuol dire niente? non è una bellissima sensazione sentire qualcuno sussurrare qualcosa per renderlo ancora più intenso?
ma cazzo? ma sono io la pazza adesso? sono quella che deve vivere serena? ma come si fa a vivere sereni? non si può e non è possibile se ti fermi a pensare e a guardare, santo cielo ma non si può! ma lo vedi che schifo che c'è in giro? la gente cos'è diventata? tutto assurdo e l'esatto opposto di come dovrebbe essere! mi faccio domande, in continuazione, e mi chiedo come possano altri non farsele! che parte di mondo ti perdi? quanti aspetti della vita nemmeno immagini! ma non ti chiedi se ha un senso? e se si qual è? io impazzisco, non ci capisco nulla...per questo ho bisogno di parole di altri, per capire, per crescere, ho bisogno delle tue parole per crescere... voglio parlare con te, avere qualcosa da dirti, sapere che capirai e tu che capirò...
non rimarrò qui, non è il mio posto.
non vuoi farmi entrare nel tuo mondo, per me è abbastanza.
è triste pensare che quando racconterò di te, non avrò nulla da raccontare.
riempilo quel vuoto, è la guerra di tutti, è il senso per alzarsi ancora la mattina.
io lo so che sembro pazza, ma è tutto quello che ho...le parole dico, per riempire il mio vuoto.
mi mancherà il tuo letto...
argute, arcigne, arruffate... sempre parole sono, no?
e allora dille santo cielo, dille perchè ce n'è un gran bisogno! davvero, diciamole queste maledette parole e non continuiamo a tacerle e nasconderle e proteggerle!
son parole! van dette, van pronunciate! ma di cos'hai paura?
apri la bocca e falle uscire, permettiglielo. e permetti a me di sentirle per una volta, e di capirle!
non posso rimanere qui altrimenti. non posso proprio, io non...ce la faccio.
io vivo di parole, ne ho bisogno, voglio sapere, devo capire e tu non dici mai nulla e... mi trovo persa, davvero. mi manca la terra da sotto i piedi, il vuoto più totale, come in aereo. il nulla, non ti leggo così, non ti leggo proprio, non ci riesco assolutamente.
perdonami, ma io non sono una di quelle persone che capiscono tutto al volo, guardando negli occhi qualcuno. beh, per me, da soli possono anche mentire gli occhi, ne sono capacissimi. ma è mentre si dice qualcosa che non possono raccontare balle, e lì, li guardo e mi fido, lì no che non possono fregarmi.
perchè il tono della voce? quando ti trema la voce non vuol dire niente? non è una bellissima sensazione sentire qualcuno sussurrare qualcosa per renderlo ancora più intenso?
ma cazzo? ma sono io la pazza adesso? sono quella che deve vivere serena? ma come si fa a vivere sereni? non si può e non è possibile se ti fermi a pensare e a guardare, santo cielo ma non si può! ma lo vedi che schifo che c'è in giro? la gente cos'è diventata? tutto assurdo e l'esatto opposto di come dovrebbe essere! mi faccio domande, in continuazione, e mi chiedo come possano altri non farsele! che parte di mondo ti perdi? quanti aspetti della vita nemmeno immagini! ma non ti chiedi se ha un senso? e se si qual è? io impazzisco, non ci capisco nulla...per questo ho bisogno di parole di altri, per capire, per crescere, ho bisogno delle tue parole per crescere... voglio parlare con te, avere qualcosa da dirti, sapere che capirai e tu che capirò...
non rimarrò qui, non è il mio posto.
non vuoi farmi entrare nel tuo mondo, per me è abbastanza.
è triste pensare che quando racconterò di te, non avrò nulla da raccontare.
riempilo quel vuoto, è la guerra di tutti, è il senso per alzarsi ancora la mattina.
io lo so che sembro pazza, ma è tutto quello che ho...le parole dico, per riempire il mio vuoto.
mi mancherà il tuo letto...
martedì 14 luglio 2009
Il quadro in salotto (inspired by A.'s painting)
A gambe incrociate, su di una coperta a quadri rosa e arancione, a fissare il fuoco, ad attendere che lentamente si consumi, si esaurisca, si spenga, cedendo il posto alla brace e, poi, alla cenere.
