A gambe incrociate, su di una coperta a quadri rosa e arancione, a fissare il fuoco, ad attendere che lentamente si consumi, si esaurisca, si spenga, cedendo il posto alla brace e, poi, alla cenere.
Forse speravamo che potesse succedere la stessa cosa con i nostri sensi: avrebbero bruciato di fantasia in quella notte d’estate, liberi di ardere nell’immaginazione, di creare storie che non possono essere raccontate. Ma si sarebbero spenti, avrebbero taciuto il segreto di quelle ore assopendosi con il nascere del sole.
L’unica traccia che avrebbero lasciato, sarebbe stata un ricordo innocuo di una notte di vino e di vento tra i capelli e sul collo, una notte ubriaca di sogni e canzoni.
Gli altri erano già tutti a dormire.
Noi eravamo rimasti per la canna della buonanotte e per spegnere il falò.
Tutti i week-end in montagna da Andrea si concludevano con il gran falò dell’ultima sera. Gli ultimi spegnevano tutto accuratamente. Peccato che, di solito, erano sempre i più ubriachi e di accurato non avevano nulla.
Decidemmo così di rimanere noi, che tra tutti eravamo i più in sé, con la scusa della canna.
Eravamo distanti dalla casa con il portico con il dondolo a fiori azzurri, ci separavano la stradina e la lunga scala di pietra.
Eravamo lontani da tutto.
Eravamo soli.
Il fuoco non accennava ad acquietarsi, mi misi a rollare mentre lei fissava il fuoco e rimanevamo in silenzio.
Si sentiva una strana elettricità nell’aria, come quando sta per piovere.
Circondati dalle montagne silenziose e immersi nel buio della notte spezzato solo dal fuoco e dalle stelle, noi due ci eravamo cercati e avevamo desiderato quel momento.
Forse ce l’eravamo immaginato mille volte, forse l’avevamo aspettato per mesi senza ammetterlo e avevamo pensato a come sarebbe stato o a come sarebbe successo, in quale modo tra i milioni possibili.
Forse sapevamo anche, che prima o poi avremmo avuto il nostro tempo.
Lei era bellissima. Vedevo il suo profilo illuminato dal fuoco, la maglietta viola che lasciava scoperte le spalle e la gonna con i girasoli che mostrava gambe affusolate. Di tanto in tanto giocava con i suoi capelli e cercava in controluce traccia di doppie punte.
Non parlavamo, guardavamo il fuoco che a poco a poco dava segni di cedimento e arresa, fumavamo, alzavamo lo sguardo in cerca di fortuna a forma di stella cadente.
Per un po’ pensai che non ci saremmo mai detti niente e pensai che andava benissimo così.
Ma dopo un po’ lei disse: “Forse mi taglio i capelli”.
Un dolore in pieno petto. Una fitta allucinante al cuore.
La guardai stupito: “Ma sono così belli…Anche adesso, sono stupendi alla luce del fuoco, brillano di mille riflessi, smettono di essere castani e diventano color rame…E poi ti scendono sulle spalle in maniera così dolce…”
Ero partito, la coperta di stelle mi aveva reso coraggioso e l’ultima canna aveva inondato la notte di meraviglia, istigando la mia bocca a pronunciare parole ardite. La voglia di vedere come andava a finire poi, fece il resto e mi ritrovai a dire, certo che lei mi avrebbe capito: “E i tuoi capelli, che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti…”.
Lo ripetei sempre più a bassa voce, sussurrando appena alla fine, come nella canzone.
Vidi l’espressione del suo volto cambiare: le sopracciglia si sollevarono appena e vidi in lei la paura di chi sa bene cosa sta facendo.
I suoi occhi erano stupiti e arresi allo stesso tempo, i miei non le davano tregua.
Ci stavamo dicendo si, senza dircelo.
Per un po’ rimanemmo a guardarci.
Attimi eternamente immobili a sigillare silenzi rumorosi, attimi gocciolati dal cielo in una notte di agosto che non si può scordare, a capirsi e sentirsi senza dire una parola, anche solo una, che infrangerebbe il solo momento sacro che ci è rimasto: la verità davanti agli occhi.
Nel freddo che la notte porta con sé può esplodere un rogo, ora lo so.
Furono istanti di un’intensità dolorosa, i suoi occhi dicevano ciò che speravo e i miei erano completamente accecati da un sogno tanto bello.
Finalmente parlò: “Domani sera c’è la festa a sorpresa…ricordati i cd…alle otto da me…”.
Già, la festa a sorpresa.
Non avevamo parlato d’altro per tutto il week-end. Il compleanno di Carlo a sorpresa, domenica sera.