Forse speravamo che potesse succedere la stessa cosa con i nostri sensi: avrebbero bruciato di fantasia in quella notte d’estate, liberi di ardere nell’immaginazione, di creare storie che non possono essere raccontate. Ma si sarebbero spenti, avrebbero taciuto il segreto di quelle ore assopendosi con il nascere del sole.
L’unica traccia che avrebbero lasciato, sarebbe stata un ricordo innocuo di una notte di vino e di vento tra i capelli e sul collo, una notte ubriaca di sogni e canzoni.
Gli altri erano già tutti a dormire.
Noi eravamo rimasti per la canna della buonanotte e per spegnere il falò.
Tutti i week-end in montagna da Andrea si concludevano con il gran falò dell’ultima sera. Gli ultimi spegnevano tutto accuratamente. Peccato che, di solito, erano sempre i più ubriachi e di accurato non avevano nulla.
Decidemmo così di rimanere noi, che tra tutti eravamo i più in sé, con la scusa della canna.
Eravamo distanti dalla casa con il portico con il dondolo a fiori azzurri, ci separavano la stradina e la lunga scala di pietra.
Eravamo lontani da tutto.
Eravamo soli.
Il fuoco non accennava ad acquietarsi, mi misi a rollare mentre lei fissava il fuoco e rimanevamo in silenzio.
Si sentiva una strana elettricità nell’aria, come quando sta per piovere.
Circondati dalle montagne silenziose e immersi nel buio della notte spezzato solo dal fuoco e dalle stelle, noi due ci eravamo cercati e avevamo desiderato quel momento.
Forse ce l’eravamo immaginato mille volte, forse l’avevamo aspettato per mesi senza ammetterlo e avevamo pensato a come sarebbe stato o a come sarebbe successo, in quale modo tra i milioni possibili.
Forse sapevamo anche, che prima o poi avremmo avuto il nostro tempo.
Lei era bellissima. Vedevo il suo profilo illuminato dal fuoco, la maglietta viola che lasciava scoperte le spalle e la gonna con i girasoli che mostrava gambe affusolate. Di tanto in tanto giocava con i suoi capelli e cercava in controluce traccia di doppie punte.
Non parlavamo, guardavamo il fuoco che a poco a poco dava segni di cedimento e arresa, fumavamo, alzavamo lo sguardo in cerca di fortuna a forma di stella cadente.
Per un po’ pensai che non ci saremmo mai detti niente e pensai che andava benissimo così.
Ma dopo un po’ lei disse: “Forse mi taglio i capelli”.
Un dolore in pieno petto. Una fitta allucinante al cuore.
La guardai stupito: “Ma sono così belli…Anche adesso, sono stupendi alla luce del fuoco, brillano di mille riflessi, smettono di essere castani e diventano color rame…E poi ti scendono sulle spalle in maniera così dolce…”
Ero partito, la coperta di stelle mi aveva reso coraggioso e l’ultima canna aveva inondato la notte di meraviglia, istigando la mia bocca a pronunciare parole ardite. La voglia di vedere come andava a finire poi, fece il resto e mi ritrovai a dire, certo che lei mi avrebbe capito: “E i tuoi capelli, che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti…”.
Lo ripetei sempre più a bassa voce, sussurrando appena alla fine, come nella canzone.
Vidi l’espressione del suo volto cambiare: le sopracciglia si sollevarono appena e vidi in lei la paura di chi sa bene cosa sta facendo.
I suoi occhi erano stupiti e arresi allo stesso tempo, i miei non le davano tregua.
Ci stavamo dicendo si, senza dircelo.
Per un po’ rimanemmo a guardarci.
Attimi eternamente immobili a sigillare silenzi rumorosi, attimi gocciolati dal cielo in una notte di agosto che non si può scordare, a capirsi e sentirsi senza dire una parola, anche solo una, che infrangerebbe il solo momento sacro che ci è rimasto: la verità davanti agli occhi.
Nel freddo che la notte porta con sé può esplodere un rogo, ora lo so.
Furono istanti di un’intensità dolorosa, i suoi occhi dicevano ciò che speravo e i miei erano completamente accecati da un sogno tanto bello.
Finalmente parlò: “Domani sera c’è la festa a sorpresa…ricordati i cd…alle otto da me…”.
Già, la festa a sorpresa.
Non avevamo parlato d’altro per tutto il week-end. Il compleanno di Carlo a sorpresa, domenica sera.
Carlo: il mio migliore amico, il suo ragazzo.
Stavano insieme da quasi due anni, lui era perso, lei innamorata.
Io lo conoscevo da quando avevo sei anni, è il migliore amico che abbia mai avuto.
Non risposi, continuai a guardarla e pensare che fosse meravigliosa.
Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la vidi alzarsi, prendere dei pezzi di legno e gettarli nel fuoco.
Venne verso di me e mi si inginocchiò di fronte.
Sentii le sue mani accarezzarmi il collo e la nuca e le sue labbra baciare le mie.
Presi il suo viso tra le mani e giocai con i lunghi capelli scuri, senza smettere di cercare la sua bocca, ora che il valzer dei baci era iniziato.
L’orchestra del nostro istinto guidava le mani, che ardite si infilavano nelle magliette a cercare centimetri di pelle proibiti, sotto la gonna con dita curiose a chiedere di più, tra l’elastico dei boxer ad un tratto troppo stretti.
Sdraiati sulla coperta rosa e arancione, a rubare istanti clandestini destinati a sparire tra le curve della vita, a stanare la vita troppo a lungo reclusa, ad urlare a Dio che quella era pace per davvero, a implorare la luna che non cedesse il passo al sole.
Se ci fosse stato qualcuno a spiarci, avrebbe visto due corpi che si intrecciavano su una coperta a scacchi rosa e arancione, pelle che si confondeva con pelle, mani che stringevano fino a far male, fino a togliere il respiro.
Schiene che si inarcavano, labbra che si mordevano, piacere che esplodeva tra gli occhi serrati.
Quella notte non spegnemmo alcun fuoco.
Bruciammo con lui, rischiarati dalla sua luce, confortati dal suo calore, protetti dal suo silenzio.
Forse volevamo solo scordare le pagine brutte di quel romanzo che è la nostra vita: quelle in cui l’anima si spezza e perdiamo la rotta, in cui il dolore fa tremare i pensieri e pulsare le vene, quelle in cui distogliamo lo sguardo per non vedere, in cui lame taglienti volano senza rotta sfregiando sorrisi.
Ingannare la vita è un gesto disperato e ingenuo, come quello di un bambino che vuole salvare un corvo in fin di vita con il calore delle sue carezze.
Evitarla è assurdo, come tentare di fermare un fiume che da secoli corre verso il mare.
Non l’abbiamo ingannata, non l’abbiamo evitata.
Ci siamo limitati a lasciarla libera, l’abbiamo seguita, l’abbiamo abbracciata.
Su una coperta rosa e arancione abbiamo accettato la sua vittoria, l’abbiamo accolta e cullata, non le abbiamo mentito.
Da dietro le montagne vedemmo nascere il giorno.
Abbracciati e avvolti in quella coperta che era stata nostra complice, vedemmo il sole innalzarsi e conquistare il cielo.
La nostra notte era finita e non ce ne sarebbero state altre.
Tutto sarebbe tornato come sempre, niente avrebbe tradito il nostro segreto.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato, adesso lo so, ma perché era solamente nostro, un segreto dolcissimo che solo rimanendo taciuto avrebbe mantenuto la sua purezza, la sua forma incantevole di dono del cielo, in una notte di poche parole, ma piena come nessun altra di libertà.
Lei si alzò e pestò gli ultimi tizzoni rimasti accesi.
Si voltò verso di me e disse solamente: “Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile...”.
Le sorrisi e lei fece lo stesso.
Insieme piegammo la nostra coperta e ci incamminammo verso casa senza dire una parola.
Non c’era niente di sbagliato.
Solo due destini che avevano voluto incrociarsi per una notte e confondersi per qualche ora.
Solo due corpi che sapevano di essere vivi e non volevano morire nell’immobile realtà, stagnante e nauseabonda.
Solo due cuori con il coraggio di guardare negli occhi il tempo che non torna, che si dimentica, che diventa polvere nei ricordi e che scompare, si spegne, si esaurisce.
Era estate.
Era agosto.
Era vita cazzo, solo vita.
Quella notte adesso è in un quadro appeso nel mio salotto.
Un quadro arancione e rosa: una donna dai capelli cortissimi con la paura negli occhi, la paura di chi sa cosa sta facendo.
Non ho potuto dipingere i suoi lunghi capelli scuri, li ho dovuti scordare.