Carlo: il mio migliore amico, il suo ragazzo.
Stavano insieme da quasi due anni, lui era perso, lei innamorata.
Io lo conoscevo da quando avevo sei anni, è il migliore amico che abbia mai avuto.
Non risposi, continuai a guardarla e pensare che fosse meravigliosa.
Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la vidi alzarsi, prendere dei pezzi di legno e gettarli nel fuoco.
Venne verso di me e mi si inginocchiò di fronte.
Sentii le sue mani accarezzarmi il collo e la nuca e le sue labbra baciare le mie.
Presi il suo viso tra le mani e giocai con i lunghi capelli scuri, senza smettere di cercare la sua bocca, ora che il valzer dei baci era iniziato.
L’orchestra del nostro istinto guidava le mani, che ardite si infilavano nelle magliette a cercare centimetri di pelle proibiti, sotto la gonna con dita curiose a chiedere di più, tra l’elastico dei boxer ad un tratto troppo stretti.
Sdraiati sulla coperta rosa e arancione, a rubare istanti clandestini destinati a sparire tra le curve della vita, a stanare la vita troppo a lungo reclusa, ad urlare a Dio che quella era pace per davvero, a implorare la luna che non cedesse il passo al sole.
Se ci fosse stato qualcuno a spiarci, avrebbe visto due corpi che si intrecciavano su una coperta a scacchi rosa e arancione, pelle che si confondeva con pelle, mani che stringevano fino a far male, fino a togliere il respiro.
Schiene che si inarcavano, labbra che si mordevano, piacere che esplodeva tra gli occhi serrati.
Quella notte non spegnemmo alcun fuoco.
Bruciammo con lui, rischiarati dalla sua luce, confortati dal suo calore, protetti dal suo silenzio.
Forse volevamo solo scordare le pagine brutte di quel romanzo che è la nostra vita: quelle in cui l’anima si spezza e perdiamo la rotta, in cui il dolore fa tremare i pensieri e pulsare le vene, quelle in cui distogliamo lo sguardo per non vedere, in cui lame taglienti volano senza rotta sfregiando sorrisi.
Ingannare la vita è un gesto disperato e ingenuo, come quello di un bambino che vuole salvare un corvo in fin di vita con il calore delle sue carezze.
Evitarla è assurdo, come tentare di fermare un fiume che da secoli corre verso il mare.
Non l’abbiamo ingannata, non l’abbiamo evitata.
Ci siamo limitati a lasciarla libera, l’abbiamo seguita, l’abbiamo abbracciata.
Su una coperta rosa e arancione abbiamo accettato la sua vittoria, l’abbiamo accolta e cullata, non le abbiamo mentito.
Da dietro le montagne vedemmo nascere il giorno.
Abbracciati e avvolti in quella coperta che era stata nostra complice, vedemmo il sole innalzarsi e conquistare il cielo.
La nostra notte era finita e non ce ne sarebbero state altre.
Tutto sarebbe tornato come sempre, niente avrebbe tradito il nostro segreto.
Non perché ci fosse qualcosa di sbagliato, adesso lo so, ma perché era solamente nostro, un segreto dolcissimo che solo rimanendo taciuto avrebbe mantenuto la sua purezza, la sua forma incantevole di dono del cielo, in una notte di poche parole, ma piena come nessun altra di libertà.
Lei si alzò e pestò gli ultimi tizzoni rimasti accesi.
Si voltò verso di me e disse solamente: “Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile...”.
Le sorrisi e lei fece lo stesso.
Insieme piegammo la nostra coperta e ci incamminammo verso casa senza dire una parola.
Non c’era niente di sbagliato.
Solo due destini che avevano voluto incrociarsi per una notte e confondersi per qualche ora.
Solo due corpi che sapevano di essere vivi e non volevano morire nell’immobile realtà, stagnante e nauseabonda.
Solo due cuori con il coraggio di guardare negli occhi il tempo che non torna, che si dimentica, che diventa polvere nei ricordi e che scompare, si spegne, si esaurisce.
Era estate.
Era agosto.
Era vita cazzo, solo vita.
Quella notte adesso è in un quadro appeso nel mio salotto.
Un quadro arancione e rosa: una donna dai capelli cortissimi con la paura negli occhi, la paura di chi sa cosa sta facendo.
Non ho potuto dipingere i suoi lunghi capelli scuri, li ho dovuti scordare.
Ma per me rimangono fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isolante, fili scoperti e nastro isol…
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il tuo blog non è affatto stupido anzi e una miniera di emozioni pronta a esplodere coinvolgendo chiunque abbia avuto la possibilità di leggerne almeno una parte
RispondiEliminadio che emozione!
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