Ma per me rimangono fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isol…
Forse speravamo che potesse succedere la stessa cosa con i nostri sensi: avrebbero bruciato di fantasia in quella notte d’estate, liberi di ardere nell’immaginazione, di creare storie che non possono essere raccontate. Ma si sarebbero spenti, avrebbero taciuto il segreto di quelle ore assopendosi con il nascere del sole.
L’unica traccia che avrebbero lasciato, sarebbe stata un ricordo innocuo di una notte di vino e di vento tra i capelli e sul collo, una notte ubriaca di sogni e canzoni.
Gli altri erano già tutti a dormire.
Noi eravamo rimasti per la canna della buonanotte e per spegnere il falò.
Tutti i week-end in montagna da Andrea si concludevano con il gran falò dell’ultima sera. Gli ultimi spegnevano tutto accuratamente. Peccato che, di solito, erano sempre i più ubriachi e di accurato non avevano nulla.
Decidemmo così di rimanere noi, che tra tutti eravamo i più in sé, con la scusa della canna.
Eravamo distanti dalla casa con il portico con il dondolo a fiori azzurri, ci separavano la stradina e la lunga scala di pietra.
Eravamo lontani da tutto.
Eravamo soli.
Il fuoco non accennava ad acquietarsi, mi misi a rollare mentre lei fissava il fuoco e rimanevamo in silenzio.
Si sentiva una strana elettricità nell’aria, come quando sta per piovere.
Circondati dalle montagne silenziose e immersi nel buio della notte spezzato solo dal fuoco e dalle stelle, noi due ci eravamo cercati e avevamo desiderato quel momento.
Forse ce l’eravamo immaginato mille volte, forse l’avevamo aspettato per mesi senza ammetterlo e avevamo pensato a come sarebbe stato o a come sarebbe successo, in quale modo tra i milioni possibili.
Forse sapevamo anche, che prima o poi avremmo avuto il nostro tempo.
Lei era bellissima. Vedevo il suo profilo illuminato dal fuoco, la maglietta viola che lasciava scoperte le spalle e la gonna con i girasoli che mostrava gambe affusolate. Di tanto in tanto giocava con i suoi capelli e cercava in controluce traccia di doppie punte.
Non parlavamo, guardavamo il fuoco che a poco a poco dava segni di cedimento e arresa, fumavamo, alzavamo lo sguardo in cerca di fortuna a forma di stella cadente.
Per un po’ pensai che non ci saremmo mai detti niente e pensai che andava benissimo così.
Ma dopo un po’ lei disse: “Forse mi taglio i capelli”.
Un dolore in pieno petto. Una fitta allucinante al cuore.
La guardai stupito: “Ma sono così belli…Anche adesso, sono stupendi alla luce del fuoco, brillano di mille riflessi, smettono di essere castani e diventano color rame…E poi ti scendono sulle spalle in maniera così dolce…”
Ero partito, la coperta di stelle mi aveva reso coraggioso e l’ultima canna aveva inondato la notte di meraviglia, istigando la mia bocca a pronunciare parole ardite. La voglia di vedere come andava a finire poi, fece il resto e mi ritrovai a dire, certo che lei mi avrebbe capito: “E i tuoi capelli, che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti…”.
Lo ripetei sempre più a bassa voce, sussurrando appena alla fine, come nella canzone.
Vidi l’espressione del suo volto cambiare: le sopracciglia si sollevarono appena e vidi in lei la paura di chi sa bene cosa sta facendo.
I suoi occhi erano stupiti e arresi allo stesso tempo, i miei non le davano tregua.
Ci stavamo dicendo si, senza dircelo.
Per un po’ rimanemmo a guardarci.
Attimi eternamente immobili a sigillare silenzi rumorosi, attimi gocciolati dal cielo in una notte di agosto che non si può scordare, a capirsi e sentirsi senza dire una parola, anche solo una, che infrangerebbe il solo momento sacro che ci è rimasto: la verità davanti agli occhi.
Nel freddo che la notte porta con sé può esplodere un rogo, ora lo so.
Furono istanti di un’intensità dolorosa, i suoi occhi dicevano ciò che speravo e i miei erano completamente accecati da un sogno tanto bello.
Finalmente parlò: “Domani sera c’è la festa a sorpresa…ricordati i cd…alle otto da me…”.
Già, la festa a sorpresa.
Non avevamo parlato d’altro per tutto il week-end. Il compleanno di Carlo a sorpresa, domenica sera.
Carlo: il mio migliore amico, il suo ragazzo.
Stavano insieme da quasi due anni, lui era perso, lei innamorata.
Io lo conoscevo da quando avevo sei anni, è il migliore amico che abbia mai avuto.
Non risposi, continuai a guardarla e pensare che fosse meravigliosa.
Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la vidi alzarsi, prendere dei pezzi di legno e gettarli nel fuoco.
Venne verso di me e mi si inginocchiò di fronte.
Sentii le sue mani accarezzarmi il collo e la nuca e le sue labbra baciare le mie.
Presi il suo viso tra le mani e giocai con i lunghi capelli scuri, senza smettere di cercare la sua bocca, ora che il valzer dei baci era iniziato.
L’orchestra del nostro istinto guidava le mani, che ardite si infilavano nelle magliette a cercare centimetri di pelle proibiti, sotto la gonna con dita curiose a chiedere di più, tra l’elastico dei boxer ad un tratto troppo stretti.
Sdraiati sulla coperta rosa e arancione, a rubare istanti clandestini destinati a sparire tra le curve della vita, a stanare la vita troppo a lungo reclusa, ad urlare a Dio che quella era pace per davvero, a implorare la luna che non cedesse il passo al sole.
Se ci fosse stato qualcuno a spiarci, avrebbe visto due corpi che si intrecciavano su una coperta a scacchi rosa e arancione, pelle che si confondeva con pelle, mani che stringevano fino a far male, fino a togliere il respiro.
Schiene che si inarcavano, labbra che si mordevano, piacere che esplodeva tra gli occhi serrati.
Quella notte non spegnemmo alcun fuoco.
Bruciammo con lui, rischiarati dalla sua luce, confortati dal suo calore, protetti dal suo silenzio.
Forse volevamo solo scordare le pagine brutte di quel romanzo che è la nostra vita: quelle in cui l’anima si spezza e perdiamo la rotta, in cui il dolore fa tremare i pensieri e pulsare le vene, quelle in cui distogliamo lo sguardo per non vedere, in cui lame taglienti volano senza rotta sfregiando sorrisi.
Ingannare la vita è un gesto disperato e ingenuo, come quello di un bambino che vuole salvare un corvo in fin di vita con il calore delle sue carezze.
Evitarla è assurdo, come tentare di fermare un fiume che da secoli corre verso il mare.
Non l’abbiamo ingannata, non l’abbiamo evitata.
Ci siamo limitati a lasciarla libera, l’abbiamo seguita, l’abbiamo abbracciata.
Su una coperta rosa e arancione abbiamo accettato la sua vittoria, l’abbiamo accolta e cullata, non le abbiamo mentito.
Da dietro le montagne vedemmo nascere il giorno.
Abbracciati e avvolti in quella coperta che era stata nostra complice, vedemmo il sole innalzarsi e conquistare il cielo.
La nostra notte era finita e non ce ne sarebbero state altre.
Tutto sarebbe tornato come sempre, niente avrebbe tradito il nostro segreto.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato, adesso lo so, ma perché era solamente nostro, un segreto dolcissimo che solo rimanendo taciuto avrebbe mantenuto la sua purezza, la sua forma incantevole di dono del cielo, in una notte di poche parole, ma piena come nessun altra di libertà.
Lei si alzò e pestò gli ultimi tizzoni rimasti accesi.
Si voltò verso di me e disse solamente: “Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile...”.
Le sorrisi e lei fece lo stesso.
Insieme piegammo la nostra coperta e ci incamminammo verso casa senza dire una parola.
Non c’era niente di sbagliato.
Solo due destini che avevano voluto incrociarsi per una notte e confondersi per qualche ora.
Solo due corpi che sapevano di essere vivi e non volevano morire nell’immobile realtà, stagnante e nauseabonda.
Solo due cuori con il coraggio di guardare negli occhi il tempo che non torna, che si dimentica, che diventa polvere nei ricordi e che scompare, si spegne, si esaurisce.
Era estate.
Era agosto.
Era vita cazzo, solo vita.
Quella notte adesso è in un quadro appeso nel mio salotto.
Un quadro arancione e rosa: una donna dai capelli cortissimi con la paura negli occhi, la paura di chi sa cosa sta facendo.
Non ho potuto dipingere i suoi lunghi capelli scuri, li ho dovuti scordare.
Ma per me rimangono fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isol…
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